Nel dicembre del 2015 ognuno affrontava i propri problemi. C’era chi si godeva la più spettacolare eruzione dell’Etna degli ultimi 20 anni, chi cercava di salvare il mondo dal riscaldamento globale lavorando all’Accordo di Parigi e chi correva su e giù nella solita, frenetica corsa ai regali. Mentre Maduro perdeva le elezioni in Venezuela, Scott Weiland degli Stone Tempre Pilots e Lemmy Kilmister dei Motörhead passavano a miglior vita.

 

E poi a Nazaré, in Portogallo, c’era un uomo con la tavola da surf. E, come quasi sempre, c’erano anche onde gigantesche.

Quell’uomo ancora non lo sapeva, ma avrebbe festeggiato il Natale mettendo un record italiano sotto l’albero. Era il 23 dicembre, il suo nome è Alessandro Marcianò e, ancora oggi, è l’unico surfer italiano ad aver domato una big wave alta 18 metri.

Alessandro, romano di nascita, è cresciuto surfisticamente come waterman e big wave rider sotto l’ala di Garret “GMAC” McNamara, uno dei pionieri di questo sport, eccezionale surfista hawaiiano di onde giganti e detentore di svariati record mondiali. Nei mesi invernali Marcianò vive proprio a Nazaré, un luogo straordinario per i surfisti delle big waves per la presenza di un canyon sottomarino che amplifica l’energia del mare, generando alcune delle onde più alte e spettacolari del mondo.

Fondatore di Italia Surf Expo, il festival dedicato alla surf culture più conosciuto e longevo d’Italia, a guidarlo da Santa Marinella alle onde più mostruose del pianeta sono sempre state passione, determinazione e “pancia”. Ma come si passa dal surf “old style” ai mostri d’acqua? Cosa c’è dietro (e dentro) chi decide di mettere tutto in gioco, anche la propria vita, accettando una sfida di questa portata? Qual è l’impulso che spinge a superare ogni giorno i propri limiti e le proprie paure come uomo e come atleta?

Per aprire questa Pulse Issue di Wheelz l’abbiamo chiesto proprio a lui, ad Alessandro Marcianò. Abbiamo parlato di viaggi, paure, tenacia e visione. Ecco cosa ci ha raccontato il domatore di giganti.

Alessandro ci racconti al volo chi sei? Una tua bio in quattro parole…

“Nato nel centro di Roma, sono sempre stato uno sportivo molto competitivo passando per varie discipline come le arti marziali, il pentathlon moderno e, per poco tempo, anche pilota di moto nella Sport-production 125cc.

Nel mentre, praticavo il windsurf che poi ha preso il sopravvento su tutto dopo un viaggio (il primo della mia vita) alle Hawaii, sull’isola di Maui. Da lì in poi anche il surfing entra a far parte della mia routine e così inizio a viaggiare, a competere nei circuiti italiani ed europei, fino a divenire parte attiva del movimento organizzando eventi, gare e festival.

Poi, nel 2015, si apre inaspettatamente una seconda carriera sulle onde giganti di Nazaré, dove ho stabilito il record italiano surfando un’onda di 18 metri. Ancora oggi sono alla ricerca dell’onda perfetta”.

Il primo battito: ricordi il momento in cui hai capito che il surf sarebbe diventato il tuo mondo? C’è stato un episodio preciso che ha acceso quel primo impulso? 

“Nel mio caso credo sia stato un insieme di momenti ed emozioni che pian piano mi han portato in modo naturale, senza nessuna costrizione, ad abbracciare questo modo di vivere e seguire la passione senza limiti.

Viaggiare nei luoghi cult del surf mondiale mi ha sicuramente fatto battere il cuore. Porto con me un pezzetto di tutte quelle esperienze. Direi però che dopo i 22/23 anni mi sono reso conto che orami ero stato risucchiato da questo mondo, tanto da dire NO ad importanti proposte di lavoro che mi avrebbero privato della mia libertà”.

 

Il surf è uno sport che vive di timing: l’onda giusta, il momento giusto, il movimento giusto. Quanto conta il ritmo, fisico e mentale, nel tuo modo di stare in acqua?

