Febbraio è il mese dello scherzo, della risata. Il termine umorismo significa “senso del contrario”, etimolog… No no aspetta, calma, rewind, che non è così importante. Dicevamo, dunque…

Febbraio è il mese dello scherzo. E quest’anno lo scherzone ai malati di boardsports come me l’ha fatto il clima e non c’è molto da dire a riguardo. I malati di boardsports hanno poche, semplici, certezze: d’inverno sullo snowboard, d’estate sul surf (o in mtb, che sempre freeride è, ma non complichiamo troppo la faccenda che è già weird di suo, su su).

In ogni caso, febbraio ha deciso che di neve non ne porta. E allora, come le gemme degli alberelli che non ci capiscono più un cazzo, anche noi tavolari, invece di stare nel bozzolo di goretex e zaino airbag, ci infiliamo la muta di neoprene e andiamo a cercare qualche onda per aprirci alla primavera. O forse no, poi torna freddo, boh, chi lo sa… Febbraio è strano, vi ho già avvisati.

Ragazzi, la faccio breve: per me, sul surf, sono solo schiaffi. Ci provo eh, ma io i tubi non li prendo, e quella che si alza dritta non la prendo, e quella a sinistra non la prendo, e schiaffi, e rullate, rullate, rullate. Praticamente, se mi infilo la muta scommetto che posso prendere schiaffi anche dal doccino di casa mia. Ci provo eh, ma… esatto, avete capito, schiaffi. Ma ci provo. 

L’anno scorso in Portogallo, Ericeira, praticamente 1 ora prima del volo di rientro: “Dai facciamo l’ultimissima session!”. Ecco, già a dire “sessscion” mi gaso come un riccio e via, tavola in acqua e spingere come un siluro sino alla lineup. 

Situazione: onde tanto alte che sembrano i muri di un qualche ecomostro di Torino (non ce l’ho con Torino eh raga, ma l’immagine rende dai). Presenza in acqua di mammiferi, balene comprese: 3 persone dallo stretto di Gibilterra al Canale della Manica. Io, un tizio “nonsodidove” e la sua girl. Le ragazze si sa, inutile menarla, vuoi il sesto senso vuoi la non partecipazione alla cazzopiccolo championship e alla coppadeicoglioni, hanno quella marcia in più; lei ci guarda, si guarda intorno e decide saggiamente di remare con tutta la pacatezza del gentilsesso (si può ancora dire?) verso riva.

Rimaniamo io e il tizio di nonsodidove che, spero per lui, fosse bravino su quella short. Non lo saprò mai, perché di lì a poco ho partecipato a un documentario sui fondali marini di Jacques Costeau e di cosa succedesse in superficie, boh. 

Scena: vedo l’onda, inizio a remare per prenderla e magicamente tutti gli astri sono allineati perché io la prenda: “Hahaha, gli schiaffi a un altro oggi beibi, io sono il re del surfeee!”. 

Mentre nella mia mente scorre veloce Pointbreak e mi chiedo se sono più il biondo ribelle o lo sbirro in crisi mistica tra il bene e il male, l’onda che gli astri allineati hanno deciso che sarei riuscito a prendere inizia, giustamente, ad assumere la sua cazzutissima forma. Presente l’ecomostro del Torinese di cui sopra? Ecco, praticamente in 0,4 millisecondi mi son ritrovato al balcone dell’ultimo piano del già citato ecomostro, tanto era alta sta bestia di onda. Noto la differenza tra l’altezza a cui sono e l’altezza del mare sotto, faccio 2 calcoli rapidi e puff, magia, Pointbreak e Un mercoledì da leoni lasciano spazio a “Oh, merda”.  

Sapete com’è andata? Esatto, bravi! SCHIAFFI. Talmente tanti SCHIAFFI che va scritto in maiuscolo, col mio socio della surfhouse (ragazzi se capitate in zona, Surfer’s Den, vi manda Alex eh?) che si abbassa gli occhiali e dice piano: “Ma sarà vivo là sotto?”. Ma non si molla eh. Tavola sul furgo e via, a cercare la prossima onda (e schiaffi). Ecco, dopo avervi dato come mio solito il quadro di disagio e hardcore all’interno del quale le mie storie si ambientano, torniamo all’inizio: febbraio e la burla, febbraio strano e febbraio a cercare le onde. 

