Vibes. Vibrazioni, se lo traduciamo letteralmente. Poi c’è il verbo,“to vibe”. Che vuol dire vibrare, ma anche trasmettere una scossa, uno stato d’animo, un’emozione o un’atmosfera. Ci sono pittori capaci di trasmettere queste sensazioni con le loro opere, cantanti capaci di farci sognare con un acuto, fotografi che ci fanno battere il cuore con un’immagine. E ancora, scultori in grado di farci rimanere a bocca aperta di fronte a una statua, scrittori che ci fanno piangere con un libro e registi che ci fanno gridare al capolavoro con un film.

 

E poi ci sono pochi, anzi pochissimi, artisti che hanno tutti questi talenti messi assieme. David Keith Lynch è senza alcun dubbio uno di questi.

Nato in una sconosciuta località del Montana (non esattamente il luogo più “artistico” degli States), è stato scrittore, pittore, fotografo, attore, musicista, sceneggiatore e regista. E persino un Eagle (il massimo grado negli scout americani). Insomma, scout a parte, un GENIO. La sua passione per l’arte nasce dall’incontro con Toby Keeler, figlio del pittore Bushnell Keeler. Da lì capisce di voler diventare un’artista.

Già alle superiori inizia a frequentare una scuola d’arte a Washington. Subito si iscrive alla School of the Museum of Fine Arts di Boston, dove avrà Peter Wolf come compagno di stanza. Non pago degli studi, parte per l’Europa per studiare il pittore Oskar Kokoschka, convinto di restarci anni. Resisterà 15 giorni alla perfezione di Salisburgo, che evidentemente non gli trasmette le giuste vibes.

Torna negli States, questa volta a Filadelfia, frequenta la Pennsylvania Academy of fine Arts e qui, oltre a realizzare apprezzati mosaici geometrici, si appassiona ad un nuovo strumento: la macchina da presa. Inizialmente crea opere ibride, tra installazione e cinema sperimentale, ma si appassionerà sempre di più alla regia realizzando i primi, apprezzatissimi, cortometraggi, che lasciano già trasparire alcuni elementi artistici tipici della sua carriera.

Poco dopo, nel 1970, grazie ad una sovvenzione dell’American Film Istitute, inizia il suo primo lungometraggio, Eraserhead – La mente che cancella. La gestazione, tra ritardi, sfighe varie, mancanze di fondi (il nostro eroe si giocherà la casa e dovrà dormire sul set) durerà ben 6 anni. Uscirà solo nel 1977 e, manco a dirlo, sarà considerato un capolavoro (tanto che un mostro sacro come Stanley Kubrik lo considerava il suo film preferito).

La pellicola è delirante, cupa, angosciante. Racconta alla sua maniera la storia di una coppia che ha un figlio deforme. Sembra che per girare il film, David abbia creato il bambino utilizzando il feto imbalsamato di un vitello, e che questo alla fine delle riprese sia stato seppellito dopo un “finto” funerale alla presenza di tutta la troupe. Ma nessuno saprà mai la verità. Dicono anche che il film riflettesse indirettamente la paura del regista verso la paternità, rappresentata da quel figlio mostruoso. Il film, considerato impossibile da distribuire, venne invece proiettato per ben 10 anni consecutivi negli spettacoli di mezzanotte e ottenne un grandissimo successo di critica, lanciando il nostro David nell’Olimpo dei registi del cinema d’avanguardia.

Successo confermato dal film The Elephant Man del 1980. Anche in questo caso, le major non fecero a gara per distribuirlo, anzi, non ne volevano proprio sapere. Salvo poi mangiarsi le mani visto che la pellicola ottenne ben 8 candidature al premio Oscar e contribuì a far diventare David uno dei registi emergenti in rampa di lancio. Lancio però bruscamente interrotto dal fiasco completo del film seguente, Dune, del 1984. Prodotto dal nostro Dino De Laurentis, avrebbe dovuto essere un kolossal. Ma a causa dei vari tagli in fase di montaggio il film perse completamente il suo senso, tanto da risultare incomprensibile. Fu un flop di critica e al botteghino. Ma come tutti i grandi, il buon David fece tesoro di quell’improvvisa battuta di arresto e da quella volta pretese di avere SEMPRE il final-cut da tutti i produttori con cui avrebbe lavorato in seguito. Tra un film e l’altro, intanto, si dedica anche a pittura e fotografia con discreto successo, ça va sans dire.

Arriva il 1986 e anche il secondo film con De Laurentis. Velluto Blu, che gli varrà anche la seconda nomination all’Oscar come miglior regia. Una conturbante Isabella Rossellini, un giovane Kyle MacLachlan e il buon vecchio Dennis Hopper nei panni (riuscitissimi) di un gangster sociopatico contribuiscono al successo del thriller, dove si inizia a vedere quella cifra artistica e stilistica che accompagnerà Lynch negli anni a venire. Il tutto condito dall’attenzione maniacale al comparto sonoro, tra pezzoni d’epoca e le musiche di Angelo Badalamenti (con il quale collaborerà a lungo e realizzerà pure alcuni dischi).

