In un mondo che cerca continuamente di catalogare, definire e spiegare tutto, ci sono ancora persone che scelgono di seguire una strada diversa.
Non per ribellione fine a sé stessa, ma perché sentono che quella è la direzione più autentica per loro.
Quando abbiamo iniziato a pensare a chi potesse raccontare al meglio il significato della nostra Wild Issue, Nick Pescetto è stato il primo nome della lista. Outdoor content creator, viaggiatore, atleta e narratore di avventure, Nick non è diventato un punto di riferimento per la sua community solo per i luoghi che ha attraversato o per le esperienze che condivide, quanto piuttosto per il modo in cui ha costruito la propria vita: seguendo una visione personale, spesso controcorrente, senza lasciarsi definire dalle aspettative altrui.

Seguo il percorso di Nick praticamente dagli inizi. Negli anni è stato una fonte d’ispirazione per me e per molte altre persone che hanno cercato di ritagliarsi uno spazio più libero, creativo e affine alla propria natura. Ed è proprio per questo che sono particolarmente felice di condividere con voi questa conversazione.
Tra viaggi, sport, tecnologia, paura, libertà e ricerca personale, abbiamo parlato di cosa significhi davvero vivere in modo wild oggi. Non quello da copertina, fatto di immagini perfette e van parcheggiati in spiaggia al tramonto. Quello reale. Quello che richiede disciplina, adattamento, dubbi e la volontà di continuare a seguire la propria strada anche quando nessuno la capisce. Una filosofia che emerge chiaramente dalle sue parole durante tutta l’intervista.
Negli ultimi anni sei diventato un simbolo di uno stile di vita molto particolare: viaggi, sport, natura, libertà, vita nomade… Ma per te, oggi, cosa significa davvero vivere wild?
“Direi che, innanzitutto, significa dimenticarsi completamente delle call, come avete visto, e non riuscire a partecipare a questa intervista live (è successo davvero -ndr). Quindi scusate ancora… Scherzi a parte, per me vivere wild non ha nulla a che vedere con l’essere selvaggi, fare quello che ti pare o inseguire soltanto il divertimento.
Prima di tutto, significa permettersi di coltivare un sogno, una visione, una direzione chiara. Significa identificare le proprie paure, i propri blocchi, tutto ciò che ci frena, e decidere comunque di andare oltre per avvicinarsi sempre più a quella visione. Questo, per me, è l’atto più selvaggio e allo stesso tempo più autentico che possiamo compiere verso noi stessi.
Una vita fatta di viaggi, sport, natura, libertà e movimento è stata il mio sogno fin da ragazzino. È un ideale che mi ha trasmesso mio padre e che ho vissuto attraverso la mia famiglia, ma che poi ho sviluppato in modo indipendente, trovando sfumature personali. Ancora oggi, continuo a vivere questa visione e a perfezionarla, cercando di avvicinarmi sempre di più alla mia essenza”.
Da dove arrivi? Che tipo di ambiente, famiglia e mentalità avevi intorno quando hai iniziato a immaginare una vita diversa da quella standard?
“La verità è che di standard, nella mia vita, nella mia famiglia e nella mia mentalità, non c’è mai stato nulla. Sono nato in Brasile, a Rio de Janeiro. Mio padre viveva lì già da trent’anni, mentre mia madre è brasiliana e viene da uno dei luoghi più poveri del Paese. Non aveva nulla, neanche il bagno in casa. Non le piace molto quando racconto queste cose, ma è la verità ed è anche parte della nostra storia.
Mio padre, invece, era un italiano di Genova cresciuto in una famiglia borghese che, a un certo punto, ha perso tutto. Ha dovuto ricostruirsi da solo e questo ha segnato profondamente il suo modo di vedere la vita. Sono diventato grande tra questi due mondi. Quando mio padre decise di farmi crescere in Italia, mi ritrovai fin da subito esposto al cambiamento, al movimento e all’adattamento. Quando arrivai qui, non parlavo italiano e percepivo chiaramente la mia diversità rispetto agli altri.
Mio padre mi ha sempre trasmesso alcuni valori molto semplici. Mi diceva che le cose più importanti erano viaggiare per conoscere il mondo, parlare con le persone perché ognuno può aprirti una prospettiva nuova, imparare le lingue per poter comunicare con tutti. E poi fare sport, trovando nella pratica sportiva una forma di disciplina.