“Il ritmo è tutto specialmente per chi, come noi, vive tra le onde. Ma non sempre lo si trova. Solo quando si è connessi davvero con l’oceano e la natura si riesce a trovare quel tempismo che, in alcuni casi, sembra fortuna. In realtà è frutto di uno stato mentale capace, appunto, di influire su mente e corpo”.

Tra un’onda e l’altra c’è sempre un tempo sospeso, un’attesa. Cosa succede in quei momenti? È più meditazione o più adrenalina?

“Dipende. Se sono in modalità “performing” mi concentro sulle prossime manovre da fare e su come vorrei portare a termine la surfata. Se invece sono in modalità “eco” allora mi limito guardarmi intorno riflettendo su quanto sia speciale essere abbracciati dall’oceano. Vivere questi momenti è davvero una cura per l’anima. Quando si sta seduti sulla tavola in attesa dell’onda lo stress rimane a terra e tutto sembra possibile. Altro discorso, invece, quando mi trovo ad affrontare le big waves: lì l’attesa rappresenta un misto tra paura e adrenalina dove la mente gioca un ruolo fondamentale nel mantenere il controllo”.

 

Molte carriere nascono da decisioni razionali, altre da un impulso quasi istintivo. Le scelte che ti hanno portato dove sei sono state più strategiche o più di pancia?

“Assolutamente di pancia! E devo ringraziare i miei genitori che mi hanno sempre spinto a seguire le mie passioni. Non ho mai programmato, ho solo seguito l’istinto e le opportunità che si sono presentate sul mio cammino. Ogni volta che ho dovuto prendere una decisione, ho cercato di ascoltare quella vocina interiore che mi diceva cosa mi facesse battere il cuore.

Questo approccio mi ha portato a scelte che, inizialmente, potevano sembrare rischiose o poco convenzionali, ma nel tempo poi si sono rivelate incredibilmente gratificanti. La passione e l’istinto da soli possano condurti lontano, soprattutto se hai il coraggio di rischiare e di credere in te stesso”.

Il surf vive sempre su una linea sottile tra controllo e imprevedibilità. Come si impara a fidarsi dell’istinto senza perdere lucidità?

“Questo è un argomento vasto, se ne potrebbe parlare per ore. Per me spesso si tratta della giusta percezione, di capire esattamente dove ci si trova in quel preciso momento e come l’ambiente circostante sta cambiando. La percezione nel surf è fondamentale perché le onde non sono mai le stesse: ogni sessione offre condizioni uniche.

Inoltre, praticare la meditazione o tecniche di respirazione può aiutare a rimanere centrati e lucidi anche nei momenti di stress o sorpresa. Il dialogo interno gioca un ruolo cruciale: mantenere pensieri positivi può aiutarti a reagire meglio alle situazioni più pericolose (immagina tra le big waves…). Infine, l’esperienza gioca un ruolo fondamentale tra il controllo e la gestione dell’imprevedibilità che il surf richiede”.

Come ti alleni per il big wave riding?

“Solitamente mi alleno molto in apnea perché cadere da una big wave è un’esperienza violenta e mentalmente bisogna rimanere calmi senza andare in panico. Quest’anno ho avuto l’opportunità di soggiornare con la mia famiglia presso il resort Adaaran Select Hudhuranfushi su uno dei migliori atolli delle Maldive. Oltre ad aver praticato apnea in fondali pazzeschi, ho potuto allenarmi anche dietro la moto d’acqua simulando il tow-in surfing anche su mare piatto.

Ovviamente non è mancato il surf sulla mitica onda di Lohis: anche se le onde in quel periodo erano molto piccole è stato comunque emozionante surfare con i delfini. Mi sono voluto dedicare anche al beach volley e al Tai Chi. Su quest’isola ci si riconnette con la natura e con le cose semplici”.

Il surf è anche movimento continuo: oceani, stagioni, maree. Qual è il viaggio che ti ha cambiato di più come surfista e come persona?

