C’è stato un tempo in cui i tatuaggi non erano moda, ma margine. Appartenevano ai marinai, ai vagabondi, ai corpi che avevano visto il mondo. Se prendiamo lo scenario italiano, allontanandoci da porti e città di mare, la teoria de L’Uomo Delinquente di Lombroso era ancora fortemente radicata nella cultura popolare. Poi arrivò Gianmaurizio Fercioni. Che del tatuaggio fece arte, rito, mestiere. Ma soprattutto, lo rese una nuova cultura popolare. Non per moda, non per ribellione, ma per espressione. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo nel suo studio e museo a Milano, il Queequeg Tattoo Studio in via Mercato 16, nel cuore di Brera. Look distinto da dandy, sguardo attento e luccicante, con le mani che prontamente sistemano la forma dei baffi tra una pausa e l’altra.
Tattoo & POP culture
Oggi si parla di “cultura pop del tatuaggio” con leggerezza: il tattoo è sdoganato e l’Italia si posiziona prima in classifica per percentuale di persone tatuate, scoccando quasi il 50%. Ma c’è stato un tempo in cui l’ago sulla pelle era quasi un atto sacrilego, un segno di emarginazione. In quel tempo, Fercioni apriva il primo studio professionale di tatuaggi a Milano, nel cuore artistico di Brera.
«Quando ho cominciato, non c’era nessuno. Parlare di tatuaggi era quasi diabolico», racconta oggi con lo stesso tono ruvido e poetico impresso nei suoi disegni come nella sua voce. Ex marinaio, con l’anima errante e il tratto riconoscibile, Fercioni è stato il primo in Italia a rendere il tatuaggio una forma di espressione artistica, oltre a un marchio identitario.
Quella che segue è la storia di un pioniere. Ma non di quelli che cercano gloria. Fercioni è stato — ed è tuttora — artigiano, artista, outsider. Uno che ha navigato mari veri prima di incidere linee sulla pelle. Uno che ha fatto del tatuaggio una forma d’arte riconoscibile, rituale e profondamente umana.

Una scintilla sul ponte di una barca
«Io stavo nel nord, navigavo. Facevo trasferimenti di barche», racconta oggi con la voce lenta e spessa di chi ha visto molte cose. È lì che incontra il tatuaggio. Non nei salotti o per le vie del centro, ma nei porti, nei corpi segnati di chi vive sul mare, che ha sempre messo le vele a qualunque guscio galleggiante fin da ragazzino. È il 1965 e, a differenza dell’Italia, in Germania e Olanda la tradizione del tatuaggio è già viva e radicata.
È proprio lì che conosce Herbert Hoffmann, leggenda del tatuaggio europeo, e Cornelissen, altro maestro d’inchiostro. «Mi hanno insegnato tutto. Hoffman diceva sempre che è grazie al tatuaggio che ha avuto modo di girare il mondo e conoscere persone. Non sarò mai abbastanza riconoscente». Con loro scopre che il tatuaggio non è solo decoro, ma linguaggio, codice, segno di appartenenza tribale.
Il tatuatore come figura mitologica
C’era un tempo in cui il tatuatore incuteva un certo timore. Non per violenza, ma per mistero. Entrare in uno studio di tatuaggi era come varcare la soglia di un luogo sacro e un po’ proibito.