Ogni volta che gli chiedevo: “Sì, ma come si guadagna? Come si lavora?“, lui mi rispondeva sempre: “Non preoccuparti. Fai quello che ti piace e le cose arriveranno“.
È un messaggio bellissimo, ma ci è voluto del tempo per comprenderlo davvero. Ho dovuto fare moltissime esperienze, sbagliare tanto e prendere diverse porte in faccia prima di capire come trovare un equilibrio tra questa mentalità estremamente libera e la struttura necessaria per renderla sostenibile, anche dal punto di vista economico”.

Quando hai iniziato a prendere questa strada, le persone intorno a te ti hanno supportato oppure a volte ti sei sentito fuori posto?
“Il primo grande supporto, ma anche il primo confronto, l’ho avuto proprio da e con mio padre. È la persona che mi ha sempre incoraggiato a viaggiare, a fare sport, a credere in me e nelle mie capacità. Mi ha dato gli strumenti per seguire la mia strada. Però, a un certo punto, quella stessa libertà si è rivoltata anche contro di lui.
Da ragazzino giocavo a golf e andavo molto bene. Facevo gare nazionali, ma in realtà odiavo quel mondo. A un certo punto gli dissi chiaramente: “Il golf te lo ficchi nel culo, io non voglio giocare a golf“. La stessa cosa è successa con lo sci agonistico. Gareggiavo, ma dentro di me volevo fare freestyle e freeride. Così, a sedici anni, gli dissi: “Basta, non faccio più gare di sci. Mi sono rotto i coglioni“. In qualche modo mio padre mi aveva dato l’arma per seguire la mia strada, e io l’ho puntata anche contro di lui. Però l’ha capito e l’ha accettato.
Quando avevo quattordici anni, mia madre si è trasferita negli Stati Uniti e da quando ne avevo diciannove vivo completamente per conto mio. Sono sempre stato molto indipendente. Con i miei amici il rapporto è stato più complesso. C’è sempre stato affetto e supporto, ma anche una certa incomprensione che, in parte, sento ancora oggi.
Ho la fortuna di avere amici che conosco da una vita: persone creative, sportive, che viaggiano. Eppure, mi sono spesso sentito diverso perché ero più ambizioso. Volevo qualcosa di più e non sempre trovavo comprensione rispetto a questa spinta. Nella nostra compagnia la comunicazione tra uomini non è mai stata particolarmente profonda. Ci si supportava poco a parole, tutto rimaneva implicito. Col tempo ho capito che questo approccio lascia dietro di sé molti silenzi e molte cose non dette, che a lungo andare possono diventare difficili da recuperare. Per questo mi sono sentito spesso fuori posto”.
Però ho trasformato quella sensazione di inadeguatezza in una ricerca continua di persone affini a me.
La comunicazione digitale mi ha aiutato moltissimo, ancora prima dei social. Mi ha permesso di trovare persone che condividevano la mia visione del mondo. È una cosa che continuo a fare tutt’oggi.
Mi piace moltissimo viaggiare da solo e poi incontrare persone che si rispecchiano nel mio modo di vivere. Mi succede ancora adesso. Anche ieri, qui in Portogallo, ho conosciuto dei ragazzi italiani più giovani con cui ho sentito subito una connessione forte. A volte trovare comprensione e supporto in uno sconosciuto può essere persino più potente che trovarlo in qualcuno che conosci da tutta la vita”.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che non volevi vivere seguendo regole già scritte da altri?
“In realtà non c’è stato un momento preciso, fin da piccolo ho avuto la sensazione che le mie regole fossero diverse da quelle degli altri. Per molti anni, però, ho avuto un dubbio costante. Fino ai 29 o 30 anni continuavo a chiedermi: “Questa vita mi renderà davvero felice?“. Perché, inevitabilmente, guardavo le persone intorno a me fare scelte diverse.
