Se oggi pensiamo al tatuaggio nel Paese del Sol Levante, visualizziamo inevitabilmente una sfilza di draghi, carpe, fiori di ciliegio, Hannya e tutta quella simbologia che a noi risulta particolarmente familiare. Ma non è ciò di cui parleremo oggi.
Quanti di voi hanno mai sentito parlare del Sinuye, il tatuaggio delle donne Ainu?
Dobbiamo andare tanto, tanto indietro nel tempo, a quella che era la popolazione indigena abitante la zona del Giappone settentrionale, in particolare l’Hokkaidō (ma presente anche in alcune aree della Russia orientale, come Sachalin e le Curili). Gli Ainu, appunto.

La loro tradizione legata al tatuaggio femminile è una delle pratiche culturali più distintive e affascinanti, profondamente legata alla spiritualità, al ruolo sociale e all’identità delle donne. Non erano, infatti, semplici decorazioni, ma simboli carichi di potere e significato.
Secondo la tradizione Ainu il tatuaggio fu introdotto dalla madre ancestrale Okikurumi Turesh Machi, sorella minore del dio creatore Okikurumi, e veniva trasmessa attraverso le linee matrilineari, con le madri che insegnavano alle figlie l’arte del tatuaggio. Il tatuaggio Ainu, infatti, era riservato esclusivamente alle donne, sia per esecuzione che per ricezione. Certo, anche gli uomini potevano scegliere di tatuarsi, ma nel loro caso la pratica non aveva alcun tipo di rilevanza sociale o culturale, bensì la si legava a esperienze personali o conquiste specifiche.
La differenza nei modelli di tatuaggio tra uomo e donna può essere attribuita alla struttura
sociale e ai ruoli di genere all’interno della comunità Ainu: mentre per le donne erano simboli di bellezza e maturità, e aveva una forte protezione spirituale, gli uomini spesso
esprimevano il loro status e il loro coraggio attraverso abilità fisiche e successi nella caccia o
nel commercio.
I significati del Sinuye delle donne Ainu erano molteplici, ma tutti di grande valore e importanza.
In primo luogo, erano considerati un segno di maturità e bellezza. Una donna tatuata era pronta per il matrimonio e considerata più attraente. Il tatuaggio era un vero e proprio rito di passaggio che segnava la transizione da bambina a donna. Senza tatuaggi, una donna non poteva sposarsi.
Inoltre, si credeva che avessero una funzione protettiva, agendo come un talismano contro gli spiriti maligni e le malattie, garantendo l’accesso agli spiriti guida della donna nel mondo spirituale dopo la morte in quanto segno di identità e purificazione. Facilitava il riconoscimento degli Ancestor Spirit aiutando l’anima della persona deceduta nel suo viaggio verso l’aldilà.
Rilevante era anche la zona del corpo sulla quale i tatuaggi venivano eseguiti: il più iconico e importante è quello labiale, che iniziava con un piccolo tratto sulle labbra superiori durante l’infanzia (dai 7 anni circa) e veniva ampliato col tempo fino a formare un motivo a forma di mezzaluna o “sorriso nero”. Era considerato una protezione contro gli spiriti malvagi e ricalcava la forma della bocca del serpente sacro Nusa-kor-kamui.
A seconda delle regioni, Nusa-kor-kamui può essere visto come uno spirito femminile o maschile. Nell’area di Noboribetsu (Hokkaidō meridionale), il serpente è la manifestazione terrena dello spirito che governa l’altare all’interno della casa, o “l’anziana dell’altare”. È dunque un emblema della saggezza e del posto della donna nell’universo, nonché della sua preparazione al matrimonio. Ma assume anche un ruolo sociale di particolare rilievo: si crede infatti che la forma del tatuaggio ricordasse i baffi maschili, a sottolineare la parità tra uomo e donna nella società.
Braccia e mani venivano decorati con motivi geometrici, spezzo a zig-zag o spirali, e portavano significati protettivi. Talvolta, si eseguivano anche sulla parte superiore del corpo.

