Si fa presto a dire wild… Uno zaino ben ricolmo di cui lamentarsi, abbigliamento tecnico dai colori sgargianti e una meta “esotica” altisonante, dove celebrarsi eroicamente per essere stati più di mezzora senza segnale telefonico. Il tutto finalizzato alla ricerca spasmodica di quella destinazione “che nessuno conosce”, dove continue prove di resistenza fisica e psicologica sembrano essere l’unica strada per potersi lasciare alle spalle i traumi di una quotidianità irrisolta.
Mmm… Ancora non comprendo il perché un viaggio “wild” debba per forza essere immaginato alla stregua di un livello di Tomb Raider, dove obbligarsi a immense fatiche, mettendosi in gioco in un ambiente, il più delle volte, ostile e inospitale.
E se invece, per una volta, lo interpretassimo come una vera immersione in qualcosa di estremamente autentico, primordiale in un certo senso? Qualcosa di intatto e inviolato, non soltanto nella sua forma, fatta di natura e paesaggi, ma anche nella sostanza di radici attecchite nelle profondità del territorio, così come nei luoghi e nelle persone. Allontanandosi ancora una volta da certi deprimenti cliché, ci si prepara ad un cambio di prospettiva siderale, pronti a scoprire il nostrano wild east… Benvenuti nelle selvagge montagne della Carnia!
Perfetta espressione di una bellezza essenziale, la Carnia è un territorio dall’indiscutibile fascino, una tavolozza di colori meravigliosamente abbinati nel caleidoscopico scenario del Friuli.

Situata all’estremo lembo settentrionale della regione, al confine con l’Austria, è circondata da vette antichissime, capaci di narrare una storia geologica vecchia quasi 500 milioni di anni. Imponenti e austere, proteggono e preservano lo spirito ancestrale delle sue valli rigogliose, custodendone le millenarie tradizioni. Niente itinerario, questa volta. Nessuna tappa, né spostamento. Quel concetto wild a cui aneliamo non lo si potrebbe trovare vagando da una parte all’altra della regione. Serve fermarsi. Stop. Interrompiamo quel criceto che macina stimoli correndo a perdifiato nella testa. Non solo non dobbiamo fare i “turisti”, ma in questo caso nemmeno essere viaggiatori erranti.
Proviamo ad entrare veramente in contatto con un luogo. Uno solo.
E ce l’abbiamo. Edificato sulla riva destra del fiume But, ai piedi del Monte Zoncolan, ecco il paese di Sutrio. Costellato di case in legno e pietra, è attraversato da strette vie lastricate che conducono all’interno di corti impreziosite da archi e loggiati. Uno scrigno capace di custodire e proteggere costumi, tradizioni e artigianalità, a partire dalla lavorazione del legno, che qui si eleva a vera e propria forma d’arte. Lungo i vicoli, infatti, è impossibile non incrociare lo sguardo con quello delle tante statue lignee che decorano il paese, raccontando personaggi e mestieri di un tempo.
Un passo dopo l’altro, si viene contagiati dalle sue atmosfere sospese che trasmettono però tutt’altro che un nostalgico immobilismo. Sfatando un altro luogo comune, non è assolutamente detto che un contesto wild debba per forza apparire come qualcosa di arcaico, una sorta di relitto del passato cristallizzato nel tempo. Il borgo è vivace, dinamico, per certi versi addirittura “moderno”. Ma resta selvatico nell’animo, in quell’ossatura che dà vita, ad esempio, ai tanti eventi e alle attività che lo animano durante l’anno, celebrandone il patrimonio culturale, artistico e gastronomico.
