Credo che oggi essere ribelli non significhi più fare rumore. Non necessariamente, almeno. In un tempo in cui persino la provocazione è diventata un linguaggio codificato, replicabile, vendibile, in cui l’anticonformismo ha i suoi trend e la trasgressione una sua estetica perfettamente riconoscibile, essere Rebel potrebbe significare qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, più difficile: guardare nella direzione opposta a quella in cui stanno guardando tutti.

Scegliere l’imperfezione mentre intorno tutto viene corretto. Cercare ciò che disturba mentre gli algoritmi imparano a servirci esattamente ciò che vogliamo o anzi, meglio, che abbiamo imparato a voler vedere. Difendere il proprio sguardo anche quando sarebbe più semplice renderlo accomodante.

Con Federico Hurth il primo contatto è avvenuto quasi per caso, al Lugano Tattoo Royale. Tre fotografie di grande formato, tre fotogrammi realizzati a Los Angeles, esposti in mezzo a una convention dedicata al tatuaggio. Immagini forti, crude, difficili da ignorare. Non erano lì per decorare uno spazio e non avevano bisogno di una spiegazione per attirare l’attenzione.

L’interesse da parte mia è stato immediato. La prima cosa che ho pensato? “Wow”.

La seconda? “Chi diavolo ha realizzato questi scatti?”.

Poi ho scoperto chi c’era dietro quelle fotografie. E la faccenda si è fatta ancor più interessante.

ONE SHOT, ONE KILL

Federico Hurth è nato a Lugano nel dicembre del 1998 ed è cresciuto tra la quiete della città svizzera e l’intensità di Milano. Due realtà quasi opposte che, prima ancora dei viaggi e dei progetti internazionali, hanno contribuito a costruire quella fascinazione per i contrasti che ancora oggi definisce il suo sguardo. Eppure, all’inizio, non c’era nulla di così programmatico.

«Il mio progetto con la fotografia nasce da un’ispirazione presa da Hedi Slimane (stilista e fotografo francese, ndr)».

A colpirlo non è soltanto il modo di fotografare, ma soprattutto quella gioventù losangelina fatta di skater, punk e surfers che Slimane raccontava attraverso le proprie immagini. Federico non ha una formazione fotografica accademica. Compra una macchina a pellicola e comincia semplicemente a fotografare gli amici.

Nasce così Wasted Youth: inizialmente quasi un contenitore parallelo alla sua identità personale, poi un vero progetto fotografico. Una “gioventù dannata” che, come racconta lui stesso, all’inizio lo era spesso più nell’estetica che nella sostanza: ragazzi che giocavano con l’immaginario della ribellione, con la moda, gli eccessi e i vizi. Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha voluto essere una rockstar?

La pellicola, invece, è rimasta. Ed è una scelta particolarmente interessante per qualcuno nato alla fine degli anni Novanta, cresciuto nella generazione che ha vissuto il boom della digitalizzazione e ha assistito alla trasformazione dell’immagine in qualcosa di immediato, modificabile, cancellabile e potenzialmente infinito. In pratica, perfetto. 

Federico lavora ancora in analogico e lo sintetizza con una formula che è diventata il suo motto: “One shot, one kill”. Quello che vede attraverso la lente deve diventare il fotogramma. Niente filtri, niente post-produzione per ripulire ciò che è successo al momento dello scatto.

Non è nostalgia per uno strumento appartenente al passato. Ad affascinarlo è l’incertezza. La pellicola diventa così parte del suo linguaggio: meno controllo, meno possibilità di correggere, più disponibilità ad accettare ciò che accade davanti all’obiettivo. L’imperfezione non è qualcosa da eliminare, ma una parte della storia.

«Non vedo l’ora di vedere come uscirà la foto, perché c’è sempre il rischio».

Forse è proprio questa componente di imprevedibilità a rendere l’analogico così centrale nel suo modo di fotografare: accettare che qualcosa possa sfuggire, sorprendere o semplicemente non funzionare. Mentre tutto intorno all’immagine sembra spingere verso un controllo sempre maggiore, Federico sceglie di lasciare una parte del risultato all’imprevisto.

LA MUSICA E LA MODA, PRIMA DELLA STRADA

Prima di arrivare nei luoghi che oggi caratterizzano maggiormente la sua ricerca personale, Federico entra professionalmente nella musica e nella moda. Un passaggio fondamentale arriva grazie a Guè, al quale lo legano una fraterna amicizia e una profonda stima ricambiata: sarà infatti tra i primi a credere nel suo sguardo e a dargli un’occasione concreta. Da lì Federico comincia a lavorare con altri artisti della scena italiana, portando la propria fotografia sulle copertine, negli editoriali, negli show e nei momenti più significativi della loro vita artistica.

Parallelamente, arriva la moda, dove soprattutto nei backstage trova qualcosa che gli appartiene. Perché anche lì, paradossalmente, ciò che lo interessa non è la perfezione.

