C’è un momento preciso in cui l’auto (o la moto) smette di essere un mezzo e diventa un concetto. Quando non basta più ammirarla in garage, lucidarla la domenica (sì, c’è chi lo fa ancora e lotta insieme a noi) o postarne il muso su Instagram con l’hashtag #driveporn. No, c’è un attimo — e lo riconosci subito — in cui vai oltre e desideri che l’automobile esca dal box e si insinui tra i mobili di casa. Non con la prepotenza di un SUV parcheggiato in salotto come te lo aspetteresti in una pubblicità americana dei primi anni Duemila, ma con la grazia di un oggetto pop: destrutturato, ricontestualizzato, riportato alla sua dimensione simbolica. Ed è così che ci si ritrova a fare doomscrolling su Pinterest alla ricerca dell’ennesimo “home office industrial con accenti racing”, non proprio la strada verso il design più originale e accattivante. Perché bisogna saper andare oltre ai tubi zincati, le piastrelle bianche da metropolitana e le scrivanie da finta officina hipster. Il decor automobilistico è qualcosa di più. Come fanno quelli di CasaGarage, che studiano modi nuovi di integrare il mondo dei motori nel design di interni rendendolo centrale anche lontano dalla strada.

C’è un’arte che fonde la ruggine delle officine con la raffinatezza degli atelier, un’estetica che eleva i dettagli meccanici a icone culturali e li trasforma in elementi di un’eleganza inaspettata. Parliamo del design d’interni a tema garage, un fenomeno ben lontano da essere una novità che però sta vivendo un momento di maturità e consapevolezza. E il suo carattere, sempre più definito e meno provocatorio, ci costringe a una riflessione: volendo fare qualcosa di originale che non sia semplicemente appendere il pannello rubato al benzinaio del paese spacciandolo per stile industrial-chic, bisogna andare oltre, cercare un’espressione autentica e potentemente Pop che sia coerente con il tempo che viviamo. D’altronde qui stiamo parlando della celebrazione di una passione che trasforma l’oggetto comune in oggetto di arredamento, il simbolo di una subcultura in un elemento di design universale. Tutto molto filosofico, più sofisticato della citazione di Bukowski che coronerà il vostro post sulle vacanze al mare. Facciamo però un passo indietro, un po’ più pane e salame. Arriva un momento nella vita di noi malati di motori in cui incominciamo a desiderare che il garage trascenda da quel loculo un po’ umido al terzo piano interrato dove ci siamo fatti venire il raffreddore perenne durante l’inverno. 

Da Pistoia all’autorimessa. 

E quindi, cosa cerchiamo? Vogliamo un garage che non sia più un garage. Sarà la noia, o un accenno di crisi di mezza età che oggi parte sempre prima. Un bel giorno scopri che certe persone usano i sedili delle auto d’epoca come poltrone da lettura per casa. Ci ha provato pure chi scrive, con le panche posteriori della 500 L di un vecchio zio, ma il risultato non è proprio quello delle sedute di Le Corbusier per Cassina. Un’idea che ti viene, poi te la dimentichi per un po’ e alla fine si ripropone, magari perché vedi le foto di una villa in Brianza dove hanno fatto una parete interamente di cassette degli attrezzi arancioni Beta convertite in ante della cucina. Oppure di un interno lucido ma caldo, fatto di pareti in lamiera forata, luci industriali che pendono dal soffitto e del cofano di una Lancia Fulvia sospeso come fosse un quadro di Fontana.

