“Producono motociclette estremamente raffinate e ben rifinite a prezzi che raggiungono il pubblico a circa il 20% in meno. Le macchine stesse sono più complete delle nostre per quanto riguarda l’equipaggiamento […] ma non faranno appello al pilota sportivo nella stessa misura delle nostre”.

Chi lo ha scritto? Un analista europeo che oggi osserva la Cina e l’India conquistare il mercato? Un consulente preoccupato per Ducati, Triumph, BMW? 

Nossignori. Queste parole le scrisse Edward Turner, Managing Director di BSA Motorcycles, nel settembre 1960. Parlava del Giappone. 

LA PROFEZIA IGNORATA

 

Edward Turner era una leggenda. L’uomo che aveva creato il bicilindrico frontemarcia della Speed Twin nel 1938, trasformando Triumph in un impero (quel motore è arrivato fino a noi, sostanzialmente invariato). Il genio che aveva dato forma ai sogni su due ruote di un’intera generazione. Quando nel 1960 la BSA lo mandò in Giappone per capire cosa stesse succedendo, Turner era l’uomo giusto al posto giusto. 

Visitò Honda, Yamaha, Suzuki. Vide fabbriche tre volte più grandi di Triumph, con equipaggiamenti nuovi fiammanti. Contò i tecnici: Honda ne aveva 400 dedicati solo alla ricerca. L’intera industria britannica messa insieme non ne aveva nemmeno la metà. 

“La velocità con cui le aziende motociclistiche giapponesi possono produrre nuovi progetti e modelli adeguatamente testati e sviluppati è sbalorditiva,” scrisse nel suo report. “Honda da sola produce più motociclette dell’intera industria britannica messa insieme”. 

I numeri erano devastanti: Giappone 500.000 unità all’anno. Regno Unito 140.000. 

 

“All’inizio bisogna scartare il vecchio concetto della produzione giapponese come imitazione economica di quella occidentale. Oggi, con i prodotti manifatturieri giapponesi di tutti i tipi, l’accento è sulla qualità”.

Il report di Turner è un documento straordinario di lucidità. Pagina dopo pagina descrive con precisione chirurgica quello che sta per succedere: automazione superiore, costi inferiori, qualità migliore, investimenti massicci. “L’intera esperienza è stata dinamica e uno spettacolo alquanto spaventoso“, ammise. E poi, nell’ultima pagina, una singola frase con un errore clamoroso di valutazione: “Personalmente non penso che l’industria motociclistica giapponese eclisserà il tipo tradizionale di macchina che il motociclista britannico vuole e compra“. 

L’IMPULSO NON ASCOLTATO

 

Ecco il punto. Turner sentì l’impulso. Quel battito viscerale, primordiale, che ti colpisce allo stomaco prima ancora che arrivi al cervello. Entrò in quelle fabbriche e capì, con il corpo prima che con la mente, che tutto stava per cambiare. Il problema è che l’impulso – quello vero, quello che precede il pensiero razionale – è scomodo. Ti dice cose che non vuoi sentire. Ti spinge ad agire quando tutti gli altri consigliano calma. È il tuo corpo che urla “MUOVITI” mentre la tua testa ancora sta cercando di razionalizzare la situazione. 

Turner lo sentì forte e chiaro. Ma poi arrivò la mente. I calcoli. Le rassicurazioni. “Sì, i giapponesi sono bravi, ma il motociclista britannico vuole qualcosa di diverso…“. 

La mente soffocò l’impulso. 

Il Consiglio di Amministrazione di BSA lesse il report, annuì educatamente e non fece nulla. Cinque anni dopo arrivò la Honda CB450. Nel 1969 la CB750 Four riscrisse le regole del gioco. Nel 1973 Edward Turner morì. L’anno dopo BSA dichiarò bancarotta. L’impulso c’era stato. L’allarme aveva suonato. Il battito d’emergenza aveva martellato forte e chiaro. Ma la mente, con le sue razionalizzazioni e i suoi “sì, ma…“, lo aveva zittito.

65 ANNI DOPO, STESSA SCENA

 

Lo scorso Novembre ho trascorso qualche ora nel padiglione cinese di EICMA e mi sono finto un “procacciatore d’affari” per case motociclistiche italiane (che poi, quali sarebbero? Bah… Fortunatamente nessuno me lo ha chiesto). Ho curiosato negli stand dei produttori di parti di motore. Quello che ho visto mi ha davvero colpito: hanno la capacità di produrre lo stesso pezzo in modalità “economica” (a prezzi per noi impensabili), ma anche con leghe e qualità costruttiva “top” (e il prezzo resta comunque competitivo). I numeri del 2025 raccontano una storia che conosciamo già. L’Europa ha venduto circa 1,7 milioni di motociclette. La Cina ne ha prodotte 19,97 milioni. L’India 23,88 milioni. 

