Solo due mesi fa, su queste pagine, celebravamo la “deviazione perfetta” : quel calcolo matematico, il percorso ideale tracciato con precisione dove ogni curva è studiata per il piacere di guida e ogni sosta per la comodità più assoluta. Eravamo convinti, forse con un po’ di pigrizia di primavera addosso, che la bellezza risiedesse nell’assenza di intoppi. Ma l’asfalto rassicurante, col tempo, diventa noioso e allora oggi, col caldo afoso dell’estate e la voglia di selvaggio che ci brucia sotto le ruote, siamo pronti a cambiare rotta.

Viviamo nell’era dell’itinerario calcolato al millimetro, del navigatore che ci suggerisce la via più veloce e i nostri veicoli, sempre più tecnologici e connessi, ci isolano dal mondo esterno avvolgendoci in bolle insonorizzate e perfettamente climatizzate. L’imprevisto è stato debellato dal codice delle mappe digitali. Eppure, per chi ha benzina e fame, la perfezione della rotta ideale è la morte stessa dell’avventura.

E allora eccoci qui, questa volta, a cercare la deviazione imperfetta. Non una svista causata da un momento di distrazione al volante, ma una scelta lucida e deliberata, il momento esatto in cui decidi di spegnere lo schermo, ignorare la voce del GPS e puntare il muso della moto, la ruota infangata dell’auto o la punta usurata degli scarponi verso il margine della mappa. Lì, proprio dove le linee spesse dell’autostrada diventano tracce sbiadite, mulattiere sterrate o sentieri impervi che poi, semplicemente, svaniscono nel nulla.

In questo viaggio ai confini della comfort zone abbiamo deciso di portarvi a scoprire tre luoghi del gusto che, per loro stessa natura geografica e spirituale, sfuggono ad ogni logica del turismo di massa. Luoghi inaccessibili dove sedersi a un tavolo e mangiare non significa consumare un pasto, ma godere della sacrosanta e sudata ricompensa finale che segue una conquista. Ci muoveremo dalle onde nervose della Costiera Amalfitana ai ghiacci spietati del massiccio del Rosa, fino alle viscere ribollenti di magma delle Canarie. Tre deviazioni assolutamente imperfette, tre esperienze indiscutibilmente e fieramente wild.


Preparatevi a sporcarvi le mani e a lasciare che il vento vi schiaffeggi. Andiamo? Non tornerete indietro con le camicie stirate, ma…

Da Adolfo, Positano

La parola Positano, nell’immaginario collettivo globale, evoca una cascata inebriante di case color pastello abbarbicate sulla roccia, boutique che vendono lino grezzo, file sterminate di mega yacht ormeggiati al largo e flûte di champagne ghiacciato sorseggiato con ostentata noncuranza su terrazze inaccessibili. È l’apoteosi del lusso mediterraneo, un paradiso pettinato. Eppure, se si ha il coraggio e la volontà di deviare, esiste una magnifica e rumorosa crepa in questa perfezione da cartolina. Una faglia temporale in cui lo spirito hippie, libero e meravigliosamente ruvido degli anni Sessanta non ha mai accettato di scomparire. Questo minuscolo angolo nel mondo si chiama Spiaggia di Laurito e arrivarci è l’essenza stessa della deviazione imperfetta.

Scordatevi di poter inserire l’indirizzo nel navigatore e fermare l’auto elegantemente davanti a un ingresso con tappeto rosso: al Ristorante Da Adolfo si arriva solo meritandoselo! Le opzioni di avvicinamento sono due, ma entrambe richiedono una buona dose di dedizione e sprezzo del comfort. Se siete puristi della fatica, potete parcheggiare (e già qui la prima sfida) il vostro mezzo lungo i nastri d’asfalto aggrovigliati della Statale Amalfitana 163, per poi affrontare un tuffo verticale nel vuoto, una discesa composta da oltre quattrocento gradini sconnessi e irregolari, incisi barbaramente nella roccia a strapiombo sul blu, scendendo immersi in una macchia mediterranea fitta, ostile, che graffia polpacci e braccia mentre inebria le narici con raffiche di mirto, rosmarino selvatico e finocchietto.

Oppure, ed è la via che vi raccomandiamo caldamente, potete mescolarvi alla folla modaiola del Molo Leonide Massine, nel cuore di Positano, e aguzzare la vista per cercare l’antitesi di ogni imbarcazione di lusso, un ruvido gozzo di legno, la cui vernice è stata gloriosamente scrostata da decenni di salsedine, sormontato da uno spavaldo pesciolino rosso di legno posizionato sulla punta dell’albero maestro. 