Si parlava di entrare davvero in contatto con il luogo. Ecco che anche la scelta dell’alloggio può divenire un fattore significativo. La formula dell’albergo diffuso, nata proprio in Carnia agli inizi degli Anni 80, sembra essere disegnata perfettamente per far combaciare la nostra ricerca con lo spirito autentico di questi luoghi. L’idea alla base è quella di mettere in rete il patrimonio edilizio, rendendolo una componente essenziale dell’offerta turistica. Le camere d’albergo, invece che essere fisicamente situate in un unico edificio, sono sparse nei borghi e nelle loro frazioni, garantendo l’opportunità di vivere il soggiorno in un ambiente non artefatto e di “sentirsi addosso” la realtà del paese.
Un modello, peraltro, in linea con i temi di sostenibilità, che riqualifica strutture potenzialmente a rischio abbandono senza impattare su ambiente e territorio con la costruzione di nuovi edifici. Varcata la soglia della “nostra” abitazione si è pervasi da una sensazione accogliente, acuita dal rituale della colazione, tutta a base di prodotti locali, che qui viene ordinata la sera e consegnata all’orario concordato in un bucolico cesto di vimini.
Fin dai nostri primi istanti, la wildness che pervade Sutrio – e in generale gran parte della Carnia – appare chiara nel suo modo di intendere il turismo. Qui non si cerca (e non interessa nemmeno) una presenza massiva, né si desiderano ospiti distratti, che pretendono una montagna che si adatti ai propri comodi. Il turismo è una risorsa preziosa, ma sempre subordinata alle possibilità e all’integrità del contesto. Un certo tipo lusso non ha senso che abiti qui, così come certi servizi ed esperienze che non abbiano un legame coriaceo con le radici e la storia di questo luogo.
A tavola si mangia divinamente, ma non aspettatevi menù variegati che strizzino l’occhio al trekker in ciabatte. La cucina da queste parti è infatti la principale manifestazione di quell’equilibrio tra conoscenza e rispetto tra le popolazioni che abitano il territorio e la natura circostante.
Non è un caso che siamo a Sutrio proprio in occasione della festa che celebra il piatto principe della Carnia, ovvero i cjarsons. Una sorta di ravioli di sola farina e acqua, proposti con un ripieno realizzato in infinite varianti, ciascuna delle quali cela segreti di famiglia tramandati per generazioni. La loro origine è legata ai cramârs, venditori ambulanti che attraversavano a piedi le Alpi per vendere nei paesi germanici la loro preziosa ed esotica mercanzia acquistata a Venezia e riposta nella crassigne, una sorta di piccola cassettiera di legno che portavano a mo’ di zaino sulle spalle. Erbe, spezie, frutta secca… tutto ciò che avanzava finiva per comporre parte del ripieno di questo piatto.
L’evento ci permette di assaggiarne dieci interpretazioni diverse, portate dai paesi ospiti provenienti dalle vallate carniche. Il tutto ammantato da un’atmosfera festosa e conviviale, impreziosita dalla presenza di numerose aziende agricole e interessanti cantine regionali. Le degustazioni si fanno abbondanti e decisamente sostanziose, ma non placano la curiosità di voler carpire qualche piccolo segreto. Guidati dai sapienti consigli della food blogger carnica Chiara Selenati, ci ritroviamo letteralmente con le mani in pasta in una divertente masterclass che si conclude con l’ennesimo assaggio.
Sutrio è inoltre anche la porta d’accesso a tutti gli altri sapori identitari della Carnia: dalle deliziose carni, passando per il frico e i formaggi, altra eccellenza locale. Il Caseificio Sociale Alto But, situato all’ingresso del paese, è un altro esempio di come la tradizione può essere preservata in una chiave più moderna ed economicamente sostenibile. Un passaggio dallo spaccio aziendale è praticamente d’obbligo così come la visita guidata, prenotabile direttamente dal sito.
Altra gradita sorpresa è rappresentata dal Birrificio Bondai, eccellente realtà che ha portato in Carnia il culto della birra artigianale. La tap room, stilosa e accogliente, è il luogo perfetto dove concludere la giornata, assaggiando la variegata produzione. Riservate anche qui uno spazio per portarvi a casa un “ricordo”: avrete delle ottime birre e delle altrettanto splendide lattine da collezionare.