“Vedo i giapponesi oggi combinare l’intensa, coscienziosa meticolosità e l’attenzione scrupolosa ai dettagli dei tedeschi, con un approccio molto generoso e disinibito alle vendite della più sfacciata corporation di vendite americana. Questa combinazione, insieme a un’energia instancabile e un senso nazionale di scopo, ha avuto risultati spettacolari nell’economia della nazione”.

Sostituite “giapponesi” con “cinesi” e avete il 2025. 

Non stiamo parlando di motorini scassati. Stiamo parlando di CFMoto, che nel 2024 ha vinto il titolo costruttori nel Mondiale Moto3, prima casa cinese nella storia a riuscirci. Di QJMotor, che controlla Benelli e ha appena lanciato sei nuovi modelli in un colpo solo. E l’India? Royal Enfield ha venduto 857.378 moto nel 2024, il miglior risultato della sua storia. Bajaj controlla KTM dopo averla salvata con 800 milioni di euro. Hero produce 5,9 milioni di moto all’anno e costruisce le Harley-Davidson X440. 

“I salari, naturalmente, sono, secondo i nostri standard, molto bassi”. Nel 1960 Turner lo osservava in Giappone. Oggi lo stesso vale per Cina e India. Ma qui sta il punto: i salari bassi non sono l’unica ragione del loro successo. Nel 2025 CFMoto ha sorpassato Ducati, KTM e Suzuki in Francia. Leggete bene: CFMoto ha superato Ducati in Francia. 

LA BUGIA CHE CI RACCONTIAMO

 

“Sì, ma la qualità non è la stessa. Si rompono. L’assistenza fa schifo“. Era vero. Cinque, forse anche solo tre anni fa, era vero. Oggi? Non prendiamoci in giro. 

“Il cromo, sebbene non buono come quello che produciamo nella nostra industria, era apparentemente interamente senza lucidatura, essendo ramato, nichelato e cromato lucido su tutti i componenti grandi, con una finitura abbastanza tollerabile”. Turner lo scrisse nel 1960. La stessa identica dinamica: “Sì, però quel pezzo non è buono come il nostro…“.

Oggi non ci sono prodotti cinesi e indiani qualitativamente uguali a una Panigale V4 o a una BMW R1250GS. Ma, a mio parere, non è incapacità produttiva. È una scelta deliberata di posizionamento di mercato e di prezzo. Le stesse fabbriche che producono una CFMoto 450SR a 5.000 euro producono i motori KTM sotto licenza. Gli stessi stabilimenti che assemblano Royal Enfield costruiscono Triumph Speed 400. Credete davvero che non sappiano come fare una moto di qualità premium? 

“Mikuni Shoko sono una compagnia giapponese con un collegamento con Amal in questo paese e, oltre al lato relativamente poco importante del loro business di gestione di motociclette importate, sono grandi produttori di carburatori che forniscono carburatori all’industria motociclistica e automobilistica in modo abbastanza importante” (Mikuni è poi diventato uno dei maggiori produttori di carburatori al mondo, equipaggiando tutte le moto jap dagli Anni 70 all’avvento dell’iniezione elettronica). Nel 1960 i giapponesi producevano già componenti critici per le moto britanniche. Oggi, lo dicevamo, QJMotor possiede Benelli. Bajaj controlla KTM. Hero costruisce Harley-Davidson. La storia si ripete, ma questa volta siamo noi quelli che dipendono da loro. 

Certo che sanno come fare una moto di qualità premium. Solo che il loro mercato non è quello. Non ancora. 

Ma se domani decidessero di fare una sportiva da 200 CV con componentistica top di gamma per competere testa a testa con Ducati, saprebbero come farla eccome. Hanno i tecnici, hanno le macchine, hanno le competenze. Manca solo, ad oggi, la volontà di farlo. Perché al momento non gli serve. Quando servirà, lo faranno. E costeranno il 20% in meno. L’unico appiglio che ci resta è l’assistenza. “Sì, ma prova a trovare un meccanico CFMoto fuori dalle grandi città. Prova ad avere ricambi in 24 ore per una QJMotor”. 

È vero. Oggi. Ma credetemi, è solo questione di tempo. Tra cinque anni la rete di assistenza sarà capillare quanto quella delle case giapponesi. I ricambi arriveranno in giornata. I meccanici saranno formati e certificati. Anche questa scusa, l’ultima che ci resta, cadrà. 