Viviamo in un Paese che, Sanremo a parte, politica a parte, tutto a parte, è bellissimo. Io vivo a Parma ed è il posto più bello del mondo: mi sveglio e in un’ora “sbamm” Liguria, in 2 “sbamm” Dolomiti, in un’ora e mezza “socc” Romagna. L’avete visto Da zero a dieci di Ligabue? Mi ricordavo un film che prendeva per il culo i surfisti della Romagna, ma non mi veniva il nome. Dopo un breve (bugia) brainstorming con l’èlite dell’èlite dell’èlite di Wheelz, eccolo lì il titolo, era lui.

L’ho dovuto riguardare per il morboso attaccamento all’accento romagnolo esageratamente recitato nei film Italiani; si è un po’ come i ravioli di produzione industriale, quelli “comperi” come si dice dalle mie parti: hanno quel gusto lì, di “compero” che mmh… Insomma, però alla fine li mangi proprio per quello dai, onesti. “Glielo faremo vedere noi, a quelli che ci prendono per il culo, che in Romagna si può fare surf!” Cit. 

Perché quando vai in Sardegna, dici che vai al mare. Quando vai in Puglia, dici che vai al mare, quando vai in Romagna, dici che vai in Romagna. Perché l’Adriatico per tutti noi è quella pozzanghera dove raccoglievamo le conchiglie tra un pedalò e un moscone, aspettando le sacre 3 ore per fare il bagno dopo aver mangiato la piadina, con la mamma e la zia a far la guardia tipo sacerdote del tempio all’orologio, damn.

Ma quindi alla fine in Romagna si può fare surf? 

La Romagna ha una formula unica al mondo. Il weekend in Romagna il mio io più profondo lo richiede quando devo prenderla easy, quando non ho sbatti di andare a fare chissà cosa e voglio solo mettere costume, ciabatte e salviettone nello zainetto, chiave nel quadro della Transalpona e via, tac, piadina, bombolone e lungomare. 

C’è un odore, in Romagna, che dovrebbero mettere in bottiglia e prescriverlo contro lo stress; è quel mix di ristorante di pesce, piadineria, odore di zucchero filato, sabbia umida e salsedine che si sente in Romagna quando il sole inizia a scendere. Non vi riporta a quando eravamo tutti piccoli, in vacanza “obbligata” con i nonni? A me si, e mi cura come una settimana alle cazzo di Maldive (che poi, alle Maldive, chi c’è mai stato?).

Sì, ma soggiorno mindfulness a parte, resta la domanda: si può surfare, in Romagna? Se guardi gli spot sulle app di surf, la risposta è SI. Se guardi l’Adriatico, mah. Se lo guardi come “l’oceano adriatico”, come lo chiamano i locals, definitely si. E allora via, again, tavola sul furgo e si parte a divorare chilometri e piadine alla ricerca dell’onda perfetta, che anche stavolta tanto non prenderò.

Del surf godo come un riccio il mood in cui lo vivi se sei in furgone. Parcheggio rigorosamente a un metro dal mare (dove si può, dove non si rompe il c…, dove non si creano discussioni. Respect first eh…), niente sveglia perché sei già settato che quando il primo rumore di risacca incontra la luce del giorno, spam, occhi spalancati, moka che borbotta un pochino sul fornello e bombolone preso la sera prima orgogliosamente preparato ad hoc. Bombolone solo in Romagna eh, perché dalle altre parti, un bombolone così, mica te lo fanno veh, socc!

Poi non c’è sbatti di skipass, biglietteria, bikepass, navette. Al massimo un po’ di sassolini tra le ciabatte e i piedi e te la prendi easy. È proprio un mood semplice. Insomma, sei già preso bene prima di entrare in acqua. Poi entrare in acqua nella prima “sessscion” del mattino… A quell’ora in cui la “gente di mare” si sta ancora ripigliando dall’hangover e non c’è in giro nessuno…Priceless.

Le onde comunque ci sono. Ok, non sarà Nazarè, ma sono divertenti. E poi il mood dei surfisti romagnoli, se sei rispettoso e non droppi male facendoti odiare anche dalla Madonnina (dai eh!), è proprio bello. C’hanno quel modo lì di scherzare, di esser giocherelloni e allegri, che ti becca proprio bene, socc!

