Amici di Wheelz, questo mese parliamo di Hybrid. Come potete immaginare non ci riferiamo a compromessi tiepidi o mezze misure. Qui si parla di crossover forti e d’impatto, vere e proprie collisioni tra mondi che si scontrano e trovano modi ingegnosi per unirsi alla perfezione.

Mi piaceva l’idea di fare due chiacchiere con un personaggio che portasse avanti la bandiera del rock con unicità e il pensiero è subito caduto su Davide Locatelli: pianista bergamasco, compositore che suona con l’attitudine di una rockstar, capace di prendere la disciplina classica e trascinarla senza paura verso territori rock e pop.

Il suo modo sanguigno e dinamico, potente ed elegante di far volare le dita sui tasti sa regalare un mix incredibile, unendo mondi solo apparentemente agli antipodi, musica classica e contemporanea, legate dal filo rosso della sua creatività.

Davide è la dimostrazione che “ibrido” non è necessariamente una categoria: può essere una necessità, un non luogo che crei per far esistere le tue idee, senza darti un confine o una definizione. Il suo stile è un condensato di amore per la musica coltivato fin da bambino, un fiume che porta con sé gli studi classici al conservatorio e l’energia primordiale del rock che gli ha rapito l’anima, unite in musica dai tasti del suo pianoforte.

E allora, insieme, abbiamo chiacchierato di identità, di libertà creativa, della spinta che è bene cercare (e poi seguire) in prima persona per uscire dagli schemi, senza mai perdere credibilità.

 

Se il rock non è negli amplificatori, ma nelle intenzioni… bè Davide Locatelli è la nostra rockstar.

Iniziamo subito a bomba. Qual è il tuo ingrediente segreto capace di rendere rock il pianoforte senza travestirlo?

“Sicuramente l’unicità di aver creato qualcosa di nuovo e differente tanti anni fa, senza mai scendere a compromessi commerciali con niente e nessuno. Non cerco di far sembrare il pianoforte una chitarra, lo lascio essere ciò che è, uno strumento elegante. E poi lo metto in un contesto dove sembra fuori posto”.

 

Ci sono un insegnante o un mentore dai quali hai ascoltato una frase che ti porti dietro ancora oggi?

“Ho avuto un grande mentore, un importante direttore radio, che mi ha insegnato che è sempre meglio prender le scale piuttosto che l’ascensore. Con un blackout può crollare tutto… Se capisci quello che intendo”.

 

Cosa “rubi” al jazz, al pop o al rock e cosa invece non ruberesti mai?

“Good artists copy, great artists steal, questo diceva qualcuno. Cerco sempre di andare ai concerti di altri per farmi ispirare e “saccheggiare” un po’ di idee, che messe insieme creano quello che sono io. La gente, ma soprattutto gli artisti, dovrebbero prendersi il tempo per andare ad ASCOLTARE quello che fanno gli altri: a me sembra ci sia in giro un banalismo terrificante che non sta aiutando la musica ad evolversi. Non ruberei mai, invece, l’identità. Quando inizi ad imitare qualcuno, smetti di dire qualcosa di tuo”.

Quali sono i tre ascolti che ti hanno formato più di qualsiasi lezione?

“I Falling in reverse mi hanno insegnato cosa significa rompere ogni tipo di barriera. Lavoro con Ronnie Radke da oltre un anno ed é stato il mio mentore musicale: ha cambiato tutto. Sacrificherei la mia vita da solista, per loro. Poi i Linkin Park. Sono stati i primi che mi hanno aperto la via del crossover. Chester é stata la svolta. Infine, i My Chemical Romance: mi hanno insegnato che, oltre alla musica, l’estetica nel mio lavoro gioca un ruolo importante”.

 

Cosa stai combinando in questo momento preciso?

“Sto ricostruendo me stesso”.

 

Come mai la scelta di vivere in America? Come si sta lì? Musicalmente, cosa trovi di diverso?

“In Italia mi son sentito limitato in tutto. Ho fatto tanto, lavorato con tutti i più grandi brand, ma non ero più motivato a continuare. Ho voluto giocarmi la partita più grossa e ora sono qui a giocarmela. Sicuramente non avere il mio mentore Roberto Rossi a fianco ha cambiato molto”.

Che rapporto hai con la tecnologia e la famigerata IA? Ti ha reso più libero o più dipendente?

“Per la vita quotidiana é sicuramente un incredibile aiuto. Musicalmente lo trovo imbarazzante. Una volta ho chiesto ad un noto producer di mandarmi una bozza di un pezzo e mi ha mandato dieci files diversi generati con l’IA. Follia. Follia che si sia arrivato a tanto”.

 

Il pubblico oggi spesso scopre talenti e musicisti prima sullo schermo e poi dal vivo: questo influisce sul modo in cui scrivi e suoni?

“No. E mai cambierò”.

 

Restando in tema hybrid: qual è stata la scelta più ibrida, più rischiosa lungo il tuo percorso lavorativo?

“Beh, incendiare due pianoforti in due patrimoni dell’Unesco differenti. Bello, lo rifarei”.

Stai progettando il tuo prossimo capitolo? Cosa prevedi per il futuro prossimo?

“Sto sperimentando nuovi generi, molto lontani dal pianoforte classico. Ho sempre amato unire suggestioni lontane da loro, per creare qualcosa di unico”.

 

Che rapporto hai con i motori?

“Sono sempre stato appassionato di auto americane. Quando vivevo in Italia ne possedevo due. Ora, negli States, sono ovviamente diventate la normalità. Mi sono invece appassionato al Supercross grazie al mio videomaker Mattia, sport molto sottovalutato e che meriterebbe più visibilità in Europa”.

 

Quando guidi preferisci la musica o il silenzio per far posto ai pensieri?

“Sempre musica nei miei viaggi, sempre alla ricerca di nuove idee e ispirazioni”.

C’è una moto che hai in modo particolare? Come mai?

“Mi manca la mia Husqvarna 125 Super Motard con la quale mi sono ribaltato tipo 80 volte… Però mi son sempre rialzato 🙂”.

Privacy Preference Center