Quando ho iniziato a lavorare sui social, nel 2016, nessuno capiva questo mestiere. Venivo criticato continuamente. In quel periodo stavo con Giulia Calcaterra (una delle prime atlete influencer – ndr) e anche lei riceveva le stesse critiche. Eravamo tra i primi a percorrere questa strada e frasi come “non fate niente” oppure “siete ricchi di famiglia” erano all’ordine del giorno. Ci siamo trovati per anni a dover giustificare ciò che facevamo e a vedere il nostro lavoro costantemente messo in discussione.
Oggi la situazione è completamente diversa. Tutti conoscono questo mondo e ne comprendono almeno in parte le dinamiche e le difficoltà. Da un lato è diventato più saturo, dall’altro finalmente più comprensibile. Chi arriva oggi, però, difficilmente potrà capire quanto sia stato complicato all’inizio. Anzi, spesso sono proprio le persone che allora giudicavano ad essersi trovate, col tempo, nella stessa posizione, a dover fare i conti con il giudizio degli altri e con i propri preconcetti.
Negli ultimi cinque anni ho fatto un grande lavoro su me stesso. Ho riflettuto molto, ho imparato ad accettare tutte le sfaccettature della mia personalità, comprese quelle più scomode e più oscure. Ed è proprio grazie a questo percorso che ho acquisito una certezza: la vita che sto vivendo è incredibile e sono profondamente felice di averla scelta.
Vale la pena impegnarsi, rischiare e spingersi oltre, perché sto seguendo il mio sogno. Un po’ come la “leggenda personale” raccontata da Paulo Coelho ne L’Alchimista: quella direzione profonda che senti tua e che, nonostante tutto, continui a inseguire”.
La tecnologia oggi permette di lavorare viaggiando e vivere in modo più libero, soprattutto a chi, come te, è un content creator. Pensi che la tecnologia ci abbia davvero liberati oppure, in certi casi, rischi di renderci ancora più dipendenti?
“Bellissima domanda. Io sono assolutamente a favore della tecnologia, ma solo quando ci rende più liberi. Essere pro-tecnologia, per me, significa utilizzare gli strumenti senza esserne fagocitati.
Per questo considero il progresso tecnologico un enorme vantaggio. Però, nel mio gruppo di amici sono spesso quello che sembra più critico verso le nuove tecnologie. Mi prendono ancora in giro perché ho iniziato a usare ChatGPT quando tutti lo utilizzavano già da un anno. E, ancora oggi, utilizzo pochissimo l’intelligenza artificiale e molte delle innovazioni più recenti. Non perché sia contrario, ma semplicemente perché, in questo momento, non risuonano particolarmente con me. Rimango comunque aperto a imparare e a cambiare idea.
La tecnologia smette di renderci liberi nel momento in cui ne diventiamo dipendenti e non siamo più capaci di stabilire dei limiti.
Quando sento dire che la società di oggi è in difficoltà perché tutti sono sempre attaccati al telefono, mi viene spontaneo fare una riflessione: nessuno ci obbliga davvero. Nessuno ha una pistola puntata alla nostra tempia. Nessuno ci costringe a prendere il telefono appena svegli o a controllarlo prima di andare a dormire.
Personalmente, cerco di essere molto disciplinato. Evito di usare il telefono la mattina e la sera e cerco di non rifugiarmi nel digitale quando sono stressato, confuso o ho troppi pensieri in testa. Per questo pratico yoga, meditazione, breathwork, faccio docce fredde, ascolto musica dal vivo e frequento persone che non parlano soltanto di digitale.
Non credo che stiamo vivendo una pandemia di obbligo tecnologico. Mi sembra piuttosto un obbligo autoimposto.
Abbiamo a disposizione strumenti potentissimi, ma nessuno ci insegna davvero a usarli in modo consapevole. È anche per questo che sto rilanciando un percorso dedicato alla comunicazione consapevole, al personal branding e all’utilizzo sostenibile dei social media. Vorrei aiutare le persone a sfruttare al meglio questi strumenti come supporto alla costruzione della propria visione autentica e della propria realtà personale.
Ci credo davvero, perché se usata nel modo giusto, la tecnologia può permetterci di fare cose straordinarie. Personalmente, non sento il peso della tecnologia addosso, insomma”.
Sui social vediamo spesso il lato più epico dell’avventura. Qual è invece la parte più difficile o meno raccontata di questo stile di vita?
“Dico sempre che, se una cosa ti piace davvero, anche la parte difficile diventa più semplice.
