C’è un posto in Italia dove, ogni anno a maggio, l’automobile smette di essere un mezzo di trasporto e diventa qualcosa di molto più difficile da spiegare a parole. Un rito. Una conversazione tra generazioni. Una scintilla.

Parliamo del Concorso d’Eleganza Villa d’Este, naturalmente. Dal 1929. Dal 1929, capite? Quando ancora le autostrade erano una novità, quando il concetto stesso di automobile era ancora in fase di definizione, quando Cernobbio era poco più di un nome per villeggianti benestanti sul Lago di Como, qualcuno ha deciso che quello era il posto giusto per raccogliere le più belle automobili del mondo e giudicarle. E quella scintilla non si è mai spenta.

Ogni anno ci si aspetta di trovarlo uguale a se stesso — il Grand Hotel Villa d’Este con le sue azalee, la terrazza sul lago, i camerieri in guanti bianchi, i collezionisti con le scarpe lucide che camminano lentamente intorno alle auto come se avessero tutto il tempo del mondo — e invece si trova sempre qualcosa di nuovo, capace di sorprendere. Non il tipo di sorpresa che ti aspetti da un lancio di prodotto o da una fiera. Quella che ti arriva quando qualcosa che conosci bene ti rivela improvvisamente un aspetto che non avevi mai visto.

L’edizione 2026 è stata, come sempre, speciale. BMW Group Classic — che organizza il Concorso dal 2005 in partnership con il Grand Hotel Villa d’Este (ma che lo supporta da molto prima) ha costruito un weekend di quelli che restano nella memoria. Il motto era “Future needs Heritage“. Non un claim pubblicitario, ma un manifesto. Una dichiarazione di principio su cosa significhi guardare avanti senza dimenticare da dove si viene. Una scintilla perpetua che si rinnova, per l’appunto.

Ma partiamo dall’inizio. O meglio, dal venerdì sera…

Il Concorso d’Eleganza Villa d’Este non aspetta il sabato per accendersi. Il venerdì sera, sulla terrazza illuminata del Grand Hotel, la Casa dell’Elica ha svelato due world premiere che hanno dato il tono all’intero weekend. La prima è la Vision BMW ALPINA. Per chi non fosse aggiornato: BMW ha acquisito Alpina, iconico costruttore specializzato nell’impreziosire ulteriormente le vetture di Monaco, dalla famiglia Bovensiepen nel 2022, e nel 2026 ha rilanciato il brand come marchio autonomo all’interno del Gruppo, collocato tra BMW e Rolls-Royce nel segmento premium.

La Vision ALPINA è lo studio di design che racconta dove sta andando questo brand: una coupé 2+2 con motore V8, linea del tetto lunga e rastremata, e una filosofia che il responsabile del design Maximilian Missoni chiama Second Read. Che significa che le cose più belle si rivelano solo a chi ha la pazienza di guardare da vicino.

Le deco-lines storiche di Alpina — quelle strisce che dal 1974 danno un ulteriore tocco chic alle vetture dell’atelier — sono dipinte sotto lo strato di vernice trasparente: le vedi, ma devi cercarle. Le superfici interne delle prese d’aria sono rifinite in tono scuro metallizzato e si illuminano solo quando l’auto è accesa. I cristalli intorno ai comandi sembrano spenti, finché non li guardi nel modo giusto. È un’auto che premia l’attenzione. Che parla a chi ha voglia di ascoltare davvero.

C’è qualcosa di profondamente alpiniano in questa scelta. Burkard Bovensiepen, il fondatore, capì prima di tutti che la vera raffinatezza non urla. Capì che un pilota a suo agio è un pilota più veloce e per questo, mentre i concorrenti nelle gare di durata alleggerivano tutto il possibile, lui aggiungeva imbottitura al sedile del pilota. Un’idea che vale ancora oggi e che la Vision ALPINA incarna grazie ai cerchi a venti razze che non cambiano dal 1971 e l’head-up display panoramico che varia colore passando da Comfort+ a Speed, con uno sfondo che raffigura esattamente le Alpi visibili da Buchloe, la città bavarese dove tutto è cominciato nel 1965.