La figura del tatuatore portava con sé un’aura quasi mistica, un misto di rispetto e soggezione. Fercioni ricorda con affetto il suo mentore Herbert Hoffmann, tatuatore storico di Amburgo, «un omone enorme, con una gamba di legno che, quando iniziava a tatuare, poggiava di fianco al banco e ci metteva dentro i soldi. La gente si zittiva, intimorita dalla scena».
Ma sotto quella scorza ruvida, c’era una delicatezza fuori dal comune: «Ogni volta che tatuava chiedeva al cliente: “Sei sicuro che sia necessario?”», racconta Fercioni. Una domanda semplice, ma carica di senso. Perché tatuare non era solo incidere la pelle, era prendersi carico di un gesto irreversibile. «Questi vecchi tatuatori avevano una grazia, una sensibilità che oggi si è un po’ persa. Dietro quell’aria da duri c’era una profonda etica professionale».
Brera, Milano. Il primo studio, il primo segno
Nel 1974 Gianmaurizio apre il primo studio di tatuaggi in Italia in una corte appartata di Brera, un quartiere che — fortunatamente — aveva già una certa dimestichezza con l’arte e con gli eccentrici. «Ti vedevano come uno strano», dice ridendo. Ma è anche grazie a questa stravaganza che riesce ad attirare curiosi. Nessun media, nessun social. Si lavorava tramite passaparola e la qualità del lavoro era segno di garanzia.
In poco tempo, il tatuaggio smette di essere un tabù e inizia a diffondersi. Non ancora massivamente, ma l’idea si insinua. «In molti avevano visto i tatuaggi all’estero, nei porti e in alcune spiagge lontane. Appena hanno saputo che c’era uno studio a Milano, sono arrivati».
Il tratto Fercioni: identità, non stile
«I suoi tatuaggi si riconoscono subito», dicono molti. Non è solo stile, è identità. Gianmaurizio disegna da sempre a mano, non ha mai usato stencil e disegni preconfezionati.
E quando gli si chiede se un tatuatore debba necessariamente essere tatuato, risponde con una metafora cruda, ma precisa, e lo sguardo attento e profondo: «Un tatuatore senza tatuaggi non conosce la sensazione sulla pelle. Solo tatuandosi si renderebbe conto davvero di quello che sta facendo ed è veramente importante perché capirebbe quanto deve calcare, quanto deve andare veloce. Per me, è auspicabile, quasi indispensabile».
Non è solo una questione estetica: è esperienza, empatia, responsabilità.
L’etica del mestiere
Oggi il tatuaggio è ovunque. E questo, per Fercioni, è sia un bene che un male. «È bello che sia diventato popolare, ma molti lo fanno senza consapevolezza. Basta comprare una macchinetta e ti improvvisi tatuatore». La sua è una critica netta al vuoto simbolico che ha accompagnato la diffusione: una volta un’ancora era un simbolo. Adesso è per lo più un disegno.
Una trasposizione moderna di quello che la Pop Art aveva avuto il coraggio di esprimere già a metà Anni 50: un’ immagine che si ripete, si consuma, perdendo significato.
Ma questa non è solo nostalgia. È desiderio di recuperare un’etica del tatuaggio. Non basta essere bravi tecnicamente. Serve rispetto per il corpo dell’altro, per la storia che porta. E serve formazione: «Una volta si stava anni sotto un maestro in bottega. Dovevi darti da fare e rubare con gli occhi. Adesso si impara su internet».

Una firma chiamata “Testa e lisca”
Ogni artista ha un simbolo e quello di Fercioni è una lisca di pesce. «Sai cosa vuol dire? Vuol dire che non ce n’è per nessuno», racconta con orgoglio. È un motto di mare, usato nei porti dai pescatori quando tornavano dalla pesca senza bottino. Cos’avete preso? Testa e lisca! Niente, insomma. Ed è diventata un marchio, una firma visiva. Un tatuaggio nella cultura del tatuaggio, che tanto racconta della sua mano e della sua visione.
Convention, risse e pionieri
Negli Anni 80, Gianmaurizio è tra i primi a organizzare Tattoo Convention in Italia. La più memorabile? Milano, 1985: «Una rissa tra 80 persone. Skinhead, caos. Arrivò la polizia. Una carneficina. Anche Hoffmann la ricorda come una delle più memorabili e divertenti». Oggi sembra surreale, ma allora il tatuaggio era ancora gesto trasgressivo e spesso veniva associato a mondi marginali o pericolosi.
«Le prime convention erano vere. Un modo per incontrarsi tra tatuatori, per scambiarsi esperienze. Oggi sono fiere, vetrine, esibizione». Il suo sguardo non è cinico, ma critico: il cuore del tatuaggio è nel contatto, non sul palco.