Ambientazioni che sono il pane quotidiano di CasaGarage, un atelier nato da un’idea semplice: dare alle auto il risalto che meritano, integrandole nello spazio così da poterle vivere ogni giorno come parte centrale del proprio mondo che si tratti di un’abitazione, di un ufficio/showroom o della più estemporanea hospitality di una manifestazione espositiva. Frutto del lavoro di Giacomo Lazzaro ed Edoardo Antonelli, CasaGarage nasce a Pistoia, ma potrebbe trovarsi ovunque ci sia amore per il metallo, per le curve delle carrozzerie vintage, per la meccanica come forma d’arte. È una realtà ibrida, un atelier creativo giovane più che uno studio di design, dietro al quale fanno capolino artigiani, carrozzieri, tappezzieri, sarti del ferro e del pellame. All’intersezione tra eleganza, artigianalità e – perché no – quel pizzico di ricercatezza non ostentata, mai pomposa. Il tutto con un approccio che è insieme poetico e ingegneristico: nulla è lasciato al caso, tutto ha un retrogusto di emozione. L’automobile è vista non come un’icona da idolatrare, ma un codice visivo da decostruire e ricomporre in uno spazio vivo. Non si tratta di appendere un volante al muro o di usare i copricerchi come specchi: l’obiettivo è costruire ambienti in cui ogni elemento sia parte di un racconto che, in funzione del vissuto del cliente, può essere fatto di corse notturne sui rettilinei di Le Mans, di viaggi estivi in cinque su una Uno Turbo o di sogni mai del tutto sopiti tra Formula 1 e WRC.

Procar, il garage si fa living.

E sicuramente il vissuto di uno dei primi clienti dell’atelier, il gentleman driver Alessandro Carrara patron della titolatissima scuderia Procar, ha dato molto cibo per i pensieri dell’Art Director Giacomo Lazzaro in una delle prime realizzazioni di CasaGarage che sono arrivate fino al grande pubblico. Un progetto dal nome evocativo, Procar, che ha gettato le basi dell’estetica raffinata dell’atelier in una location di grande impatto: la ex Officina Specializzata Bulloneria e Affini di Pistoia, un luogo che ha visto nascere e crescere l’industria meccanica italiana fin dal 1954, dove è stato realizzato un intervento di recupero che ha saputo preservare l’anima industriale del luogo mantenendo elementi originali come i pavimenti, le travi a vista e i vecchi impianti, ma arricchendolo con elementi di design contemporaneo e, soprattutto, rendendolo un habitat ideale per una preziosa collezione di auto d’epoca, dove fanno capolino oggetti come una Fulvia 1.6 HF Gruppo 4 che nel 1973 che vinse l’europeo con Munari, una Subaru Impreza WRC, o una Alfa Romeo 33 Spider prototipo, una delle 3 nate dalla coupé Daytona nel 1970. Roba forte, a cui fanno da corredo arredi su misura di B&B, Moroso, Martinelli, Kartell, Artemide, Planula, Guzzini, Anonima Castelli, Siarco e ArteLuce. Oggetti che hanno trasformato un vecchio capannone in un’esperienza sensoriale, un viaggio nel tempo e nella passione automobilistica ma vivibile anche comodamente seduti con un calice di vino, parlando d’altro. Dove ogni pezzo, anche quelli che con le auto non c’entrano nulla, è unico e ben rappresenta la filosofia di personalizzazione marcata ma non eccessiva che è il marchio dell’atelier. L’obiettivo di CasaGarage non è solo creare un ambiente bello, ma costruire uno spazio che sia in sintonia con la personalità e la passione del cliente, un vero e proprio abito sartoriale tra quattro mura, cucito su misura.

R5, la casa diventa vettura.

