Ci sono storie che per qualche motivo più o meno evidente ti colpiscono, ti risuonano. Persone che con le loro azioni, scelte e viaggi di vita ti toccano particolarmente. Ci sono anche momenti in cui siamo più aperti a ricevere stimoli. Momenti in cui i nostri chakra sono più sensibili e ricettivi e ci si ritrova scossi davanti a certi racconti.
Pensando al tema di Wheelz di questo mese, PULSE, e a quella spinta interiore che “ti muove e torna a palpitare quando meno te lo aspetti”… Beh, chiudendo gli occhi ho visto materializzarsi nella mente l’immagine di un tizio strambo e talentuoso che risponde al nome di Flea. Michael Peter Balzary, conosciuto da tutti per essere il virtuoso bassista dei Red Hot Chili Peppers, in queste ultime settimane, senza volerlo, mi ha fatto riflettere ed emozionare in almeno un paio di occasioni che voglio condividere con voi.

Capita a chiunque di perdere il focus. Nel lavoro, così come nella vita privata. Ci sono periodi, lunghi un giorno o magari mesi, in qui ci si dimentica per esempio perché amiamo tanto fare quello che facciamo. E succede. Succede quando, per esempio, ci svegliamo già svogliati e non troviamo la scintilla, il sorriso per affrontare il nostro lavoro, i nostri impegni. Succede quando si inserisce la modalità pilota automatico e anestetizziamo pulsioni, spinte e passioni. Non lo si fa apposta, ma può capitare persino che nella routine della quotidianità anche le cose più belle che ci capitano riusciamo a non coglierle, a farcele scorrere sulla pelle senza traccia, nemmeno di un brividino.
Insomma, il 27 marzo Flea, bassista dei RHCP lo ripeto, ha pubblicato un suo album solista.
Album con il quale ha voluto rispolverare il suo vero primo amore musicale: la tromba. Sì. La tromba e il jazz.

Flea ha sempre coltivato un’anima musicale ben più ampia del suo groove funk travolgente e la tromba ne è una delle espressioni più intime e sorprendenti. Prima ancora di diventare un punto di riferimento del basso rock, infatti, si è avvicinato alla musica durante l’adolescenza proprio attraverso lo studio della tromba, influenzato profondamente dal jazz e da artisti come Miles Davis. Lo racconta anche nel documentario L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers (titolo originale The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel) diretto da Ben Feldman, da poco sbarcato su Netflix. Guardatelo, racconta un pezzo della storia del gruppo che non è nota a tutti
Il suo percorso poi lo ha portato a suonare il basso, ma il suo amore per quello strumento così particolare non si è mai sopito. Tant’è che, a pensarci bene, ci sono brani dei RHCP dove qui e là Flea ha deciso di colorare l’insieme proprio con la tromba. Pensate ad Hump the Bump per esempio: brano contenuto nell’album Stadium Arcadium del 2006: è l’esempio più evidente di quanto Flea ami riportare la tromba nel sound della sua band. La sezione fiati dà al pezzo quell’atmosfera funk old-school, quasi da marching band, che richiama le sue radici musicali e la sua formazione.
Incuriosita come non mai di ascoltare questa sua nuova avventura musicale, non appena pubblicato l’album ho infilato le mie cuffione e, vagando per il parco vicino a casa mia, mi sono goduta il viaggio: HONORA. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Non è solo una parola evocativa, ma un nome proprio, profondamente legato alla sfera personale e familiare di Flea.
Dietro questo titolo si nasconde un omaggio intimo, quasi sussurrato, che riflette il carattere dell’intero disco: lontano dall’energia esplosiva dei Red Hot Chili Peppers, qui Flea si muove in territori più delicati, jazzati e introspettivi. Honora diventa così un punto d’incontro tra memoria e identità artistica, un gesto di riconnessione con le proprie radici emotive e musicali. Non appena “Un essere umano la appoggia sulle labbra e ci soffia dentro l’amore, diventa viva e infuocata, un sentiero verso Dio, un portavoce della divinità”, questo ha detto Flea durante un’intervista parlando della tromba, di questo suo primo amore musicale. In questo album ho sentito tutta la poesia di una persona che si prende la libertà e la gioia di osare, di fare, di mettersi in gioco solo per il piacere di farlo. Il volersi riconnettere alle proprie gioie e passioni.
Direte voi: è questo che ti ha fatto emozionare?