Devo filmare, montare, pubblicare contenuti, organizzare eventi, viaggi, produzioni e gestire persone. Certo, a volte tutto questo pesa, ma mi piace. Mi peserebbe molto di più avere un’idea e non portarla a termine.
Prima dei social avevo già la testa piena di idee: video da realizzare, fotografie da scattare, progetti creativi. Quando sono arrivati i social, nel 2012, ho pensato: finalmente esiste una piattaforma dove posso raccogliere tutto questo, raccontare le mie esperienze, le mie avventure e il mio lavoro da filmmaker e fotografo senza dovermi dividere tra forum, blog e piattaforme diverse.
Per questo le parti più scomode non mi pesano particolarmente. La sfida più grande, per me, è trovare il giusto equilibrio tra vivere davvero le esperienze e riuscire poi a raccontarle in modo autentico. Mettere al primo posto ciò che provo e, solo dopo, trasformarlo in un contenuto.
Credo anche che mostrare soltanto il lato epico non funzioni più. Da anni condivido retroscena, difficoltà, problemi, dubbi e riflessioni. Le persone si avvicinano proprio per questo. Un’altra sfida, che considero bellissima, è riuscire a trasformare sensazioni personali in parole che rappresentino anche ciò che altre persone provano, ma non riescono a esprimere.
Per questo credo che la comunicazione sui social, se vissuta in modo sostenibile, possa insegnarci tantissimo su noi stessi e diventare uno strumento di profonda consapevolezza”.
Che rapporto hai oggi con la paura? È qualcosa che si supera davvero o si impara a conviverci?
“La paura c’è sempre. La vedo nello sport così come nelle decisioni lavorative, sentimentali, creative o personali. Da sempre pratico sport estremi: mountain bike, surf, paracadutismo, apnea, arrampicata. L’adrenalina e la paura hanno sempre fatto parte del mio percorso. Ma il modo in cui affrontiamo una discesa difficile o un salto importante è molto simile al modo in cui affrontiamo una nuova sfida nella vita.
La paura ha una funzione importante. Ci indica su cosa dobbiamo lavorare, dove possiamo prepararci meglio e quali aspetti meritano più attenzione. Possiamo analizzarla, comprenderla e decostruirla. Possiamo chiedere aiuto e capire da dove nasce. Credo che questo sia uno dei modi più efficaci per crescere.
Per me la vita non avrebbe senso senza una continua evoluzione. So che ci sono persone che si chiedono quale sia il valore della crescita personale, ma io guardo la natura e vedo che tutto è in costante trasformazione. Le nuvole cambiano forma, il giorno diventa notte, le stagioni si susseguono e gli alberi crescono. L’evoluzione è ovunque.
Mi ispiro molto a ciò che accade attorno a me. Anche noi siamo parte della natura e siamo destinati a evolverci. Possiamo scegliere di accettarlo e fare del nostro meglio per crescere, sbocciare e dare forma alla versione più autentica di noi stessi. La paura, quindi, non scompare mai. Rimane presente, ma può trasformarsi in una compagna di viaggio. Non a caso ho scritto un libro che si chiama Anche l’alba ha paura, in uscita a giugno, e parla proprio di questo”.
Secondo te oggi le persone hanno davvero paura dell’ignoto o semplicemente di uscire dalla routine?
“Per me sono la stessa cosa. La routine ci dà una sensazione di sicurezza e di controllo, ma è un controllo solo apparente. La vita è imprevedibile e, per quanto possiamo pianificare ogni dettaglio, accadranno sempre cose che non possiamo prevedere. Per questo credo molto nell’adattabilità.
Nello yoga si dice che la pratica inizia quando accade qualcosa di imprevisto e scegliamo di rispondere, invece che reagire. La routine può essere utile come struttura, ma dovrebbe lasciare spazio al cambiamento. Quando questa struttura si rompe emergono l’ignoto, l’imprevedibile e tutto ciò che non possiamo controllare.
Chi accetta questa realtà ha più spazio per sperimentare, esplorare e fare nuove esperienze. E la verità, alla fine, si scopre proprio facendo esperienza. Ognuno ha il proprio percorso e solo attraversandolo può capire davvero cosa funziona e cosa no”.

