Chiamateli Centennials, Digitarians, Post-Millennials, iGen, Zoomers, come preferite. Sono i ragazzi della Generazione Z, nati fra i tardi anni Novanta e il 2010. La lettera è stata scelta perché segue i Millennials della Generazione Y, quindi tutto logico e naturale. Lo è molto di meno scrivere di loro da appartenente ai gaudenti della Generazione X, la massa di edonisti che sono stati teenager negli Ottanta.

Loro, i nativi digitali, si riferiscono a noi con il pratico epiteto di “vecchi”. Per quanto possiamo toglierci trent’anni dalla coscienza, hanno ragione. Disclaimer: scrivere di una generazione successiva invecchia pericolosamente. Il rischio di trasformarsi in omarell giudicanti e pallosi è elevatissimo, così come quello di cadere nella banalizzazione da sociologia spicciola.

Così me la gioco con l’esperienza diretta di padre. Cioè da persona che, anziché un cane o un gatto, vede gironzolare per casa un proprio simile dissimile. Uno di quelli che davanti a un coetaneo, almeno una volta, ha domandato e si è sentito domandare con espressione tirata: “Ma tuo figlio la patente l’ha presa? In moto ci va?”.

Sì e no. Nel senso che in moto non ci va, almeno per ora. E la patente se l’è smazzata, non esente da insistenze genitoriali, a 23 anni. Sì, ventitré. “Ma com’è possibile, che c’hanno nella testa, io non vedevo l’ora, l’ho presa a 16 e poi a diciott’anni e due giorni, era la libertà…“. Certo, ma era il secolo scorso. Tempi in cui per frequentare i tuoi amici, scroccare un bacio, fare a botte, andare a ballare o vedere un concerto, dovevi uscire di casa, fare chilometri senza casco, esporti fisicamente. Internet ha cambiato i modi e i mondi degli attuali ventenni.

E se è vero che nella provincia profonda funziona ancora così, i giovani urbanizzati hanno adottato altri stili di vita e di spostamento. Oggi i mezzi pubblici funzionano, più o meno. I treni trenano, i bus bussano. C’è il bike sharing. Il car sharing. Uber. E qui si scava il primo, profondo solco generazionale: così come ascoltano musica liquida e guardano i film in streaming, gli Zeta sorpassano il possesso del mezzo di trasporto. Sono oltre l’accollarsi i costi di acquisto, possesso, mantenimento, bollo e assicurazione, per qualcosa che utilizzano magari ogni giorno, ma solo per un ristretto lasso di tempo.

Non fanno testo i virgulti ammorbati dalla passione di famiglia e gli autisti, ma pensateci un attimo: con quello che costano i box, le auto e le moto oggi, chi glielo fa fare di caricarsi sulle spalle mutuo, finanziamenti e minirate varie con quello che guadagnano?

Mi ha fatto sorridere un meme che girava qualche tempo fa. Quello con la coppia di Easy Rider sui chopper che sovrastava un paio di fighetti su un monopattino elettrico e la scritta: “1970-2020. Cos’è andato storto?”. Sotto l’aspetto ambientale, proprio nulla. Il resto, beh…

Non è vero che alla Generazione Z non piaccia la velocità, tutt’altro: si spostano molto più rapidamente e incredibilmente più lontano di quanto facessero Boomers e X alla loro età. Lo fanno smaterializzandosi come in Star Trek, grazie al web e allo smartphone. Il corpo resta lì, mollemente divanato, accanto al tubo di Pringles. Invece l’anima non conosce più confini, almeno in teoria. Le prestazioni contano ancora, solo che anziché km/h, Kgm e Nm, kW e Cv, le schede tecniche del loro teletrasporto si esprimono in GB e TB, Mhz e HDR, MP e 4K.

Sono cresciuti davanti a uno schermo che toccano senza palpare, guardano senza leggere, sentono senza ascoltare. Si fidanzano sui social, per dire. Ma siamo sinceri: vivono il mondo che gli è stato apparecchiato dalle generazioni precedenti. Se non ci piace, non è con gli Zeta che dobbiamo prendercela.

E poi non è vero che le moto non le considerino: basta farsi un giro a EICMA per osservare, fra un’armata di utenti del Prostamol, lo spettacolo dei ventenni sguinzagliati a caccia di novità e ragazze negli stand.

Sono attratti dai modelli neoclassici, perché riferimenti sicuri e durevoli. Raccontano tempi analogici che possono solo rievocare attraverso i gadget. E poi sono facili da guidare e da capire. In crisi nera di mercato, i classici cinquantini sono sostituiti dalle e-bike. Ma se si osservano bene i dati di vendita, si nota che gli Zeta stanno rivitalizzando segmenti di nicchia come le cross, le supermotard e i mezzi manubri di cilindrata media, dai 400 ai 700 cc.

Non è solo questione di limiti da Codice: è che, all’insegna della “zero sbatta”, amano una sportività tranquilla, senza l’ansia da prestazione che attanagliava i predecessori.

Le auto? Molti non le affrontano neppure, dinosauri di un’era al tramonto; altri puntano direttamente alle Porsche e alle Lambo da trapper, come farebbe qualsiasi ventenne sconvolto dal testosterone, o da altro. Anche se ormai i modelli di fascia medio-alta sono diventati costosissimi tablet con le ruote, non sono tanto i microprocessori a scaldare i nativi digitali – per quello c’è il gaming – quanto il design e i cari, vecchi chilometri orari.

Dal mio punto di vista, noto anche un’attenzione crescente per le youngtimer che guidavano i loro genitori alla stessa età: macchine-rifugio tangibili come un cabinet e anacronistiche come un Atari 2600, ma di indiscutibile appeal analogico.

Mi piacerebbe tanto concludere con un edificante “ora il manubrio/volante passa a loro”, ma in Italia suona falso. Saranno pure apparentemente ignoranti, privi di entusiasmo, di grazia e di visione collettiva. Di sogni, persino – quali prospettive gli sono poste davanti, d’altronde?

Però gli Zeta somigliano ai loro padri e ai loro nonni. Sono portatori più o meno sani di energia, di idee e di creatività. Hanno voglia di percorrere la propria strada anche senza farsi profilare dagli algoritmi. Sono giovani, si sentono liberi: ricordate? Dategli benza.