“Come accennavo prima, non è stato un singolo viaggio ad aprire le mie vedute, ma un insieme di momenti in diversi viaggi. È come se da ogni posto in cui sono andato a surfare avessi trattenuto un piccolo tesoro: ogni onda presa, ogni persona incontrata, ogni cultura abbracciata hanno arricchito la mia esperienza e mi hanno aiutato a crescere.

In Indonesia, per esempio, le lunghe giornate trascorse su quelle spiagge remote mi hanno insegnato a capire il ritmo della natura e a sintonizzarmi con il flusso delle maree. Alle Hawaii ho scoperto quanto sia importante la comunità nel surf, un legame che va ben oltre il semplice atto di cavalcare le onde, realizzando che il surf è un linguaggio universale che unisce le persone, indipendentemente da dove vengano.

Poi ci sono stati i viaggi in Senegal e Marocco, dove ho visto come il surf possa essere uno strumento di cambiamento sociale. Ho avuto l’opportunità di insegnare a bambini di comunità svantaggiate e questo mi ha aperto gli occhi sulla potenza di questo sport non solo come attività ricreativa, ma anche come mezzo per ispirare e dare speranza.

Ogni viaggio ha contribuito a formare la mia identità di surfista e, al contempo, di persona. Il surf, in tutte le sue sfumature, mi ha insegnato che la vita è un continuo movimento, proprio come le onde. E che ciò che conta è essere presenti in ogni singolo momento”.

Nazaré è uno dei luoghi più estremi del surf mondiale. Quando sei davanti a onde di quelle dimensioni c’è una componente di paura? Come si gestisce?

“Sì, Nazaré è ormai famosa in tutto il mondo per le sue onde gigantesche e come primo italiano ad essere venuto qui per affrontarle ammetto di aver avuto una paura mai provata prima. Quando ci si trova di fronte a onde di quelle dimensioni e potenza ti rendi conto di quanto il mare possa essere brutale.

Gestire la paura è un aspetto cruciale per affrontare condizioni estreme e una preparazione fisica e mentale di alto livello, avere un team di supporto e un’esperienza su questo spot, aiutano a superare i momenti difficili in cui mi sono chiesto “perché lo sto facendo?”. Direi che la gestione della paura è un aspetto fondamentale del surf in condizioni estreme e richiede una combinazione di preparazione, esperienza e supporto psicologico”.

Sembra scontato chiederlo proprio a te, che hai dato vita al Surf Expo di Roma, ma il surf è più elezione o inclusione?

“Qualche anno fa avrei riposto elezione. Nel senso prima per entrare in uno spot da esperti dovevi essere “eletto” o comunque conquistare un posto nel branco. Di questi tempi, invece, è più semplice integrarsi grazie alle scuole che portano allievi in giro sulla costa”.

Qual è, a tuo parere lo scoglio più difficile per chi inizia a praticare surf “da cittadino”? E come si supera?

“Non credo si possa definire scoglio, è più una questione di contatti. Avere un amico/a surfista facilita il processo di ingressonella community. Ormai sono tantissime le scuole di surf che offrono corsi a prezzi economici. Oppure basta cercare sul web le associazioni più vicine alla propria zona e il gioco è fatto”.

Gli impianti che offrono onde artificiali, come Wake Paradise a Milano, possono avere un ruolo per aumentare il numero di appassionati?

“Impianti come quello a Milano offrono sicuramente l’opportunità di un primo approccio, soprattutto localmente: anche se l’esperienza non è proprio come in mare comunque si possono apprendere i fondamentali. In Italia manca una vera wave-pool sullo stile di quella realizzata da poco a Monaco di Baviera o in altre parti del mondo con onde surfabili come in mare aperto. Quando finalmente avremo anche noi una struttura del genere, allora vedremo alzarsi ulteriormente il livello tecnico e il numero di praticanti”.

 

Ma la filosofia del surf, quella da film hollywoodiani, ha qualche attinenza con la realtà di chi, come te, vive di e per questo sport?