Il museo nascosto nella bottega
Chi entra nello studio di Gianmaurizio Fercioni a Brera, non entra solo in un luogo di lavoro: entra in un museo vivente del tatuaggio. Un archivio personale, un sancta sanctorum di immagini, macchinette, fotografie, disegni e cimeli raccolti in decenni di carriera. Memoria, testimonianza, racconto.
Ogni oggetto ha una storia, ogni dettaglio parla di un’epoca in cui tatuarsi era un atto raro e significativo. Per lui, trasmettere la cultura del tatuaggio significa anche preservarne la profondità, sottraendola alla deriva dell’effimero.
La sua collezione ha un valore non solo artistico, ma anche culturale e antropologico: racconta come il tatuaggio sia stato — e continui a essere — un linguaggio identitario, un rito di passaggio, un modo di incidere su di sé una storia personale o collettiva. È un museo che custodisce l’evoluzione sociale del corpo come superficie espressiva.
Il suo museo non ha orari di apertura, né biglietteria. È parte integrante dello studio, fuso con il lavoro quotidiano. Ma per chi ha occhi per guardare — e orecchie per ascoltare — è una delle collezioni più intime e importanti sulla storia del tatuaggio in Italia. Un luogo dove il tempo resta inciso, come l’inchiostro sulla pelle.
Ed è proprio questo gesto di conservazione e apertura — portare nel cuore di Milano la storia del tatuaggio mondiale— che ha contribuito, forse più di ogni altra cosa, alla sua “popizzazione”. Fercioni ha reso visibile ciò che prima era nascosto: ha fatto del tatuaggio non solo un’arte per pochi, ma una cultura condivisa, accessibile, capace di dialogare con le persone, con la città, con il tempo presente.
La magia del tatuaggio
Fercioni vede nel tatuaggio una dimensione magica e ancestrale. «I vecchi tatuatori ti dicevano: è magia. Non sapevano spiegartelo a parole. Ma lo sentivi». E questa magia, oggi, si è in parte dissolta nel gesto estetico. Ma resta per chi sa vederla.
Non ha mai avuto paura di dire di no. «Ho rifiutato molti lavori. Se capisco che è solo per emulazione, non lo faccio. Non c’è verità».

La nuova generazione e il futuro
Oggi sua figlia Olivia ha raccolto il testimone. «Non perché è mia figlia, ma è brava. È una cosa che ha iniziato lei, per conto suo. E io non entro mai nei meriti delle scelte, soprattutto di Olivia. Ha la mano, ha il rispetto per questo mestiere e tanto basta». E quando gli si chiede se c’è un augurio che vuole fare al mondo del tatuaggio, risponde senza retorica: «Che continui questa dimensione affascinante. Che le nuove leve capiscano cosa vuol dire davvero».
Tra i giovani che stima cita Stizzo e Davide Andreoli: «Hanno cultura, rispetto per la tradizione. Non vogliono solo differenziarsi, ma raccontare una storia».
Ultimo tratto: la pelle e l’anima
A chi gli chiede come si descriverebbe, Fercioni risponde semplicemente: «Un tatuatore». Senza fronzoli, senza mitologia. Ma in realtà è molto di più: è un ponte tra epoche, tra linguaggi, tra mondi. Ha trasformato il tatuaggio da rito marginale a gesto culturale. Da sottopelle a superficie pop.
Nel suo studio, ancora oggi, si respira tempo, non tendenza. E mentre disegna, lavora, fuma una sigaretta, lascia sulla pelle degli altri la stessa cosa che ha lasciato sulla storia italiana del tatuaggio: un segno, forte, profondo, riconoscibile.
Alla domanda «cosa vorresti lasciare al mondo del tatuaggio», il viso si piega in un mezzo sorriso e la risposta è lapidaria: «IL TATUAGGIO». Del resto, non ce n’è per nessuno…