Salire su quel gozzo, lasciarsi sballottare dalle onde di scia incrociate dei motoscafi dei milionari mentre il mozzo urla ordini in dialetto strettissimo, è un vero e proprio rito di iniziazione. 

Poi si sbarca goffamente, inzuppandosi d’acqua salata, su una minuscola e inospitale striscia di ciottoli roventi e aguzzi. Il ristorante Da Adolfo non conosce le lusinghe dell’interior design, non ha pareti, non ha codici d’abbigliamento. No tovaglioli di lino e no posate d’argento. Sotto la tettoia spartana regna un’informalità caotica e rumorosa. Si mangia e si beve con i piedi scalzi inevitabilmente affondati nei sassi caldi della spiaggia, circondati a vista da vecchie reti da pesca ingarbugliate, cime incrostate di sale, boe colorate e bagnanti che si tuffano a due passi dal vostro tavolo. 

L’esperienza culinaria non propone spume o destrutturazioni, ma vi consigliamo di ordinare senza esitazione la loro firma storica, la celebre mozzarella arrostita direttamente su una grande foglia di limone (una tecnica antica che fa sì che il calore sprigioni gli oli essenziali del fogliame, avvolgendo il formaggio nel profumo balsamico della terra e degli agrumeti). E poi, a seguire, aggredite un guazzetto di cozze denso, pepato, che sa di scoglio frastagliato, o la zuppa di fagioli e cozze, o il totano verace spadellato con le patate, il tutto annaffiato generosamente da enormi caraffe colme di vino bianco locale arricchito con tranci di percoche succose.


www.daadolfo.com

Capanna Regina Margherita, Monte Rosa

Se la discesa verso la remota spiaggia campana di Laurito richiede di parcheggiare l’auto e dimenticarsi l’asfalto, la destinazione successiva della nostra deviazione imperfetta alza decisamente l’asticella e vi costringe ad abbandonare qualsiasi mezzo meccanico, qualsiasi motore a scoppio, termico o elettrico che sia. Qui, l’unico propulsore ammesso, l’unica forza motrice in grado di portarvi a destinazione, è il vostro cuore. Ma occhio eh, l’ascesa alla Capanna Margherita non è una semplice escursione domenicale, è un’impresa alpinistica vera e propria che sfida a viso aperto le leggi e i limiti stessi della fisiologia umana. 

Situata a un’altitudine ostile di 4.554 metri sul livello del mare, aggrappata disperatamente alla roccia della Punta Gnifetti nell’immenso massiccio del Monte Rosa, la Capanna Margherita è un mito, ed è il rifugio più alto dell’intero continente europeo. Arrivarci significa varcare un confine invisibile, uscendo dal mondo degli uomini per entrare in un ambiente estremo, monumentale, dominato dal ghiaccio e profondamente inospitale. Praticamente, devi essere un alieno.

Il viaggio verso questo santuario sospeso inizia molto prima dell’alba, quando le tenebre sono ancora assolute e le temperature, in alcuni periodi dell’anno, sfiorano senza sforzo i 20 gradi sotto lo zero. Si parte con la luce tremolante delle lampade, con i ramponi d’acciaio affilato ben serrati ai piedi e la piccozza stretta nel pugno. Poi, si procede silenziosi in fila indiana, legati l’uno all’altro da una corda in nylon che rappresenta l’unica vera assicurazione sulla vita, solcando le distese sterminate del Ghiacciaio del Lys. A queste quote invivibili per i comuni mortali, la deviazione imperfetta assume le sembianze terrificanti di un ponte di neve fragile da attraversare, di un crepaccio blu cobalto profondo centinaia di metri da aggirare con cautela, del respiro che si fa improvvisamente affannoso e corto a causa dell’aria impietosamente rarefatta e priva di ossigeno.

E poi il vento, un vento d’alta quota ululante e gelido che taglia la pelle del viso come una lama invisibile e il sole accecante dei ghiacciai che, al suo sorgere, brucia attraverso le lenti degli occhiali. Ma quando finalmente, dopo infinite ore di marcia estenuante, la sagoma scura e inconfondibile della struttura del rifugio appare lassù, in bilico da vertigine sull’abisso spaventoso della parete valsesiana, la prospettiva cambia radicalmente. 

Entrare in quel rifugio, farsi avvolgere dal tepore ovattato degli interni in legno, spogliandosi a fatica dell’attrezzatura, dei moschettoni e delle corde incrostate di brina, è praticamente una rinascita. 

