A 16 anni Paul Van Doren non era un tipo da scuola, voti e buffi cappelli lanciati in aria per festeggiare il diploma. Era più uno che in quel periodo zonzeggiava da mattina a sera tra la strada, l’ippodromo e qualunque mirabolante avventura potesse presentarsi agli occhi di un adolescente nell’America del ’46. Detta così, potrebbe sembrare l’incipit di uno di quei film alla Gangs of New York (con un secolo di ritardo sull’ambientazione, ok) o di un gangster movie di Scorsese. Invece, è solo l’inizio della storia di un uomo che, per genio, fame, intuito e follia, avrebbe creato uno dei brand più iconici e longevi della storia dello streetwear.
Dicevamo. Paul, come tutti, aveva una mamma. La sua si chiamava Rena e non era particolarmente incline all’idea di gestire un figlio nullafacente e potenzialmente allo sbando finché morte non li avesse separati. Quindi, un bel giorno, lo prende per un orecchio fino alle porte della Randolph Rubber Company, una piccola azienda di scarpe in tela e gomma a Randolph, in Massachusetts. “Lo faccio per il suo bene”, avrà pensato. E mai pensiero fu più profetico.
Insomma, Paul viene accolto come service boy alla Randolph Rubber Company, detta Randy’s, di Randolph. Che non è uno scioglilingua, ma il fatto oggettivo che darà l’impulso a una serie di avvenimenti successivi. Perché mentre Paul Van Doren, da bravo ragazzo di bottega, pulisce i pavimenti dagli scarti di lavorazione, impara tutto ciò che c’è da sapere sulle scarpe, sulla tela, sulla gomma. E sulla gestione di un’attività.
C’è un passaggio nella sua autobiografia (il titolo è Autentico, edizioni Apogeo. Leggetela, vi prego) in cui Paul racconta come una trasferta con il suo capo Bob Cohen, figlio del proprietario di Randy’s e proprietario a sua volta di una favolosa Buick decappottabile, abbia dato impulso alla prima vera intuizione da business man della sua vita.
Nata da un contenzioso a proposito di un piccione (preparatevi, nella vita di Paul Van Doren tutto nasce per fatti abbastanza singolari), è riassumibile più o meno così: “mai dipendere solo da una manciata di compratori”, “dire addio quanto prima agli intermediari” e, soprattutto, “evitare sempre gli idioti”. Siamo a metà degli Anni 60 e di lì a poco, proprio sulla base di questo modello, nascerà la Van Doren Rubber Company, meglio conosciuta come Vans.
“La mia sarebbe stata un’azienda autentica, non solo nella realizzazione di un prodotto di qualità, ma anche nell’operare in modo fedele alle mie certezze. Posso dire con convinzione che la costruzione dell’azienda che è diventata Vans è stata fino in fondo un’espressione della mia personalità”.
Una cosa è certa. Nel 1964, anno in cui i fratelli Van Doren, Gordon C Lee e Serge D’Elia fondano ufficialmente l’azienda, Paul aveva già le idee chiarissime: realizzare la scarpa migliore, con materiali e lavorazioni d’eccellenza.
“Fare scarpe è un’arte e io non ho mai voluto realizzare prodotti di seconda categoria. Nel campo delle calzature, la gomma vulcanizzata è da sempre sinonimo di qualità: all’epoca Charles Goodyear aveva capito come vulcanizzare la gomma (mescolandola allo zolfo e quindi riscaldandola per garantirne la durata e l’elasticità) e Keds aveva innovato l’incollaggio delle tomaie in tela alle suole di gomma. Se a questo aggiungiamo i miei vent’anni di lavoro in ogni sezione della linea di produzione, sapevo tutto quello che mi serviva sulla chimica e sull’arte di creare un paio di sneaker in tela di qualità”.

Il primo negozio Vans apre il 16 marzo 1966 al 704 di East Broadway ad Anaheim, California. Qui si fabbricano scarpe che si vendono direttamente al pubblico. Ciao intermediari, addio sudditanza da grandi magazzini e store. Le scarpe vengono create al momento, praticamente su misura e su ordinazione. Si sceglie un modello tra i tre disponibili e la scarpa viene prodotta in giornata, pronta per essere ritirata in una manciata di ore. Il che si traduce in zero merce invenduta, zero costi di magazzino e profitti al massimo.