Il jazz, si sa, è musica colta, è musica difficile. Difficile da ascoltare e tanto difficile anche da suonare. Raccontando di questo suo lavoro Flea, candidamente, ha dichiarato che per poter essere all’altezza di questa missione ha dovuto rimettersi seriamente a studiare, quasi come un musicista agli inizi. Nonostante la sua carriera gigantesca con i Red Hot Chili Peppers, Flea ha spiegato che la tromba richiede una disciplina completamente diversa dal basso, molto più rigorosa dal punto di vista tecnico e del controllo del suono. Per preparare il disco si è immerso nello studio quotidiano dello strumento, lavorando su tecnica, respiro e linguaggio jazz, tornando anche ai suoi riferimenti storici. Me lo sono immaginato lì, nel suo studiolo, con la tromba, gli spartiti, i vecchi vinili della sua adolescenza rispolverati per l’occasione, una tazza di tè fumante e ore ed ore passate così, immerso nel suo impegno.
È questa passione viscerale che sento nel disco. E sì, questa cosa qui mi commuove.
Mi commuove perché mi dà una scossa, mi dà quella spinta che ogni tanto non sentiamo, che ogni tanto viene placata dalla frenesia delle giornate. E mi ricorda quanto amo il mio lavoro, la passione per la musica. Quante volte mi ha salvata e fatta sentire bene. E quanto sia bello immergersi in quel processo di studio, approfondimento, creatività e curiosità che riempie l’anima molto più di tanto altro.

Qui vi sto riportando il mio caso specifico, ma penso che ognuno di noi possa trovare la sua isola felice: quell’attività, quell’hobby, quella passione che, quando riusciamo davvero a perderci dentro dimenticando tempo e spazio, ci fa sentire vivi. È quello che lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha definito flow: uno stato in cui mente e corpo si allineano perfettamente e l’atto di creare scorre senza attrito, senza resistenze. Il tempo perde consistenza, si dilata o scompare del tutto, mentre il giudizio si spegne e lascia spazio a una concentrazione totale, quasi meditativa. È una condizione in cui non stai più inseguendo l’idea giusta, ma sei dentro l’idea stessa, la attraversi mentre prende forma.
Per chi scrive, compone o vive il palco, il flow è quel punto invisibile in cui tecnica e istinto smettono di essere opposti e diventano un’unica cosa: non pensi più a “come fare”, semplicemente fai. Ed è proprio lì che accade qualcosa di raro: la creatività smette di essere costruzione e diventa rivelazione. Non c’è più fatica, ma una sorta di energia continua, un piacere sottile e potente che tiene insieme lucidità e abbandono.
È anche per questo che il flow fa stare bene: perché ti porta in uno stato di presenza assoluta, lontano dal rumore mentale e dalle aspettative, dove ciò che conta è solo l’esperienza stessa del creare. È una forma di libertà profonda, quasi fisica, in cui ti riconnetti a ciò che sei davvero, senza filtri. E spesso, è proprio da lì che nasce la parte più autentica di ogni espressione artistica.
Flea con il suo album così particolare e urgente, mi ha fatto venir voglia di immergermi nello studio, nel mio personale flow. Ecco perché ho pensato a lui per questo articolo di Wheelz: perché senza neanche saperlo è stato capace di lanciarmi un forte impulso, una spinta motivazionale importante.

E allora vi saluto così, dandovi come consiglio quello di ascoltare il nuovo lavoro di Flea. Complesso, non facile, ma tanto interessante. Dentro ci sono dei super ospiti come Nick Cave e Thom Yorke, la traccia numero 3, Traffic Lights, è un viaggio che merita di esser fatto. E poi vi lancio la sfida a ritrovare la vostra pulsione, quella spinta che, slegata dalle redini, vi può portare ovunque.
Sberebem!