In generale tutta la proposta gastronomica di Sutrio e dintorni sprigiona un’anima wild testarda, coraggiosa e irriverente. Nei ristoranti, in sala e dietro ai fornelli, si vedono spesso giovani intraprendenti bilanciare sapientemente innovazione e nuove idee, valorizzando la tradizione invece di respingerla.
Le radici così non si perdono né appaiono sterili, ma possono dare vita a nuovi fiori.
Come quelli che impariamo a riconoscere passeggiando negli ampi prati che circondano il paese. La cultura agricola ha da sempre pervaso queste terre: conoscere piante, erbe e – più in generale – ritmi e regole della natura, è sempre stato alla base della vita della comunità. Guidati in questa camminata organizzata, restiamo sbalorditi da quante risorse “silenziose” dimorano nei prati selvatici, siano esse da usare in cucina o per benessere. Un approccio che non è vana ideologia (tipo fuga dalla modernità), ma figlio del tipico pragmatismo montano, dove ogni conoscenza è sempre motivata da uno scopo pratico o, comunque, da una necessità.
Un sapere che inevitabilmente ha origini antiche e porta con sé l’inebriante profumo della storia. E da queste parti ce n’è davvero molta: di qui passava l’antica Via Romea Iulia Augusta (un tempo collegamento tra l’Adriatico e l’Austria), della quale esistono ancora tratti praticamente intonsi, la presenza di antiche popolazioni celte, il dominio del patriarcato di Aquileia, i già citati rapporti con Venezia e con le popolazioni oltre le Alpi e il dominio asburgico terminato dopo il Primo conflitto mondiale. C’è anche spazio per un’incursione nel Ventennio con il sistema di fortificazioni sotterranee del Vallo Alpino, edificato per scongiurare un’eventuale (sigh) invasione tedesca.
Come facciamo ad aver appreso (e visto) tutto questo? È bastata una lanternata notturna in compagnia di Silvio, istrionica figura chiave della promozione turistica di questo borgo, fucina di conoscenze di ogni genere e vera figura wild di questo nostro viaggio.
Illuminati dal bagliore delle fiammelle ci inoltriamo nella fitta vegetazione, esorcizzando paure che prendono le fattezze di sculture lignee realizzate da artisti locali, penetrando nei bunker novecenteschi o soffermandoci davanti all’antica Torre Moscarda, fortificazione medievale che guarda la vallata. Tra un aneddoto e l’altro scorre il tempo e maciniamo strada. Non ci viene mai in mente di prendere il nostro smartphone dalla tasca, nemmeno per aiutarci con la torcia nei tratti dove la lanterna arranca.
Forse il vero wild non è dove manca il segnale, ma dove smetti di cercarlo…
La dimensione unica del borgo si amplifica esponenzialmente risaliti i dieci chilometri che portano sulla vetta del Monte Zoncolan. Il kaiser, così come viene chiamato dagli appassionati ciclisti che, con sforzo immane, provano a conquistarne la cima.
Il comprensorio offre un’ampia varietà di attività lungo l’arco di tutte e quattro le stagioni. Dalle piste da sci fino alla fitta rete di sentieri per trekking, escursionismo e mountain-bike. Qualunque esperienza si scelga si ha la certezza di ritrovare il gusto di una montagna selvaggia, dalla roboante cornice naturale, meno disposta ad ammiccare ma capace di creare un maestoso coinvolgimento. È ciò che cercavamo.
In sella ad un’e-bike ci inoltriamo lungo sterrati che corrono a mezza costa, mettendo in comunicazione le vette che compongono il massiccio. Tra improvvisi sbalzi di quota, si sfiorano malghe isolate e valloni punteggiati di rododendri. In alcuni tratti, tra le cime a sud, si apre una miracolosa finestra da cui poter percepire il luccichio dell’Adriatico.