Bon, il Garmin dice che ho fatto anche qualcosa come i 50 all’ora su un’onda. Non ci credo neanche se è vero eh, però me la credo ed esco dall’acqua come se avessi appena fatto la session della vita.

Sulla scogliera c’è una ragazza. Onestamente non mi ricordo cosa ha detto, ma l’accento romagnolo è come una calamita: con un romagnolo non riesci a non metterti a chiacchierare. E così chiacchieriamo, chiacchieriamo, tanto lei ha la giacca e io la muta e febbraio alla fine non ci tocca. Che figata, così posso ascoltare una storia. Sedetevi sulla spiagga, Wave after wave in diffusione in sottofondo e ve la racconto. È la storia del Surf.

Siamo nel 1980. Simona si è appena trasferita in Riviera e ha 17 anni. Il suo vicino di casa ne ha 14 e lui e i suoi amici sono un po’ in scimmia col sogno Californiano. Capelli lunghi, tavole da surf e onde: siamo nel 1980 e l’America è ancora più lontana dalla Romagna. Non ci sono i reel e l’instagramme, ma Simona ha la passione della fotografia.

I surfisti sono veramente fighi. Sono semplici, easy, con quel mood da costume ciabatte e birra, fottesega se qua non ci sono gli squali, i tubi e l’oceano, ma le vongole e gli allevamenti di cozze. Poco a poco la Simo inizia a frequentare la compagnia del suo vicino di casa e dei suoi amici. In quel garage, vicino alla porta di casa sua, questi figli della Riviera, del “divertimentificio” Romagnolo, come lo chiameranno poi più avanti, danno forma ai loro sogni di ragazzi col trip per la California costruendo tavole da surf. Tra l’inverno dell’82 e l’83, con 60.000 lire di resina e polistirolo i ragazzi (Tazzari, Gerbella, Guancia detto “President” per il primato di primo surfista Romagnolo) costruiscono una cinquantina di tavole.

Le tavole nascono senza alcuna regola di shaping, linee semplicemente ispirate a qualche fotografia trovata sulle riviste. Ma sono belle, sono disegnate sulla base delle foto che i ragazzi vedono arrivare dall’America. Sulla prima, Tazzari riesce anche ad alzarsi in piedi perché è sufficientemente larga. 

È l’inizio di un amore lungo tutta la vita. “La Simon” inizia a mettere nel frame delle sue reflex le tavole e i surfisti, inizia a girare la scena surf che sta nascendo. Dicono che se in Romagna le onde ci fossero davvero, il surf si sarebbe fermato lì. Invece, quando l’oceano Adriatico non aveva abbastanza forza da spingere tavole e sogni, c’ha pensato la voglia di fare, di inventare e di divertirsi tipica dei Romagnoli. Li ha portati a girare, a mescolarsi, a inventare cose come Surf Report, una segreteria telefonica dove “Tazzo” registrava il bollettino meteo quotidiano e lo swell, e i surfisti potevano chiamare, ascoltare il messaggio e scegliere lo spot. 

I surfisti romagnoli all’inizio erano 30. Le chiamate alla segreteria talmente tante da intasare la linea: sapete chi erano? Erano le ragazze, che usavano il servizio per sapere gli spot frequentati e correre a vedere sti figoni… Altro che l’instagramme, beibi.

Poi è arrivato Surfnews, il giornale di Tazzo partito come una fotocopia imbustata per i soci e finito a tiratura di 10.000 copie in copertina patinata. È arrivato il Danger Surf Area, il primo negozio di surf e covo di aggregazione di surfisti e skaters. Poi sono arrivate le aggregazioni e diciamo la “culture crossing” con i surfisti della Versilia. E poi è arrivata la scena surf italiana.

Stamattina la Simon era qua, a guardare il suo figliolo che ricalcava quel percorso che tanto le è caro; dal bagnasciuga alla lineup, tornando indietro col motore di un’onda. Se in Romagna si può fare surf? Sì, si può. Fortuna che non ci sono sempre le onde, se no il surf si sarebbe fermato qua.

Vado a mangiare una piadina, ci si vede in giro.