Il primo modello di produzione arriverà nel 2027. Sarà ispirato alla Serie 7, ma sarà inequivocabilmente ALPINA.

La seconda premiere del venerdì era la BMW Motorrad Vision K18. Un concept di moto con sei cilindri in linea da 1.800 cc, a cui le foto non rendono giustizia. Dal vivo, è una di quelle cavalcature a cui fai due volte il giro intorno perché non riesci a smettere di guardarla.

Il motore è il cuore visivo e tecnico della moto, esposto, celebrato, quasi ossessivamente presente in ogni angolazione. La silhouette invece viene definita dal concetto che BMW Motorrad chiama Full Force Forward: tesa, aggressiva, con quel muso basso che sembra sempre sul punto di scattare. Muscolosa, filante, bella.

Il sabato. La parata. Il rito.

Il sabato del Concorso è una cosa a parte. Non è solo una giornata di automobili belle. È una cerimonia che si ripete sempre con la stessa liturgia: le ultime verifiche tecniche del mattino, la presentazione sulla terrazza, i giudici che camminano lentamente intorno alle vetture con le loro schede, il pubblico selezionato che osserva in rispettoso silenzio. È old school nel senso migliore del termine — non polveroso, non stantio, ma solido.

Cinquantaquattro vetture da tredici paesi. Otto classi competitive che coprivano oltre un secolo di storia automobilistica: dagli opulenti anni Venti-Trenta della Classe A, passando per le spider degli anni Cinquanta della Classe C, le Ferrari da gara di Enzo nella Classe E, le GT della Swinging London nella Classe G, fino alle supercar degli anni Ottanta-Novanta della Classe H. E poi selezione delle concept car. Una magia che fa convivere sulla stessa terrazza una Bugatti del 1930 e una hypercar del 2026. Il tipo di cortocircuito temporale che solo Villa d’Este sa produrre con questa naturalezza.

La Coppa d’Oro — il premio assegnato per referendum del pubblico del sabato — è andata a una Mercedes-Benz 300 SL Roadster del 1963, di proprietà dell’americano Eric Blumencranz. Uno degli ultimi esemplari usciti dalla fabbrica. Una delle auto più belle mai costruite, punto. Il tipo di scelta che non sorprende ma che ogni volta riesce a sembrare inevitabile, come se quella 300 SL non potesse fare altro che vincere.

Nella categoria delle concept car, invece, il Design Award è andato alla Kimera Automobili K-39. Una hypercar italiana con cuore Koenigsegg da 1.000 CV, presentata a Villa d’Este, ma pensata per la salita di Pikes Peak. Il pubblico l’ha scelta. Ha senso: è esattamente il tipo di scintilla — l’idea italiana, coraggiosa, visionaria di Luca Betti (ve ne abbiamo parlato QUI) — che il Concorso sa raccontare.

La domenica. Il Best of Show. E una storia che vale la pena raccontare per bene

Il Trofeo BMW Group Best of Show è il premio che conta più di tutti, quello che nasce dal giudizio esperto e meno emotivo di una giuria tra le più qualificate nell’universo delle auto da collezione. Quello per cui si viene a Villa d’Este, quello di cui si parla per mesi dopo. Quest’anno la vincitrice è stata la BMW 328 “Bügelfalte” del 1937.

La Bügelfalte — soprannominata così per le nervature metalliche longitudinali sui parafanghi anteriori, quella “piega del pantalone” che la rende immediatamente riconoscibile — è l’unico esemplare roadster costruito direttamente in fabbrica, a Monaco, per le corse. Non una versione speciale su misura per un ricco cliente privato, di lamiere piegate in qualche atelier di carrozziere.

Una vettura sopravvissuta a quasi novant’anni di storia che includono, tra gli altri capitoli, un periodo nei magazzini sovietici come bottino di guerra. La sua presenza al Concorso 2026 aveva già un significato tutto suo: BMW celebrava i novant’anni della 328, e le parate di sabato e domenica erano entrambe guidate da una 328. Che il Best of Show andasse alla Bügelfalte aveva la logica perfetta di un cerchio che si chiude.

