Il primo colpo non si scorda mai
A volte sembra un miracolo. Certo, un meccanico o un ingegnere saprebbero descriverlo efficacemente, con la panoplia di quei termini tecnici che una volta i giornalisti di settore sfruttavano per millantare quanto la sapevano lunga.
Eppure, la prima pulsazione, il primo colpo di motore dopo mesi di letargo invernale ha sempre qualcosa di prodigioso. Come definire altrimenti l’esplosione controllata che libera e agita l’atmosfera di onde sonore e di pressione? I primi singhiozzi innescati dal motorino di avviamento sono il prologo dell’attesa, complicata macchinazione di aria, benzina e centinaia di parti meccaniche diverse, composte da leghe metalliche differenti. Ma sì, che è un miracolo. Come il verde primordiale, vivido e brillante che ogni anno rinnova i prati di aprile delle speranze di una nuova stagione di possibilità, dopo la sospensione invernale.

A volte la vita chiede immobilità. Persino oggi. L’inverno, nel suo significato più ampio, non è solo una questione climatica. È una fase in cui l’energia si ritrae, si conserva, si protegge. Le moto restano sotto il telo o il vecchio copriletto della nonna, appoggiate sui cavalletti, sollevate da terra come animali che dormono senza sognare. Poi ci sono altri inverni, meno visibili, indipendenti dalle stagioni. Sono quelli personali. Una malattia. Una convalescenza. Un periodo in cui il corpo cambia ritmo e la mente si adegua. In quei giorni, il movimento è un desiderio sospeso. Il gesto di guidare smette di essere scontato e torna a essere ciò che è sempre stato, nella sua forma più pura: un privilegio fisico. Di conseguenza, il primo colpo non si scorda mai, come cantava quel matto di Enzo Jannacci – che si riferiva ad altro genere di colpi…
“Anni di polvere e ruggine, mesi di lavoro con in testa un solo dubbio: chissà se funziona. Primo calcio sulla pedalina — niente. Secondo — quasi.
Al terzo il motore tossisce e parte. Scarburato, ma vivo.
Una seconda chance nella vita è un lusso raro.
Darla a un vecchio motore è pura emozione”.
(Mauro Massironi – Il mago dei due tempi – collaboratore di Wheelz)
Non sono tanto i primi chilometri al sole. Non è la strada che chiede solo di essere concupita. Forse nemmeno ritrovare quel complesso di movimenti innati che formano la guida. No, la pulsazione primordiale avviene con l’accensione. Quel momento preciso in cui il motociclista ritrova la memoria.

Ricordo l’espressione degli amici mentre assistevano al complesso rito dell’avviamento a kick della mia Norton Commando. Ne erano intimoriti: “Bella, ma non ci vivrei”. Quando però, dopo aver intuito il punto morto del pistone e sfruttato l’ultimo millimetro di corsa della pedivella, la voce tuonava dagli scarichi liberi in una certezza di felicità e potenza. (Poi la bloody bike avrebbe trovato mille fantasiosi modi per ammutolire, ma questa è per un’altra storia).
Ecco perché dopo settimane, mesi, a volte anni trattenuti da una riparazione, un restauro, una parentesi climatica o esistenziale, l’impulso che riaccende il motore è pura riconnessione a tutto ciò che siamo.

È una vibrazione che emerge, dapprima incerta, dalle viscere della termica per attraversare il telaio, il manubrio, le manopole. È la risposta a tutte le domande, un suono che arriva al cuore, prima che alle orecchie.
“Sei grande e curiosi al mercatino di Novegro. E poi, in un secondo, non hai ancora 14 anni e sei nel buio della cantina per non farti beccare da chi si potrebbe molto, molto arrabbiare. La azzecchi alla prima, lui parte col suo suono blu di ferraglia e determinazione. Sa di proibito e libertà. A Novegro, qualcuno ha appena messo in moto un Piaggio Boxer 2”.
(Sara Fiandri – giornalista)
Quell’istante genera una sintesi fra qualcosa di profondamente umano e di meccanico: due sistemi che erano rimasti separati tornano a sincronizzarsi. Il primo battito del motore fa saltare quello del cuore. Ciò che si riattiva non è solo la meccanica, ma una parte di identità che era rimasta in attesa. Non hai ancora messo la prima, non hai ancora fatto un metro, ma sei già altrove rispetto a pochi secondi prima. La vita che fino a quel momento era stata modulare torna ad aprirsi alle eventualità.

“La prima volta, tragicomica. Io giovinetta, molto, arrivo sotto casa con la mia moto pistolata, alzo lo sguardo al balcone: c’è papà che osserva. Gli lancio un’occhiata da dura. Scalo la marcia, sterzo verso il box e… lo sterzo si chiude all’improvviso, io finisco sotto alla moto, e alla mia stessa dignità”.
(Cristina Bacchetti – giornalista)
Il primo impulso ne genera altri, in una germinazione primaverile di variazioni. La nuova stagione diventa un cespuglio fiorito che ogni anno sorprende con forme e colori sempre nuovi. Guidare senza meta, per il puro gusto di viaggiare, è l’espressione più sincera di un movimento che non ha bisogno di alibi, per diventare un dialogo diretto tra intenzione e realtà.
“Sferzato dall’Atlantico lungo i colori d’Irlanda, sono un granello nel vento che per la prima volta ha tremato gioioso nell’esser parte di un mondo sovrastante, con l’animo finalmente scosso dal motore tra verde, pietra e oceano”.
(Matteo Cantatore – giornalista e viaggiatore)

Non sempre lo stato d’animo lo consente: agli olimpionici di divano acrobatico come il vostro affezionato, il pretesto, anche minimo, è un incentivo fortemente motivazionale. L’impulso gioca allora un fattore fondamentale nel creare nuove destinazioni, itinerari soltanto desiderati o invidiati, mentre gli altri li postavano sui social. Sull’albero motore spuntano nuove ramificazioni. A volte si contorcono, ma non è necessariamente un male: raggiungere una meta conosciuta attraverso strade impreviste e imprevedibili è comunque invenzione, spinta verso la novità.
“La prima volta che ho messo una ruota in fuoristrada sembravo un gatto di cera. Venti minuti dopo? Ho capito che era la cosa che più sentivo mia in assoluto.
Nonostante ciò, per ogni volta che ho abbassato una mascherina sul casco, mi sono emozionata come fosse la prima”.
(Gilda Dota – direttore di Wheelz)
E in quell’assonanza assoluta, cristallina, l’impulso muta in pulsazioni. Un allineamento per una versione più essenziale, meno filtrata, più presente della vita. Quando sei a posto, anche il tuo motore lo è. Continua a girare, stabile, sicuro.
Non chiede nulla. Non pretende nulla. È semplicemente lì a battere per te, come un cuore che ha ritrovato il suo ritmo.









