Amici! Dicembre, mese di regali, di seratine al calduccio sotto la copertina, cioccolata calda o tisana bollente… Quanto meno quando si riescono a dribblare le cene aziendali Natalizie varie. Questo mese mi sono ripromessa di concedermi un pò di tempo per me e per cose belle da fare ed ho anche pensato che, in un momento storico fagocitato dal consumismo, specie a Natale quando come matti sclerati ci fiondiamo nei centri commerciali l’antivigilia alla ricerca di inutili maglioncini da regalare, potrebbe essere invece una buona idea low budget (anzi, zero budget) – ma super personalizzata e preziosa – creare una TO DO LIST di cose da poter fare, vedere o ascoltare, esperienza da vivere e consigliare a chi amiamo di più. Lista che, nel mio caso, è ovviamente a tema Rock.

Vi faccio un esempio concreto per spiegarmi meglio: a mia figlia, che di anni ne ha 20, voglio regalare una ricca lista di album nati da menti creative giovanissime e pazzesche. Che so, i Joy Division con Unknown Pleasures, quando Ian Curtis aveva appena 23 anni, tanto per dirne uno.

Ecco questo è il mood che voglio seguire. Perché credo fortemente che l’impegno e la cura nel pensare a un regalo personalizzato sia molto più gratificante, sia per chi dona che per chi riceve. Un pò come la cura che metteva Rob Gordon in Alta Fedeltà (il romanzo di Nick Hornby) nel fare le liste di tutto: dischi, rotture sentimentali, momenti della vita, film (cosa? Non lo avete mai letto? Ecco. Subito da aggiungere alla To do List). Dicevamo, siccome Dicembre è il mese in cui tutto tende a essere addomesticato da un punto di vista di “cose da fare” io vorrei uscire un pò dagli schemi qui su Wheelz e proporvi una To Do List infuocata. Ora vi spiego meglio.

Se per tradizione in questo periodo si vedono e rivedono grandi cult natalizi, cinepanettoni o le ultime uscite dei comici del momento, io invece vi propongo film, documentari e biopic musicali che bruciano lentamente e lasciano addosso una tensione che non si spegne con i titoli di coda. Dato che durante l’anno abbiamo parlato ogni mese di dischi, artisti e concerti, questo mese lo voglio dedicare all’approfondimento di alcuni eroi della musica attraverso pellicole che dobbiamo prenderci il tempo di guardare.

I documentari e i biopic musicali che troverete qui sotto sono quelli più veri, più crudi, quelli che non offrono conforto, che lasciano la fiamma scoperta, per restare nella metafora. Il rock attraverso un cinema fatto di eccesso, fragilità, contraddizioni. Quei ritratti che non cercano di “spiegare” l’artista, ma accettano il rischio di restituirne l’inquietudine. Adoro. E allora iniziamo.

It’s Never Over, Jeff Buckley di Amy Berg

In cima alla lista non posso che mettere It’s Never Over, Jeff Buckley, uscito proprio questo’anno. Posso dirvi che è uno dei documentari musicali più onesti e dolorosi degli ultimi anni. Alla regia Amy Berg che è una regista e documentarista statunitense super radicale, con uno stile empatico, ma mai indulgente, che spesso ha voluto raccontare storie complesse, legate a traumi, identità, potere, abuso e fragilità umana. Il suo cinema non cerca mai lo scandalo facile: entra a fondo, scava, lascia parlare le crepe.

In questo documentario su Jeff Buckley evita con decisione la mitologia dell’angelo caduto e costruisce un ritratto che non ha bisogno di enfatizzare la tragedia, perché la lascia emergere da sola, nel tempo sospeso in cui Buckley sembra sempre sul punto di diventare qualcosa di enorme, senza mai volerlo davvero. È commovente vedere Jeff Buckley come un artista in continua fuga dalla definizione, allergico all’idea di carriera, assolutamente incapace di abitare il ruolo che il mondo stava preparando per lui. Le registrazioni, le parole private, le testimonianze non compongono un puzzle ordinato, ma un viaggio irregolare, fatto di avanzamenti e ritirate. Splendido.

Prendetevi del tempo per vederlo e se non avete mai incontrato Buckley lungo il vostro percorso musicale, beh fatevi un regalo e compratevi il vinile di Grace, il suo unico album. A onor del vero c’è anche Sketches for My Sweetheart the Drunk pubblicato nel 1998, un anno dopo la sua morte. Non è un disco “compiuto” nel senso classico, ma una raccolta di demo, registrazioni incomplete e versioni alternative del materiale su cui Buckley stava lavorando per il suo secondo album ed è potentissimo: fragile, irregolare, sincero.

Amy di Asif Kapadia

Un film documentario che bisogna ripescare assolutamente è quello è Amy di Asif Kapadia. La scelta di raccontare Amy Winehouse quasi esclusivamente attraverso materiali personali – video, audio, messaggi – elimina qualsiasi distanza critica rassicurante. Non ci sono esperti che spiegano, non c’è una voce esterna che ordina il caos. Amy è pazzesca.