Il trekking fino a Cima Tamai, la più alta di tutto il comprensorio con i suoi 1.970 metri, mette a dura prova i polpacci, ma ripaga con una vista che libera emozioni primordiali, troppo a lungo compresse nel nostro animo. L’austerità delle conformazioni montuose, accentuata dalla foschia del cielo gonfio di nubi, ha il dolce sapore della ciliegina sulla torta, andando a soddisfare anche visivamente il più classico degli immaginari wild.
Qualche metro più sotto, l’omonimo rifugio regala un pranzo che incarna ancora una volta l’unicità di questo territorio. Ci accoglie un menù ristretto, interessante e a tratti sperimentale, fedele alla stagionalità e con prodotti esclusivamente locali. Alcuni vengono coltivati dall’azienda agricola della proprietà, altri procurati secondo la pratica del foraging, che prevede la raccolta di erbe spontanee commestibili, frutti e fiori che crescono in terreni selvatici.
Rientrando da un’ultima passeggiata nei prati attorno a Sutrio, incontriamo un signore con l’anziana madre. Sono incuriositi dal drone che abbiamo appena richiamato tra le nostre mani. Guardano con stupore le immagini del loro paese dall’alto e sorridono mentre raccontiamo con entusiasmo le attività di quei giorni. Ci salutano con affetto, dicendo di “tornare a trovarli”. Non li deluderemo…
Il nostro animo wild da oggi ha una casa in più dove tornare, nelle terre selvagge della Carnia.
INFORMAZIONI GENERALI:
Per scoprire tutti i segreti della destinazione e conoscere l’offerta turistica e le attività è possibile consultare il sito ufficiale del consorzio Visit Zoncolan.
UN ANNO DI EVENTI A SUTRIO:
- FUMS, PROFUMS E SALUMS (ogni ultima domenica di aprile) è un suggestivo viaggio gastronomico alla scoperta dei salumi, immancabili prodotti della tavola carnica, interpretati in modo diverso da ogni azienda e paese.
- FESTA DEI CJARSONS (ogni prima domenica di giugno): un omaggio al piatto simbolo della Carnia. Dieci ricette, dieci paesi, dieci modi differenti di interpretare i Cjarsons.
- MAGIA DEL LEGNO (ogni prima domenica di settembre): Sutrio si trasforma in un grande e animatissimo laboratorio che mette in mostra l’abilità degli artigiani e la radicata tradizione della lavorazione artigianale del legno.
- FARINE DI FLOR E FORMANDI (ottobre): una festa dedicata ai formaggi di malga e alle farine, due prodotti tipici di tutta la montagna friulana.
- BORGHI E PRESEPI (dicembre-gennaio): la rassegna di presepi provenienti dal Friuli Venezia Giulia e dall’Austria, lungo un percorso alla riscoperta di cortili, loggiati, cantine delle case più caratteristiche di Sutrio.
DOVE ALLOGGIARE:
L’ALBERGO DIFFUSO SUTRIO offre oltre 150 posti letto, suddivisi in più di trenta appartamenti, coordinati e organizzati come un’unica struttura ricettiva. Ricavati dall’attenta ristrutturazione di edifici rurali, antiche case con portici in pietra e austeri palazzotti settecenteschi nel cuore di Sutrio, gli alloggi sono composti da cucina, più camere e bagni (a secondo della loro dimensione). Inoltre mettono a disposizione tutti i servizi tipici di un tradizionale albergo come la reception (punto di riferimento anche per la scoperta del borgo), pulizia dei locali, cambio biancheria e prima colazione servita a domicilio su richiesta.
IL FOOD:
L’OSTERIA DA ALVISE propone piatti della tradizione secondo stagione, preparati con grande cura e materie prime di qualità eccellente. Gustosi i primi, eccezionali le carni.
LA COLONIA, in posizione panoramica sopra il paese, offre straordinari piatti di carne cucinata alla griglia.


