L’atto del tatuaggio era una cerimonia estremamente elaborata, eseguita da un’anziana tatuatrice tenuta in grande considerazione per la sua abilità e conoscenza. Durante il procedimento, la tatuatrice recitava canti sacri chiamati yukar, invocando la protezione degli spiriti e la benedizione delle divinità. Ad esempio, una formula rituale recitava: pas ci-yay, roski, roski, pas ren-ren, che significa “la fuliggine rimanga chiusa, rimanga, rimanga”.
La tecnica era dolorosa e complessa: si utilizzavano aghi rudimentali e pigmenti ricavati dalla cenere di betulla mescolata con acqua, oppure unendo grasso animale e la fuliggine del focolare domestico. Nello specifico, si credeva che la presenza di fuliggine nel corpo rappresentasse la benedizione della dea del fuoco Apehuci. L’intero processo richiedeva più o meno dieci anni per definirsi completo e terminava quando la ragazza era pronta per sposarsi.
Le stagioni ideali per eseguire i tatuaggi erano primavera e autunno, in quanto la guarigione della pelle sarebbe stata più rapida. Inoltre, poiché che la bocca si sarebbe gonfiata rendendo il nutrirsi quasi impossibile, le ragazze mangiavano e bevevano in quantità nei giorni precedenti all’esecuzione. Prima di iniziare, si applicava una soluzione medicinale a base di artemisia e corteccia di frassino sul volto o sugli arti. Poi, con una lama di ossidiana o uno speciale coltello, chiamato makiri, si aprivano piccoli tagli e si strofinava fuliggine di corteccia di betulla nelle ferite. La stessa soluzione veniva applicata al termine, per evitare infezioni.

Con l’arrivo dell’epoca Meiji (1868-1912), il governo giapponese iniziò una politica di assimilazione forzata degli Ainu e i tatuaggi vennero vietati ufficialmente, in quanto ostacolo alla modernizzazione e all’omogeneizzazione dell’identità nazionale. Già nel 1871 il governo Meiji proibì i tatuaggi Ainu, considerandoli primitivi e in contrasto con lo sviluppo moderno del paese.
Le donne furono costrette ad abbandonare la pratica e, chi la continuava, veniva punita severamente.
Nel giro di pochi decenni la tradizione venne quasi completamente abbandonata. Ciononostante, molte donne Ainu continuarono a portare i loro tatuaggi con orgoglio, resistendo con forza all’annullamento della loro identità e temendo che senza i tatuaggi non avrebbero potuto sposarsi o accedere all’aldilà. L’ultima donna Ainu a possedere tatuaggi tradizionali morì nel 1998.
Oggi, con il crescente interesse verso le culture indigene e la valorizzazione dell’identità Ainu, i tatuaggi tradizionali stanno tornando alla luce come simbolo di resistenza culturale e memoria storica. Non vengono più praticati, ma sono oggetto di studi antropologici, arte contemporanea e rivendicazioni identitarie. Alcune giovani donne Ainu li reinterpretano con il make-up o il body painting in occasioni cerimoniali.

Questa forma di riscoperta del tatuaggio femminile Ainu è resa possibile grazie anche al lavoro di artisti contemporanei e membri della comunità Ainu, che stanno lavorando per preservare e rivitalizzare questa pratica culturale. Tra questi, l’artista Mayunkiki ha creato un progetto intitolato SINUYE: Tattoos for Ainu Women, che esplora la storia e il significato dei tatuaggi attraverso fotografie e installazioni artistiche.
Il progetto si propone di recuperare e celebrare questa tradizione attraverso la ricerca, l’arte e la performance. Mayunkiki ha intrapreso una ricerca approfondita sulla pratica del Sinuye, consultando anziani Ainu che avevano assistito o praticato questa tradizione. Incoraggiando i suoi interlocutori a disegnare i tatuaggi sul suo viso, l’artista ha cercato di rivivere e preservare la memoria culturale legata a questa pratica. L’installazione include fotografie di Hiroshi Ikeda che documentano questi momenti, creando un legame tra passato e presente. Il progetto è stato presentato alla 22ª Biennale di Sydney nel 2020, come parte della sezione NIRIN, dedicata alle voci indigene e marginalizzate.
Nel contesto del progetto, Mayunkiki utilizza la pittura del viso come mezzo per “restituire” il Sinuye. Questo atto non è solo una performance artistica, ma anche un rituale di riconnessione con le radici culturali Ainu. L’artista è anche membro del gruppo musicale tradizionale Ainu Marewrew, che pratica il canto upopo, una forma di canto corale trance, integrando la musica e la danza nella sua esplorazione culturale.
Il progetto ha suscitato un rinnovato interesse per la cultura Ainu e la pratica del Sinuye, stimolando discussioni sulla preservazione delle tradizioni indigene e sulla lotta contro l’assimilazione culturale. Mayunkiki ha esposto il suo lavoro in diverse sedi internazionali, tra cui il Museum of Contemporary Art Tokyo e la Ikon Gallery di Birmingham, contribuendo a sensibilizzare il pubblico sulla storia e sull’identità del popolo Ainu.