David è ormai nel gotha. Ma riesce a tirare fuori l’ennesimo coniglio dal cilindro. Questa volta niente cinema però, sarà la TV il suo palcoscenico. L’8 aprile del 1990 infatti debutta sul piccolo schermo una serie televisiva che farà storia. Sarà il suo progetto di maggior successo, continuerà la collaborazione con Kyle MacLachlan e si divertirà pure come attore, nei panni dell’agente FBI Gordon Cole. I Segreti di Twin Peaks, questo il nome della serie, diventerà un vero e proprio fenomeno di costume, osannato da critica e pubblico e considerato ancora oggi un cult. Seguiranno dei tentativi poco fortunati di sequel e prequel. Ma nulla a che vedere con quel capolavoro che era stata la prima stagione.

Gli Anni 90 scorrono così, tra alti e bassi, con David che passa da un progetto all’altro senza soluzione di continuità. Progetti artistici, miniserie, documentari e ovviamente film. Da segnalare senz’altro Cuore selvaggio con Nicolas Cage e Laura Dern, il noir Strade Perdute con Bill Pullman e Patricia Arquette (che, come molti lavori del regista, verrà capito e apprezzato solo anni dopo) e il bellissimo Una storia vera, film completamente diverso da tutto quello che David aveva fatto finora. Prodotto dalla Disney, narra la storia (effettivamente vera) di un anziano che percorre 600 km su un tagliaerba per andare a trovare il fratello malato, con il quale aveva interrotto il rapporto da anni. Ennesima dimostrazione della poliedricità di David Lynch.

Ed eccoci ai 2000. Vi dico solo un nome. Mullholland Drive. UN CAPOLAVORO immancabile nella collezione di qualunque cinefilo. La sublimazione dell’arte di David Lynch, che gli regalerà la terza nomination all’Oscar per la miglior regia. Un thriller torbido, visionario, ambientato in una Hollywood oscura e corrotta. Non vi spoilero altro, dovete assolutamente guardarlo.

Negli anni successivi la vena creativa di David non si esaurisce. La sua mente geniale partorisce corti e film in digital video, sitcom surreali come Rabbits (sì, impersonata da conigli), gira persino un film interamente in digitale e senza copione, dove ogni scena è costruita in base alla precedente. Nello stesso anno, il 2006, viene premiato con il Leone d’Oro alla carriera alla 63° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non si accontenta mai, David, non cede mai al mainstream e alle convenzioni. Non fornisce mai spiegazioni sui suoi film, è per la libera interpretazione, le sue opere sono vere e proprie esperienze.

Nel “tempo libero” continua a dilettarsi anche con le altre sue passioni. Crea la mostra The Air Is on Fire, dove esporrà la sua arte. Schizzi, scritti, foto di nudo, pellicole sperimentali. La mostra gli darà la possibilità di conoscere e collaborare con Christian Louboutin, con il quale creerà Fetish, un’esposizione fotografica ospitata presso la Galerie du Passage di Parigi.

Arriva a girare un video in presa diretta di un concerto dei Duran Duran, nel 2011 al Mayan Theater di Los Angeles, dal quale poi verrà tratto Duran Duran: Unstaged. La musica, già, altra grande passione. Tra un film e l’altro sforna ben tre album come cantante e musicista. Nel 2011 uscirà Crazy Clown Time, nel 2013 Big Dream (che vede anche la collaborazione del figlio Riley alla chitarra) e nel 2018 Thought Gang assieme all’amico Badalamenti.

Nel 2014 annuncia una nuova stagione di Twin Peaks, 9 puntate che, dopo conferme e smentite, vedranno la luce nel 2016 con quasi tutti gli attori della prima stagione (compreso lui nei panni di Gordon Cole) e l’innesto di guest star di prim’ordine come Naomi Watts, Jim Belushi, Tim Roth.

L’ultima sua apparizione davanti alla macchina da presa sarà nel 2022, nel film Fabelmans di Steven Spielberg. Apre pure una pagina Youtube dove tiene una rubrica sul meteo di Los Angeles e dove pubblica video, cortometraggi e tutorial di ogni genere!

L’unica costante della sua vita saranno le immancabili sigarette American Spirit, che purtroppo, il 16 gennaio 2025, gli causeranno un’enfisema polmonare che se lo porterà via qualche giorno prima di compiere 79 anni, dopo una vita a condividere con il mondo la sua immensa sete artistica, oggi sarebbe stato il suo 80esimo compleanno e sono sicuro che, per l’occasione, ci avrebbe lasciati a bocca aperta con una delle sue geniali trovate. Per l’ennesima volta.

Buon Compleanno David Lynch!

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