La passerella è il risultato. Il backstage è ciò che succede prima: preparazione, trucco, tensione, attese, persone. «Vedi quello che non è perfetto», racconta. È una frase apparentemente piccola, ma dentro c’è già buona parte del fotografo che verrà.

Ancora oggi moda e musica convivono con una ricerca personale che sembra muoversi nella direzione opposta. Da una parte un universo costruito attorno all’immagine, dall’altra periferie, dipendenze, criminalità, culture underground e situazioni nelle quali la costruzione sembra lasciare spazio alla brutalità del reale. In realtà, per Federico il confine è meno netto di quanto sembri.

Il punto di contatto rimane la persona.

Che si trovi nel backstage di una sfilata, in una strada di Los Angeles o dentro una realtà apparentemente lontanissima dalla sua, Federico cerca prima di tutto una relazione. La fotografia arriva dopo. Ed è forse proprio questo a permettergli di mantenere una certa coerenza anche quando cambiano radicalmente i mondi davanti al suo obiettivo. Si dice che una fotografia riesca a rubare qualcosa a chi sta davanti alla lente. Ma per coglierne davvero l’essenza bisogna prima riuscire ad avvicinarsi, trovare un punto di intimità e complicità in cui, almeno per un istante, la macchina fotografica smette quasi di esistere.

LOS ANGELES, DALL’ALTRA PARTE

Nel 2022 Federico parte per Los Angeles. L’idea iniziale è molto diversa da ciò che accadrà: restare circa due mesi e mezzo, costruire relazioni nel mondo della moda e della musica, capire se quella città che aveva alimentato parte del suo immaginario potesse diventare anche un terreno professionale. Ovviamente, le amicizie già stabilite nella Città degli Angeli si premurano bene di consigliare quali zone non frequentare, specialmente di notte.

E indovinate un po’? 

Esatto. Lui è proprio una di quelle persone attratte dal proibito, da ciò che può essere potenzialmente pericoloso, o meno gradevole da vedere o da vivere. 

Federico si addentra per le strade di Skid Row, naturalmente.

Quello che trova è una Los Angeles completamente diversa dall’immaginario californiano che aveva inseguito fino a quel momento: dipendenze, spaccio, marginalità estrema, persone e situazioni che conosceva attraverso racconti, film e giornali, ma che non aveva mai avuto davanti agli occhi.

Ha con sé una point-and-shoot analogica. E proprio il limite tecnico della macchina lo obbliga a fare qualcosa che diventerà fondamentale nel suo lavoro: avvicinarsi. Non può fotografare da lontano e andarsene. Deve entrare in relazione con le persone, parlare, chiedere, ottenere fiducia.

È qui che cambia qualcosa. Le notti diventano due, tre, quattro, cinque. L’adrenalina supera la paura e quella realtà, invece di respingerlo, comincia ad attrarlo. Durante una di quelle notti viene ferito alle spalle. Il racconto che ne fa oggi non cerca eroismi: ciò che colpisce è piuttosto quanto quell’esperienza abbia definitivamente spostato la direzione della sua ricerca.

Torna da Los Angeles senza ciò che era andato a cercare, ma con qualcosa di molto più importante: un nuovo modo di intendere la fotografia. Quell’esperienza confluirà nel lavoro su Los Angeles (I HATE LA), città nella quale continua a tornare e che considera ancora oggi una sorta di “prima creatura”.

Da lì il viaggio continua. Scampia, Tokyo, Nairobi, Rio de Janeiro, le banlieue parigine, Marsiglia. Realtà diverse, spesso attraversate da tensioni, contrasti e trasformazioni che Federico continua a raccontare attraverso libri, fanzine, mostre e progetti autoprodotti.

La geografia cambia, ma la ricerca rimane sorprendentemente coerente: avvicinarsi a ciò che normalmente resta ai margini dell’immagine e provare a raccontarlo senza correggerne le contraddizioni.

L’OSSESSIONE DEL PROIBITO

Gli chiedo che cosa continui ad attirarlo verso questi luoghi. La risposta arriva dopo averci girato intorno per qualche minuto, quasi cercando di definirla anche per sé stesso: «il rischio, la curiosità e l’ossessione del proibito».

Poi arriva un’altra frase, forse ancora più rivelatrice. «Sono più attratto dal brutto che dal bello».

Non significa che voglia semplicemente fotografare il degrado. Sarebbe una lettura troppo facile. Nel suo racconto emerge piuttosto un’attrazione quasi compulsiva per ciò che normalmente viene tenuto fuori dall’inquadratura. Il margine, il difetto, quello che una società abituata a rappresentarsi attraverso la propria versione migliore preferirebbe non guardare.

È anche qui che la sua fotografia può diventare scomoda. Perché è cruda, diretta e non cerca di rendere più digeribile ciò che mostra. Può disturbare, essere giudicata, persino essere fraintesa come un’esaltazione di quelle stesse realtà. Ma mostrarle non significa celebrarle.