E la ricompensa culinaria, misurata in queste condizioni estreme dove ogni singola caloria ha il peso specifico del piombo, assume un valore quasi divino! La tavola della Capanna Margherita non offre portate da chef stellato, ma carburante vitale. I rifugisti, compiendo autentici miracoli logistici e affrontando le complessità chimiche della lievitazione in totale assenza di pressione atmosferica (una condizione che fa impazzire gli impasti), riescono a sfornare la leggendaria pizza d’alta quota. Gustare una semplice e rovente fetta di pizza margherita, oppure tuffare il cucchiaio in una densa, ustionante zuppa di verdure arricchita di burro d’alpeggio e formaggio fondente, mentre si getta lo sguardo dalla piccola finestra ghiacciata sapendo di trovarsi fisicamente nel punto abitato più in alto d’Europa, con i polmoni che bruciano e i muscoli che gridano, è un’epifania dei sensi ineguagliabile. È il trionfo del calore e dello spirito umano contro la gelida ostilità della montagna. Un pasto che non dimenticherete finché… avrete respiro!


www.rifugimonterosa.it/capanna-margherita 

El Diablo, Lanzarote

L’ultima tappa di questo nostro speciale viaggio richiede un importante cambio di coordinate. Lasciamo i ghiacciai perenni e le scogliere a picco del sud Italia per compiere un atterraggio d’emergenza su un frammento staccato di Marte che, per un caso fortuito del destino geologico è caduto nel mezzo dell’Oceano Atlantico. L’isola spagnola di Lanzarote, l’avamposto orientale dell’arcipelago delle Canarie, è già di per sé una deviazione dalle normali e rassicuranti mete balneari tropicali, ma il ristorante El Diablo si spinge ben oltre il semplice isolamento geografico. Si trova nel cuore nero del Parco Nazionale di Timanfaya, e non è particolarmente ostico da raggiungere per via di pendenze proibitive o assenza di asfalto: la sua natura wild è estetica e d’atmosfera, e comunque vi obbliga, per arrivarci, a guidare per chilometri all’interno di un deserto apocalittico, uno scenario fatto di enormi distese di lapilli neri, maree di lava pietrificata contorta e immensi crateri color ocra e rosso ruggine, dove la vegetazione ha definitivamente abdicato, annientata e sostituita dalla geologia nella sua forma più nuda. Il viaggio in auto verso l’Islote de Hilario, l’altura vulcanica su cui sorge il ristorante, è magnetico. 

La vera anima selvaggia e indomabile di El Diablo non risiede soltanto nel panorama mozzafiato che lo circonda a 360 gradi, la deviazione estrema rispetto a ogni canone gastronomico è il suo inedito metodo di cottura. 

Dimenticatevi tubature del gas, forni elettrici di ultima generazione o costose braci di pregiati legni aromatici. Nel ventre oscuro del ristorante El Diablo l’alta cucina si fa da parte per lasciare spazio all’energia e primordiale dell’intero pianeta, il calore geotermico del magma vivo.

La struttura stessa del ristorante, un elegante cilindro di pietra con ampie vetrate panoramiche, concepito, sognato e realizzato dallo straordinario artista e architetto visionario isolano César Manrique (che spese la vita intera a fondere la sua arte con il respiro tellurico della sua terra), è stata appoggiata ed edificata esattamente al di sopra di un camino vulcanico termicamente attivo. 

Bastano soltanto pochi, pochissimi metri di scavo sotto il pavimento del ristorante e sotto le suole delle vostre scarpe per incontrare strati di roccia viva dove le temperature superano costantemente i 400 gradi. In un magistrale atto di sottomissione e sfruttamento della natura, ingegneri coraggiosi e architetti folli hanno forgiato un immenso pozzo circolare rivestito di roccia basaltica, ponendovi alla sommità mastodontiche griglie di ghisa spessa. Questo colossale barbecue infernale non ha una fiamma a vista ma cattura, incanala e sprigiona direttamente l’aria incandescente che sale in colonna termica dalle viscere della terra. 

Su queste griglie cuociono lentamente cosciotti di pollo dorati, spiedini di carne suina sfrigolante, salsicce rosse chorizo e, immancabilmente, le tradizionali papas arrugadas, le piccole patate canariensi che vengono cotte in acqua ipersalata fino a far raggrinzire la spessa buccia terrosa.
Sarà senza dubbio il pasto più caldo e sfacciatamente selvaggio della vostra vita!


www.cactlanzarote.com/en/el-diablo-restaurant

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