Un intervento di impatto, certo, ma comunque nell’alveo del convenzionale. Un vestito elegantissimo per uno spazio che nasceva già, per certi versi, predisposto. Poi ci sono le realizzazioni un po’ più audaci, come il tribuito alle Renault 5. Proprio lei: la piccola tuttofare francese, quella che negli anni ’80 faceva battere il cuore ai ventenni e oggi smuove la nostalgia dei cinquantenni. Tanto che la Casa della Losanga l’ha tirata fuori dalla naftalina in salsa elettrica, scomodando anche livree iconiche come quella che Jean Ragnotti portò alla vittoria del Tour del Corse nel 1982. Per i cinquant’anni del modello CasaGarage l’ha presa e l’ha trasformata in occasione del Salone del Mobile 2022. Non una Turbo 2 da collezione, non una versione Alpine da godersi tra i tornanti. Una R5 base, come quelle con cui si andava in campeggio o al liceo. E l’ha trasformata. Letteralmente. L’auto è stata smontata con precisione chirurgica, sezionata, reinterpretata. Non restaurata, non modificata: reinventata. I sedili sono diventati due poltrone con nuove imbottiture in velluto e lana Decobel, i tappetini lasciano il posto al parquet e l’interno si arricchisce di mensole portafoto, applique, piante e complementi di arredo. Stupenda ancorché spogliata della sua funzione essenziale di mobilità, perfetta per un tè al centro di un salotto mentre magari fuori piove. È uno spazio, un ambiente, una microarchitettura domestica. Qualcuno la definirebbe kitsch, prendendo una cantonata. Perché, signori della giuria, siamo davanti ad un’operazione Pop, nel senso più nobile del termine: prendere un oggetto ordinario (seppur amato) e portarlo in un’altra dimensione, in cui diventa racconto, memoria tangibile. Come quando Warhol prendeva una lattina Campbell e ne faceva un’icona. L’operazione funziona perché c’è rispetto. La Renault 5 resta una Renault 5. Ma si offre ad un altro utilizzo, diventa soggetto e non solo oggetto. Non viene ridotta a feticcio. Viene trasfigurata. Très chic!

Estetica da riscoprire. 

CasaGarage lavora anche su progetti meno invasivi, come potrebbero essere una scrivania costruita con il semiasse di una Lancia Delta Integrale, una libreria con mensole ricavate dai longheroni di un Maggiolino, o una testiera del letto fatta con il portellone posteriore di una Citroën Visa. E ogni volta il risultato è coerente, mai sopra le righe. Il pezzo automobilistico non è un pretesto: è l’anima del mobile e dello spazio, e questo ci porta un po’  a chiudere il cerchio di questo Issue. Il Pop, nel senso originario, è la democratizzazione dell’estetica. È l’idea che anche ciò che è quotidiano, funzionale, apparentemente lontano dai canoni estetici convenzionali, possa essere bello, significativo, qualche volta commovente. CasaGarage parte da qui, ma va oltre: prende l’oggetto Pop per eccellenza — l’automobile, come ci ricordava qualche tempo fa Carlo Borromeo [ve ne avevo parlato qui] — e lo trasforma in architettura. Non per feticismo analogico, ma per progettare luoghi vivi. Dove il tempo passato non è rimosso, ma integrato.

È difficile spiegare CasaGarage a chi non ha mai amato un’auto. A chi ha sempre vissuto il garage come luogo di passaggio, come spazio tecnico, come deposito per l’inutile. Ma per chi ha passato pomeriggi a lucidare una vernice metallizzata, o serate a smontare carburatori con la radio accesa, tutto questo ha un senso profondo. Il garage non è solo un luogo. È un’estensione della memoria. È il posto dove si diventa adulti in silenzio, avvitando qualcosa. E che può espandersi fino ad abbracciare l’altro luogo per eccellenza, il focolare domestico. Tornando al nocciolo della questione, il Pop, come filosofia, vive di cortocircuiti. L’alto e il basso. Il ricordo e l’uso. La cultura aulica e quella di massa. CasaGarage questo lo sa, e lo traduce in ambienti che sono autentici, vivi, sorprendenti. Ogni progetto ha il profumo della benzina ma anche della cera d’api. Ogni spazio racconta una passione. Ogni dettaglio — una cucitura, una saldatura, una scelta cromatica — è pensato come in un laboratorio alchimisti. E qui sta il cuore della questione. Non è il Pop finto da centro commerciale, fatto di citazioni vuote. Ma quello autentico: prendere l’oggetto quotidiano e trasformarlo, senza tradirne l’origine. Anzi, sublimandola. Il cofano non viene nascosto: viene celebrato. La ruggine non viene cancellata: viene incorniciata. Il sedile non è un ricordo: è un presente abitabile.

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