Nel giorno di apertura venderanno 12 paia di Vans #44 Deck, quelle che oggi – a 60 anni dalla nascita – si chiamano Authentic. Prima scarpa iconica del brand riconoscibile per la Waffle Sole, la suola in gomma stampata che ricorda un waffle. Costavano 2,49 dollari nella versione da donna e 4,99 in quella da uomo.
Ora immaginatevi un attimo lo scenario: siamo in California a cavallo tra i ’60 e i ’70. Santa Monica e Venice Beach sono i paradisi del surf. Quelli seri surfano a Dogtown tra i pilastri in rovina del Pacific Ocean Park. Ma l’oro in bocca ce l’ha solo il mattino e il resto della giornata va riempito. Sostanzialmente, lo skate viene ripescato dalla cesta dei giocattoli Anni 50 esattamente per questo: per fare qualcosa di propedeutico al surf durante le ore in cui non c’è onda.
Sono gli anni degli Z Boys del Jeff Ho & Zephyr Shop team, di Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams. Lo skate sta esplodendo e Vans accompagna il fenomeno aprendo store ovunque. Non tutti vanno forte, ma il livello del prodotto è pazzesco. La parola d’ordine, proprio come per le tavole da surf e da skate, è customizzazione: ai clienti viene lasciata carta bianca sulla creatività della propria #44 Deck Authentic dei sogni che, come per magia, arriva nelle loro mani in un paio di giorni. È possibile addirittura portare da casa i materiali. Più di così…
In realtà Paul Van Doren non era partito dall’idea di creare la calzatura ideale per lo skateboard. Credeva soltanto che produrre scarpe poco costose, ma di altissima qualità, fosse possibile. Il resto venne da sé.
Cos’aveva di tanto speciale la #44 Deck? Innanzitutto, la suola aveva uno spessore doppio rispetto agli altri modelli dell’epoca, era in gomma vulcanizzata e la trama waffle di cui sopra la rendeva super resistente e antiscivolo. La scarpa perfetta per gli skater, in effetti. Ma non solo. Di lì a poco si iniziò a vederla ai piedi di chi trickeggiava con le BMX, dei punk e ancora dopo degli appassionati di streetwear radicale. Niente fronzoli né dettagli superflui: solo la scarpa da indossare per andare a fare ciò che si deve fare.
La Vans Authentic, in 60 anni di storia, ha visto un milione di collaborazioni e livree: Star Wars, Spongebob, Nintendo, Playboy… Con Supreme le più note sono quelle ispirate alle zuppe Campbell’s e poi, nel 2012, quelle con i quattro colori Vans e la scacchiera nella parte posteriore della tomaia. Poi sono arrivati Comme des Garçons, Kenzo, Gosha Rubchinskiy…
E oggi, per celebrare le 60 candeline, Vans dedica alle Authentic una campagna molto speciale, realizzata dalla fotografa Rosie Marks, che ha messo nel suo obiettivo personaggi very Off The Wall, tra musica, skate e cultura contemporanea: SZA, sette volte vincitrice di un Grammy Award, Hayley Williams dei Paramore, Travis Barker, il musicista Franz Lyons dei Turnstile e gli skateboarder Lizzie Armanto e T-Funk.
Tra successi, cadute, derive hyperfashion e momenti in bilico, Vans continua a celebrare la propria capostipite. E credo che nessuno come Paul Van Doren, scomparso nel 2021, sia autorizzato, ancora oggi, a dire la sua: “Avevamo scelto un modo diverso di competere e intendevamo raggiungere una posizione difficile da copiare: l’orgoglio per le modalità con cui creavamo le nostre scarpe era al centro della nostra identità in un mercato ormai piuttosto affollato. Se non avessi imparato a fabbricare scarpe, non avrei mai potuto progettarle. Quando ebbi la possibilità di prendere in prima persona le decisioni, stabilii di voler creare una scarpa tanto innovativa quanto familiare (…). Fin dal primo giorno, sapevo che il mio successo dipendeva dal gruppo che avevo radunato per realizzare scarpe della migliore qualità con uno scopo comune. Avevo bisogno di circondarmi di persone che condividessero la mia convinzione che niente nella vita o negli affari sia impossibile. Certo, potrebbe essere costoso, o richiederà più tempo di quanto qualcuno voglia impegnare, ma posso assicurarvi che, salvo quegli ostacoli, nulla è impossibile: e chiunque dica il contrario, mente”.


























