Ecco, le sentite? Nel silenzio invernale delle corse, quando i campionati riposano e le piste si coprono di un velo di freddo e ghiaccio, le storie davanti al caminetto tornano ad ardere come lingue rossastre nel buio. È il tempo delle favole meccaniche, di fiammelle che illuminano una sola notte. Di brace che cova, di scintille che crepitano contro ogni pronostico. Di questa materia ascendente sono fatti i campioni, puro fuoco che brilla di luce propria e a intensità variabile. C’è chi scalda il cuore degli appassionati come una stufa a pellet, costante e vincente lungo un’intera carriera. Altri sono vampe che brillano una sola volta, alimentate dalla resina di eventi irripetibili.
Nello scorrere gli albi d’oro, gli allori si succedono spesso in serie di tre, quattro, persino cinque, alternate o consecutive. Per definizione, i fuoriclasse sono i protagonisti che cambiano lo sport e definiscono la loro epoca. Tra un dominio e l’altro, può accendersi la torcia della gloria imprevista, che può divampare per caso, o celebrare un lungo inseguimento con un fuoco d’artificio. Il vero sportivo, che parteggia sempre per lo sfavorito, considera questo genere di successo il più bello e affascinante.
In Formula 1, ricordo il Damon Hill del 1996. Il suo titolo mondiale profumava di riscatto, sia dall’ingombrante figura del padre, sia dalle difficoltà del diventare pilota quando lui non c’era più, scomparso troppo presto. Damon è figlio di Graham, titolare dei baffetti più veloci del Circus di ogni tempo. Sfruttò il passaggio del compagno di squadra Schumacher in Ferrari per ribadire la supremazia della Williams FW18. Un racconto di Natale dickensiano, poiché nel corso della stagione, riuscì a superare il numero di vittorie e di pole di papà.
Accanto a Hill, al volante della seconda Williams, c’era un giovane rookie di grandi speranze, che avrebbe vinto il Mondiale ‘97: Jacques Villeneuve. Altro illustre figlio d’arte, fu il Davide che schiantò il Golia rosso di Maranello contro ogni pronostico. Poi scelte e macchine sbagliate, ma l’anno di Jacques resta un ricordo vivido.
Dopo tanto Hakkinen & Schumacher, ecco il 2007 di Kimi Räikkönen. L’uomo di ghiaccio si laureò campione con una sola, perfetta vampata rossa. Pole e vittoria al debutto su una Ferrari, roba che solo Fangio e Mansell. Una fiammata gelida e caldissima allo stesso tempo, che incendiò il cuore dei Ferraristi. E a proposito di Mansell: se per tutti è ancora il Leone d’Inghilterra, è per quella grinta inesauribile che lo portò ad afferrare il sacro fuoco dell’iride nel 1992, a ben 39 anni. Con il cuore di chi non ha mai smesso di crederci.
Il fuoco cammina anche con i poeti delle due ruote. Il più esistenzialista di tutti? Che domande: Casey Stoner, saltellante (in staccata) e imprevedibile come un canguro. Nel 2007 accese le livree della Ducati del primo titolo in MotoGP, dominando quel cavallo pazzo che era la Desmosedici.
La stagione precedente aveva schizzato un altro lapillo rovente destinato a restare nel cuore degli appassionati. Dal Kentucky alla sella della Honda RCV, Nicky Hayden riuscì a dominare Rossi, che aveva messo il suo nome sui quattro campionati precedenti. Lui mise il numero 1 sulla tabella al posto dell’a-tutti-noi-molto-caro 69. Il calore della sua simpatia continua a scaldarci.
Se nel 1999 lo spagnolo Alex Crivillé mise la firma sul suo unico Mondiale dopo aver atteso con pazienza che il leader Mick Doohan si sfasciasse del tutto, un altro americano, Kenny Roberts Jr, fu un fuoco fatuo che pochi si attendevano. Nel 2000 diventò il primo e unico figlio ad aggiungersi al padre nell’albo d’oro della “classe regina”. Poi arrivò Valentino e buonanotte.
Vent’anni dopo un altro spagnolo, Joan Mir, sempre su Suzuki, rischiarò un 2020 che ancora ci fa ombra, prima dell’exploit di Fabio Quartararo. Ma per gli appassionati italiani, le due fiammate più inattese e spettacolari restano quelle di Marco Lucchinelli e Franco Uncini, campioni del mondo della 500 nel 1981 e ‘82, prima di raffreddarsi tra scelte sbagliate e terapie intensive.
La Superbike? È un focolare domestico: ruvida, calda, vicina al pubblico. Una famiglia in cui c’è posto anche per i campioni che brillano nella durata di un fiammifero. Come l’enigmatico texano Ben Spies, che nel 2009 attraversò la stagione come una stella cometa. O l’incandescenza inattesa del sexy francese Sylvain Guintoli, che nel 2014 movimentò il paddock sulla Aprilia RSV4 che era stata di Biaggi.
Già, Max Biaggi: nel 2010 riuscì a conquistare il suo quinto titolo iridato proprio in Superbike, 13 anni dopo il quarto della 250 GP. Si diceva che la sua Aprilia filasse come una MotoGP (e che sotto le carene ci somigliasse pure), ma il suo spettacolare ritorno di fiamma fu ribadito due anni dopo.
Invece Troy Bayliss fu brace inesauribile, buona per cucinare leggende. Dopo essersi preso la rivincita su Edwards nella memorabile stagione 2001, l’erede di Fogarty tornerà a trionfare in Superbike nel 2006 e nel 2008, il suo ultimo anno nelle competizioni.
I ritorni di fiamma sono un altro capitolo da raccontare davanti al caminetto, senza temere di scottarsi. Forse il più incredibile è stato quello di un pilota che, con il fuoco, ha avuto più tragica familiarità.
Ha dell’incredibile, il terzo titolo mondiale conquistato da Niki Lauda nel 1984 su McLaren. Avvenne quando era in squadra con un cagnaccio come Prost e ben sette anni dopo quello storico del ‘77 su Ferrari, seguito da un ritiro clamoroso e molto discusso. Una fiammata di ritorno che lui stesso decise di estinguere con il pensionamento dell’86.
Lo stesso Alain Prost tornò alle corse nel 1993 dopo un anno sabbatico, per vincere il suo quarto titolo: un incendio controllato dal Professore con metodo e razionalità.
Di altri ritorni di fiamma si potrebbe raccontare tra Natale e l’anno nuovo. È una bella vicenda, a lieto fine, quella di Freddie “Fast” Spencer. Dopo il titolo del 1983 e una stagione enigmatica, tormentata da infortuni e manie, nell’85 il campione della Louisiana si riattizzò con un’irripetibile doppietta in 250 e 500.
Forse il più rispettabile, però, arde fra i Prototipi. Anche se l’attuale “Monsieur Le Mans” è Tom Kristensen, che alla Sarthe ha trionfato ben nove volte fra il 1997 e il 2014, prima l’appellativo era appannaggio del belga Jackie Ickx.
Se lo conquistò in un’epoca assai più pericolosa. Intercorrono ben 13 anni fra la prima (1969) e l’ultima (1982) delle sei vittorie di Ickx alla “24 Ore più 24 Ore di tutte”. Oltretutto, le conseguì al volante di vetture simboli di ere geologiche ben distinte, dalla Ford GT40 MK1 alla Porsche 956.
