Il paradosso è che siamo convinti di conoscerle già. Dipendenze, marginalità, criminalità, periferie fanno parte del nostro immaginario quotidiano, filtrate dalla cronaca, dal cinema, dalla musica e dagli schermi attraverso cui osserviamo il mondo. Le riconosciamo, ma questo non significa che le conosciamo. Vederle da vicino, senza la distanza rassicurante della rappresentazione, è un’altra cosa. Non perché quelle immagini debbano dirci cosa pensare di quelle realtà, ma perché ci ricordano che esistono.

Lui stesso ammette di arrivare da una realtà che definisce quasi opposta: Lugano, «un posto paradisiaco», lontano dai mondi che cerca quando parte con la macchina fotografica. E arriva a chiedersi se non sia stata proprio una sorta di “noia del bello e del perfetto” a spingerlo nella direzione contraria. È un dualismo che attraversa tutto il suo lavoro.

Può passare una settimana in una favela e poco dopo trovarsi alla Fashion Week di Milano. Può fotografare la costruzione estrema dell’immagine e poi cercare il suo opposto. Glamour e degrado smettono così di essere necessariamente due estremi: diventano due territori osservati dallo stesso sguardo.

E forse proprio qui torna quella prima dualità tra Lugano e Milano. Quiete e intensità, ordine e caos, costruzione e istinto. Contrasti che Federico non sembra interessato a risolvere, ma piuttosto a lasciare convivere dentro le immagini.

INSIDER / OUTSIDER

C’è però un limite di cui Federico è estremamente consapevole. Può entrare in quei mondi. Può essere accolto, tornare, creare rapporti, conquistare fiducia. Ma sa che non gli appartengono.

«Odio la parola reporter. Odio la parola outsider. Io mi definisco insider perché ci vado dentro».

Poi, quasi immediatamente, ammette il paradosso: agli occhi delle persone che fotografa rimarrà sempre, almeno in parte, qualcuno arrivato da fuori. È forse uno degli aspetti più interessanti del suo racconto, perché evita l’illusione di potersi appropriare completamente delle storie altrui. In fin dei conti cerca la prossimità, non pretende l’appartenenza. Dice di entrare, passare tempo, instaurare rapporti e soprattutto mantenere la parola data. A volte torna e viene accolto come un amico; basta però cambiare gruppo perché quella distanza ricompaia immediatamente.

La fotografia nasce esattamente lì, nello spazio sottilissimo tra queste due condizioni. Dentro abbastanza da vedere, fuori abbastanza da continuare a guardare.

REBEL

Alla fine gli arriva la domanda che avevo tenuto volutamente per ultima.

Perché questa intervista nasce per la nostra Rebel Issue, ma non doveva essere una parola da appiccicare al suo lavoro prima ancora di ascoltarlo. Gli racconto che significato assume per noi: non ribellione come provocazione obbligatoria, ma libertà di seguire una propria direzione anche quando va contro ciò che funziona, ciò che piace, ciò che gli altri si aspettano.

Federico ci si riconosce appieno.

«Nella fotografia vado spesso a cercare un contrasto. Che sia legato alla società o alla moda, cerco sempre qualcosa che vada contro ciò che è più schematizzato».

Lo fa anche nei lavori commissionati. Ammette di essere quello che esce dalle direttive, che cerca di imporre il proprio sguardo, che accetta il compromesso quando necessario ma prova a non lasciare che quel compromesso cancelli la propria personalità. È un’attitudine che gli ha dato soddisfazioni e creato inevitabilmente qualche attrito.

Forse essere un ribelle oggi è proprio questo. Non necessariamente rompere tutto, e nemmeno cercare disperatamente qualcosa contro cui combattere.

Può significare scegliere l’imprevedibilità quando tutto invita al controllo. Cercare ciò che normalmente resta fuori dall’inquadratura. Entrare nei backstage invece di aspettare la passerella. Cercare il marcio dentro il bello e, qualche volta, qualcosa di incredibilmente bello dentro ciò che abbiamo deciso di chiamare marcio. Soprattutto, significa continuare a difendere il proprio punto di vista.

Federico Hurth ha ventisette anni e non sembra particolarmente interessato ad aver già trovato una forma definitiva. Anzi. Dopo anni passati, come dice lui, a «fare, fare, fare, scattare, creare», oggi sente per la prima volta il bisogno di fermarsi, guardare ciò che ha costruito e dargli una forma più precisa. L’obiettivo è portare la propria ricerca verso gallerie, fiere e contesti sempre più riconosciuti, senza perdere ciò che l’ha generata.

Ed è probabilmente questa la contraddizione più interessante con cui lasciarlo: un fotografo attratto da tutto ciò che sta ai margini, che ora vuole portare quei margini esattamente al centro. E forse è giusto che sia così. Perché abbiamo bisogno anche di immagini che ci costringano a guardare dove normalmente distogliamo lo sguardo. Che ci ricordino che il mondo non è una copertina patinata, né la somma di vite perfette raccontate attraverso uno schermo. È imperfetto, contraddittorio, a volte scomodo. Ed è proprio per questo che vale la pena continuare a fotografarlo.

Photo Credits: Federico Hurt

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