Parliamo di Villa Erba

Perché se Villa d’Este è il cuore del Concorso, Villa Erba è la sua parte più viva e rumorosa. Dove la sacralità del rito diventa una celebrazione più alla mano, e in un certo senso anche più ricca. Partiamo dall’anniversario più atteso di quest’anno: quarant’anni della M3. Se non vi accendete a questa sigla siete comunque benvenuti, ma sappiate che per molti di noi la BMW M3 è qualcosa che confina con il sacro.

Dal 1986, quando la prima E30 fu presentata come homologation special per i campionati turismo, la M3 ha definito per quarant’anni cosa significa una berlina/coupé sportiva ad alte prestazioni. Tra il 1987 e il 1992, la M3 E30 vinse tutti i campionati turismo di rilievo a cui partecipò, roba come il DTM e il WTCC, e anche quello italiano. E a Villa Erba sul prato facevano bella mostra di sé tutte le generazioni dell’icona in sequenza: dalla E30 del 1986 fino alle versioni più recenti. Un albero genealogico a quattro ruote che raramente sta tutto nella stessa foto.

E poi c’erano i piloti. Johnny Cecotto, Roberto Ravaglia, Emanuele Pirro — tre works driver dell’Elica negli anni d’oro del turismo, roba che da ragazzini vedevamo su Telemontecarlo con le telecronache indiavolate di Giovanni Di Pillo. A completare l’atmosfera il cinquantesimo anniversario della BMW 6 Series e della BMW Art Car Collection, con due pezzi preziosi: la 635 CSi dipinta da Robert Rauschenberg nel 1986 e la M6 GTLM firmata da John Baldessari nel 2016. Una scintilla che continua a propagarsi.

Il martelletto del banditore

Già, perché Villa Erba ospitava anche le aste di Broad Arrow Auctions, da due anni partner ufficiale del Concorso. Un evento in sé a tutti gli effetti, non un corollario. Ottantacinque lotti, settantaquattro venduti per un ammontare di oltre quaranta milioni.

La reginetta del ballo è stata la Ferrari Daytona SP3 del 2023, praticamente nuova con 743 km e aggiudicata a € 6.250.000. Niente di imprevedibile per il secondo modello della Serie Icona di Ferrari: un omaggio alla 24 Ore di Daytona del 1967, quando Ferrari arrivò prima, seconda e terza con la 330 P3/P4 e la 412P. Un vestito di haute couture per il V12 aspirato da 6,5 litri da 829 CV, il motore stradale più potente mai realizzato da Maranello. È anche, probabilmente, l’ultima Ferrari con vu-dodici aspirato e motore centrale. Con una sequenza di accensione dei cilindri che potrebbe essere lo spartito della Turandot di Puccini.

Tra i risultati più sorprendenti la Bizzarrini 5300 GT Strada del 1968 a € 820.000, un numero che racconta quanto il mercato stia rivalutando questo brand negletto, ma straordinario. O, ancora, la Porsche 918 Spyder Weissach Package del 2015 a € 2.256.250 e la Ferrari F40 del 1990 a € 2.931.250.

La scintilla che non si spegne

È difficile che il titolo di un Issue di Wheelz possa cogliere più nel segno di Spark con il weekend di Villa d’Este. Perché la manifestazione di Cernobbio ogni anno riaccende quella scintilla, sul lago, con una selezione di automobili incredibile, una cura per i dettagli che va dalle verifiche tecniche del venerdì alla donazione dei proventi dei biglietti alle associazioni benefiche locali. Con le world premiere, con le auto dei club esposte al sabato mattina, con i racconti dei protagonisti del mondo dell’auto che tirano fuori aneddoti che non si trovano su Google. E con un’auto del 1937 che, nel 2026, vince il premio più ambito del collezionismo mondiale.

Perché certe scintille, se le curi abbastanza, non si spengono mai. Ci vediamo l’anno prossimo, sul lago.

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