LA DIFFERENZA CHE NON C’È

 

Vorrei dirvi che stavolta è diverso. Che l’Europa ha imparato la lezione. Che le nostre case hanno investito, innovato, reagito. Non posso. Perché so che ogni parola del report di Turner potrebbe essere riscritta oggi sostituendo “Giappone” con “Cina” o “India”. Stesso copione, stessi protagonisti, stesso finale. 

“Anche il nostro mercato interno per le motociclette sarà assalito e, sebbene personalmente non penso che l’industria motociclistica giapponese eclisserà il tipo tradizionale di macchina che il motociclista britannico vuole e compra, sono destinati ad avere qualche impatto sul nostro mercato interno in virtù dell’alta qualità del loro prodotto e dei prezzi bassi”. Turner lo scrisse. E si sbagliò completamente. 

Certo, le nostre moto sono belle. Hanno anima, storia, passione. Una Ducati Panigale V4 è arte in movimento. Una Triumph Bonneville porta con sé cent’anni di cultura britannica. Una BMW R1250GS è ingegneria tedesca al suo apice. 

Ma quando un ragazzo di 25 anni può comprarsi una CFMoto 450SR con lo stesso motore di una moto premium a quasi metà prezzo, cosa pensate che scelga? Quando una Royal Enfield Classic 350 costa quanto un weekend fuori e una Triumph Street Twin il doppio, dove va il mercato? 

Io amo l’Italia. Amo la storia motociclistica italiana e britannica. Passo ore nel garage a sistemare motorini degli Anni 70, sogno di restaurare una vecchia Triumph della seconda guerra mondiale, ho scritto articoli celebrando Andrea Pinasco e la democratizzazione del tuning italiano. Ma questo non cambia i fatti. 

TROPPO TARDI?

 

Nel 1960 l’industria britannica era nel pieno del suo splendore. Vendeva bene, fatturava bene, dominava i mercati export. Aveva i soldi per investire, la tecnologia per competere, il tempo per reagire. Non lo fece. 

Oggi l’Europa è già in affanno. Il mercato è calato del 7,5% nel 2025. I dealer chiudono. Le case storiche licenziano. KTM è stata salvata da Bajaj. Non abbiamo più margine per reagire. Non abbiamo i volumi per giustificare gli investimenti. Non abbiamo la forza finanziaria per competere con conglomerati che producono milioni di unità e investono miliardi. La strada è segnata. 

L’impulso per agire c’era. Dieci anni fa, quando i primi CFMoto arrivavano in Europa e li prendevano in giro per quanto fossero brutti. Quando Royal Enfield vendeva 200.000 moto all’anno, non 857.000. Quando bastava un sorriso di sufficienza per liquidare “i cinesi”. Era quello il momento in cui sentire l’impulso, il battito d’allarme nel petto, e muoversi. Subito. Senza aspettare che la mente razionalizzasse, che i comitati si riunissero, che gli studi di mercato confermassero. Quel momento è passato. 

Nei prossimi dieci anni vedremo marchi cinesi e indiani conquistare prima la fascia entry-level (già fatto), poi il medio di gamma (in corso), infine il premium. Qualche casa europea sopravvivrà come brand di nicchia ultra-premium; la Ferrari delle moto, se volete. Altre diventeranno marchi zombie, nomi storici svuotati e rivenduti a investitori asiatici. Il mio non è catastrofismo, purtroppo è realismo. 

L’EREDITÀ CHE CONTA

 

C’è una sola consolazione, ed è magra. I giapponesi vinsero il mercato, ma non uccisero l’amore per le moto britanniche. Oggi una Triumph Bonneville vale più di quanto valesse nel 1975. Una Norton Commando è un pezzo da collezione. La BSA è risorta – ironia della sorte, grazie a capitali indiani. 

Forse sarà così anche per noi. Forse tra vent’anni i ragazzi cinesi sogneranno di possedere una vecchia Ducati 916, una MV Agusta F4, una Moto Guzzi V7. Forse il mercato lo perderemo, ma la cultura resterà. Questa, però, è filosofia consolatoria da bar. La verità fredda è un’altra. 

Il report di Turner aveva ragione su tutto tranne che sulla conclusione. L’industria giapponese eclissò eccome il “tipo tradizionale di macchina che il motociclista britannico voleva“. Lo fece talmente bene che oggi “moto giapponese” è sinonimo di qualità e affidabilità in tutto il mondo. La Cina e l’India faranno lo stesso con noi. 

 

Il battito d’allarme è già suonato. Ma questa volta, come allora, nessuno vuole sentirlo. 

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