“La cosa più incredibile sono i mille fuori scena ripresi nei momenti più disparati che ce la restituiscono in tutta la sua faccia tosta e la sua simpatia, qualsiasi cosa stesse facendo. La più toccante sono quei fogli a quadretti pieni di cancellature e cuoricini su cui scriveva i testi strazianti delle sue canzoni. La scena più sorprendente è quella d’apertura, in cui canta “Happy Birthday” con mille vocalizzi alla festa per i 14 anni di una sua amica – ed è già lei: Amy”. Così ne parla Fabio Ferzetti, giornalista e critico cinematografico. Il suo talento è una forza naturale dirompente mentre l’industria, i media e l’ossessione pubblica agiscono come acceleranti continui. La pressione insostenibile, il non potersi fermare a raccogliere i pezzi, la fragilità, tutti gli elementi che porteranno Amy al crollo. Da vedere. Fa male, ma è da vedere.

Ps: se volete fare una totale immersione nel mondo di Amy Winehouse è molto bello anche il film Back to Black con una bravissima Marisa Abela.

Janis: Little Girl Blue di Amy Berg 

Non può mancare la mia amata Janis Joplin, in questo caso abbiamo una combustione più frontale, più ruvida, che attraversa Janis: Little Girl Blue. La musica, il rock non è mai rappresentato come liberazione assoluta, ma come amplificatore di un vuoto che Janis Joplin non riesce a colmare. Il film sceglie una strada precisa e scomoda: smontare la maschera della frontwoman indomabile per mostrare la distanza dolorosa tra la voce che incendia il palco e la persona che, fuori da lì, continua a sentirsi inadeguata e sola. Non c’è nessun tipo di compiacimento nel racconto della caduta.

L’autodistruzione di Janis non viene romanticizzata e ci insegna che il rock può dare forma al dolore, ma non sempre riesce a contenerlo. Ci sono splendidi momenti live, la sua performance al Festival di Monterey e il concerto psichedelico a Woodstock, lei che arriva sul palco completamente sconnessa a causa della troppa droga in corpo. Strappata, straziata, Janis e la sua voce nera in un corpo di bianca. Anche in questo film c’è lo zampino di Amy Berg alla regia che non vuole soffermarsi sulla statura musicale di Janis, ma sul viaggio che l’ha portata da Port Arthus, Texas, all’Olimpo degli dei del rock.

Montage of Heck di Brett Morgen

Altra opera fondamentale da vedere e che aggiungo alla nostra To do List dicembrina è Montage of Heck di Brett Morgen, il documentario su Kurt Cobain, film super frammentato che ci mostra Kurt nella sua incoerenza, nella difficoltà costante di conciliare creatività ed esposizione pubblica. Si sente addosso un sacco di caos guardando questo documentario, si riapre una ferita nel vedere Kurt felice e poi perso.

Il rockumentary nasce grazie all’accesso ai diari di Kurt Cobain, lui che lì scriveva e disegnava il mondo che aveva dentro. E poi c’è un sacco di materiale preso da vari live dei Nirvana. Ci sono anche canzoni inedite, alcuni filmini amatoriali e interviste ai genitori di Cobain, alla sorella, alla sua ex e poi a Courtney Love, a Krist Novoselic, bassista dei Nirvana. Kurt ne esce umano e senza filtri.

Gimme Danger di Jim Jarmusch

In questi giorni si parla molto di Jim Jarmusch al cinema con il film Father Mother Sister Brother, che tra i vari attori vede anche un bravissimo Tom With, ma io voglio parlarvi di Gimme Danger che è un documentario imperdibile per chi ama i The Stooges di Iggy Pop, che Jarmuch venera e definisce “la più grande rock band di tutti i tempi”.

Questo film è il suo atto d’amore nei loro confronti: evita deliberatamente qualsiasi forma di celebrazione classica per restituire il gruppo come evento disturbante. Il film nasce da un rapporto di lunga data tra Jarmusch e Iggy Pop, un legame artistico e umano che risale agli Anni’80, quando Jarmusch gravitava nella scena underground newyorkese e Iggy era già una figura mitologica, mai normalizzata. Proprio questa vicinanza permette a Gimme Danger di avere un accesso diretto e privo di filtri: Iggy Pop è il narratore principale, seduto davanti alla macchina da presa, che racconta la nascita degli Stooges con ironia, lucidità e totale assenza di autocommiserazione. Jarmusch rifiuta la struttura del documentario cronologico classico e costruisce il racconto come una sequenza di esplosioni, alternando materiali d’archivio, fotografie, animazioni minimali e lunghi momenti di racconto diretto.

Uno degli aspetti più interessanti di Gimme Danger è il modo in cui affronta la nascita del suono degli Stooges. Jarmusch insiste sul contesto: una band di ragazzi del Michigan che non sapevano suonare “bene”, che non erano interessati alla tecnica o al virtuosismo, ma a creare rumore fisico, ripetitivo, ossessivo. Il film mostra come quel suono, inizialmente rifiutato e deriso, sia diventato nel tempo una delle matrici fondamentali del punk, del garage rock, del noise e perfino dell’alternative. Fighissimo.

9 ore e 36 minuti per noi, per vedere qualcosa di forte, vero e autentico. Ok, forse non troppo in linea con le regole del clima natalizio, ma a noi le regole piace arderle! Questi film non sono ritratti celebrativi né esercizi di nostalgia, non offrono redenzioni facili né spiegazioni definitive. Ci scaldano perché mostrano il rock come forza viva, contraddittoria, spesso ingestibile. E questo è il loro valore più autentico: ricordarci che il rock, quando è raccontato senza paura, non consola. Brucia. E a volte, proprio per questo, è l’unica cosa che scalda davvero.

Buone feste amici.

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