Che ruolo hanno i motori nella tua idea di libertà e avventura?
“Non sono un motociclista, ma sono cresciuto profondamente ispirato dal freestyle motocross.
I salti più grandi che ho fatto in mountain bike, alcuni lunghi oltre venti metri, sono stati influenzati direttamente dagli atleti del motocross freestyle. In Italia penso a rider come Vanni Oddera, Massimo Bianconcini, Alvaro Dal Farra e a tutto il loro team. A livello internazionale, invece, ai rider californiani che hanno contribuito a rendere questo sport iconico.
Se penso alle due ruote, la prima immagine che mi viene in mente è l’Indonesia. È uno di quei Paesi che scopri davvero in moto, con una tavola da surf legata di lato e uno zaino enorme sulle spalle. Ti permette di raggiungere onde e luoghi che sarebbe molto più complicato raggiungere in auto.
Per quanto riguarda le quattro ruote, invece, non posso non parlare dell’Astrovan. Da sei anni mi accompagna praticamente ovunque sia possibile arrivare via terra dall’Europa. Con lui sono stato due volte in Marocco: il primo inverno ci ho vissuto sei mesi, il secondo tre mesi e mezzo. E oggi mi trovo di nuovo in Portogallo.
Per me il van non è semplicemente un mezzo di trasporto, ma uno stile di vita. Mi permette di essere nel posto giusto al momento giusto e di avere sempre con me tutta l’attrezzatura necessaria per vivere la neve, il surf e qualsiasi altra avventura.
Mi piace anche perché rappresenta un modo di viaggiare più lento. Non amo guidare quindici ore consecutive per arrivare a destinazione. Preferisco fermarmi lungo il percorso, visitare piccoli paesi, incontrare persone e scoprire luoghi naturali che altrimenti non vedrei mai. E ogni volta che viaggio oltreoceano, in Asia o in Centro America, devo ammettere che il van mi manca moltissimo”.
Ti capita mai di sentire il peso di una società che cerca continuamente di incasellare tutto?
“Ho un esercizio molto pratico: alzare le braccia, chiudere i pugni, sollevare il dito medio e mandare a quel paese chi giudica, critica o cerca di farti dubitare dei tuoi sogni. Scherzi a parte, credo che il giudizio degli altri sia una delle cose che blocca maggiormente le persone.
Per questo considero fondamentale imparare a dire di no. No alle persone, alle compagnie e agli stimoli che ci trascinano verso il basso. A volte è difficile, soprattutto quando si tratta della famiglia o di persone molto vicine. Ma proteggere il proprio spazio e la propria direzione è necessario.
Paradossalmente, penso che anche i social possano essere uno strumento straordinario. Possiamo utilizzarli per attrarre persone che condividono i nostri interessi, i nostri valori e le nostre passioni. Se ami il surf, la bici, la pesca o qualsiasi altra attività, parlane. Condividila. Le persone affini arriveranno.
È possibile costruire connessioni autentiche, ma bisogna avere il coraggio di andare oltre la paura. E bisogna anche imparare a chiedere aiuto.
Fare terapia, intraprendere percorsi introspettivi, parlare delle proprie paure e confrontarsi con professionisti o persone competenti è qualcosa che considero fondamentale. Perché la libertà non passa soltanto dall’avventura o dai viaggi. Passa anche dalla capacità di conoscersi meglio e di costruire una vita che sia davvero propria”.

Se potessi tornare indietro e parlare al Nick che stava iniziando tutto questo, cosa gli diresti?
“Gli direi semplicemente: continua così.
Quando arrivano dubbi e incertezze, ricordati che fanno parte del percorso. Mettersi in discussione è normale. Non significa che stai sbagliando strada, significa che stai crescendo.
Gli direi di cercare persone che vivono in modo simile al suo e di lasciarsi ispirare da chi ha già percorso quella strada. Di non avere paura di imparare dagli altri e di costruire relazioni autentiche lungo il cammino. Gli direi anche di non giudicare le persone, perché quel giudizio, prima o poi, rischia sempre di tornare indietro. E soprattutto gli direi di fregarsene ancora di più di ciò che pensano gli altri.