“I film cult sono Un mercoledì da leoni del ’78 e Point Break (il primo, quello del 1991). Rappresentano la fotografia esatta rispettivamente degli Anni 70 e 90. Dagli anni 2000 il surf è cambiato molto e, a mio avviso, non ci sono state produzioni cinematografiche capaci di raccontare la trasformazione del movimento fino ai giorni nostri.

Sicuramente il surf attuale ha assunto una caratteristica decisamente più sportiva, soprattutto da quando è entrata a far parte delle discipline Olimpiche con veri e propri atleti impegnati quasi tutto l’anno nei vari circuiti di qualificazione, fino al mondiale. Ma resiste anche l’anima del free-rider quello che magari, con un van pieno di tavole, se ne va viaggiando senza una meta solo alla ricerca di qualche spot meno frequentato per godersi il tramonto con una birra in mano”.

 

Guardiamo l’altra faccia della medaglia: il surf è diventato un vero fenomeno culturale pop, tra eventi, media e community sempre più grandi. Tu rappresenti una generazione di surfisti “old school”: come si protegge, oggi, lo spirito più autentico del surf?

“Certo mi piacerebbe un ritorno alle radici mantenendo vive le tradizioni e il legame con la natura, ma credo anche che il progresso non si possa fermare e che ognuno abbia il diritto di vivere questo sport come più gli piace. Certo la cultura debba essere alla base, ma i bei tempi sono andati… I principi di allora non funzionano in quest’epoca dove si vuole tutto. E noi della old school dobbiamo indicare la strada, ma nello stesso dare spazio d’espressione alle nuove generazioni”.

Con il Surf Expo di Roma hai portato il surf lontano dall’oceano, trasformandolo in un evento culturale, oltre che sportivo. Quanto è importante per te creare spazi dove questa cultura possa incontrarsi e crescere?

“Il Surf Expo nasce nel 1999 con l’intento di promuovere questa disciplina ancora sconosciuta al grande pubblico. E lo abbiamo fatto per tante edizioni. Ma, dopo 26 anni, posso dire che il Surf Expo è un festival dove il surf è un filo conduttore tra tante attività sportive, culturali e musicali. Per me è importante portare avanti questo evento per questo”.

Abbiamo gli spot, sempre più spesso abbiamo anche un discreto numero di giorni d’onda. Ma tante iniziative legate al surf in Italia nascono e muoiono velocemente. Cosa manca nel nostro paese perché il surf si affermi a tutti gli effetti?

“Il surf in Italia ha sicuramente del potenziale, purtroppo però, non avendo le onde tutti i giorni, o comunque non come sull’oceano, rimane una pratica occasionale e non programmabile. Andare a fare surf non è come andare in una palestra aperta tutti i giorni. Il surf lo devi aspettare, pregare. Per giorni o addirittura mesi. E, quando arriva, lo devi prendere al volo.

Per questo i nostri atleti preferiscono allenarsi e gareggiare all’estero dove possono trovare una continuità impensabile in Italia. Esiste anche un aspetto commerciale sempre più in crisi dove i brand leader del settore non investono più, o molto poco, sul nostro territorio. Questo movimento underground una volta aveva un suo appeal sui consumers: oggi si è perso a causa della grande distribuzione”.

Sappiamo che ti piace guidare e sei anche molto appassionato di racing: è un’altra forma di ricerca dell’adrenalina? Ha più a che fare con il controllo o con lo sfidare i limiti?

“In realtà è la velocità che mi affascina, sia in pista che in fuoristrada. In moto o in auto cerco quelle emozioni che mi fanno sentire vivo. Una cosa che in molti non immaginano è, ad esempio, che cavalcare le onde grandi, specialmente con l’ausilio delle moto d’acqua, ha molti punti in contatto con il motorsport e, forse proprio per questo, mi ha letteralmente rapito.

Grazie a Ford Italia ho l’opportunità di provare dei mezzi incredibili, dalla Mustang al Raptor o al Bronco. Guidare una supercar, spesso, mi ricorda come affrontare curve e rettilinei con precisione millimetrica, calcolare la traiettoria giusta e gestire le dinamiche di velocità… Proprio come nel surfing”.

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