Allora, partiamo subito col dire che ogni volta che una merenderos mette una citazione di Bonatti sotto una foto di culo, da qualche parte nel mondo un alpinista getta la spugna.

“La realtà è il cinque per cento della vita. L’uomo deve sognare per salvarsi”. Ecco, questa l’ha detta Lui, il venerabile, il migliore di tutti, il mio mito, eroe, Dio: Walter Bonatti.

Walter Bonatti, classe 1930, è stato il più grande alpinista, esploratore, eroe, uomo di cui il mondo potesse aver l’onore di sentire i passi, e soprattutto le mani, sulle costole della sua spina dorsale: le montagne.

Cioè, quando si parla di atleti, sportivi, conquistatori dell’ignoto, l’italica attitudine alla chiacchiera da bar (o da barbiere) di tifare per il proprio beniamino può portare a… No, zero, niet chiacchiere. Bonatti è il più forte di tutti, di sempre, muti. Forse forse gli si avvicinano Cassin e Maestri, ve lo concedo, se no mi dicono che ho un brutto carattere.

Quando hai i tatuaggi con le parolacce addosso e il tuo Dio è uno che sarebbe di soli nove anni più giovane di tuo nonno, ecco, magari può rendere un po’ l’idea di quanto Bonatti abbia regalato, con il solo fatto di esistere, all’alpinismo, all’esplorazione e, in generale, all’avere le palle della dimensione di due sottomarini sovietici. Ma andiamo per gradi.

Walter a 18 anni va a fare un giro in Grigna a guardare le montagne e gli scalatori. Ha il fisico di uno che fa ginnastica da sempre alla “Forti e Liberi” che sì, se già il nome suona vagamente AVTARCHICO, dovrebbe rendere l’idea del toro ascendente toro che è. Altro che il crosfitter che matchate su Tinder, per capirci.

Insomma, Bonatti è lì che guarda gli scalatori e un tizio lo vede interessato e gli offre di legarsi con lui e scalare, ma dopo pochi tiri se la fa sotto e fa passare Walter davanti.

Ecco non so se scalate, se vi siete persi lo scorso recap (è l’ultima volta che vi mettiamo QUI l’imboccatina per gli smemorati) o se avete una vaga idea di cosa potesse essere scalare in Grigna a fine Anni 40 con un canapone di corda statica legato attorno alla vita, ma tirarsi la prima via della tua vita da primo così, sì insomma, ci vuole un discreto apporto di cazzoduraggine, diciamo.

Walter inizia a scalare così, rigorosamente da primo.

Nell’arco di tempo in cui io ho fatto le elementari, lui ha alzato l’asticella dell’alpinismo mondiale.

1951, Luglio. Bonatti, rimasto folgorato dalla visione di quel gran pilastro di granito che è il Grand Capucin, decide di aprirci su una via nuova sulla parete EST, e penso di non dover aggiungere nulla.

Ecco, adesso potrei andare avanti ore, letteralmente, a elencare tutte le vie aperte da Walter, ma ne metto lì solo una che ve la dovete ricordare per dopo. Luglio 55. Dopo esser tornato a casa dalla spedizione italiana sul K2 con un discreto giramento di cogl1on1, Bonatti cerca di uscire da quella frustrazione che lo accompagna e trova il terreno su cui darle battaglia nel Dru.

Il pilastro del Dru è un capolavoro di roccia e ambizione nel massiccio del Monte Bianco; Walter sale da solo per quattro, quattro!, giorni la prima metà di parete, trovandosi poi sotto uno strapiombo insuperabile. Arrampicare da solo significa salire in autoassicurazione, fissare la corda e poi scendere a recuperare chiodi e materiale, giusto per capirci.

Dopo tre pendoli nel vuoto, ricordandoci che se adesso farebbe paura, con una corda di canapa e degli scarponi di cuoio nel ‘55 era letteralmente il peggiore degli incubi… Dicevo, dopo 3 pendoli nel vuoto, il nostro (mio) Eroe si trova sotto un passaggio insormontabile. A farla breve, fa una bolas con corda e tutto quanto gli avanza, cordini, chiodi eccetera e dopo mille mila tentativi riesce a farla incastrare nelle rocce sopra di lui. Sì, e io mi cago in mano se ho lo spit a 4 metri sopra da primo…

“So di aver superato la barriera che mi separava dall’anima e ancora sento, finalmente, di aver sciolto il mio nodo interiore”. Ironico che il pilastro del Dru, rinominato Pilastro Bonatti, sia crollato proprio nelle ore in cui Walter ha lasciato questo mondo.

Già, perché se fai finta che non sia una coincidenza che fa sorridere, ti devi chiedere per forza quanto intimo può diventare il legame tra un uomo e un pezzo di roccia, quando ci si aggrappa.

1965. Walter Bonatti dà l’addio all’alpinismo. Lo fa come solo Bonatti potrebbe farlo: apre la direttissima sulla nord del Cervino. Lo fa in invernale e in solitaria. Gli amici gli han dato pacco con delle scuse e lui l’ha fatta da solo. Sapete quando una cordata di italiani è riuscita a ripetere la sua via? Nel 2011.

Conclusa la sua carriera da alpinista, Walter decide di passare al mestiere più bello del mondo (no, sciocchini, quello è il più antico…): scrivere reportage. In quegli anni, dove non c’erano i vips del Grande Fratello stagione 35, Bonatti era un personaggio di spicco.

Si presenta da Arnoldo Mondadori e gli dice più o meno così: “dammi carta bianca, io decido che viaggi fare, li faccio, scatto le foto, mi diverto come un matto, esploro, poi tu pubblichi tutto e ti fai un mucchio di grana”. Da lì, gli Italiani si sono messi in fila davanti alle edicole per acquistare la loro copia di Epoca e vedere Bonatti scendere lo Yukon in canoa o attraversare il deserto.

Come dicevo, Walter, oltre che esser uno sportivo estremo, era affasciante come pochi e con un telaio da toro. Si si lo so, no tranquilli non siamo parenti, giuro 😉 Insomma, un giorno nella classica Italica trasmissione televisiva il presentatore fa la classica italica delle domande alla bellissima attrice nel talk show sul suo uomo ideale e bla bla bla, e questa risponde che vorrebbe andare su un’isola deserta con Walter Bonatti.

Walter, che insomma l’avete capito, non era proprio un timido, non ci mette la scala a prendere carta e penna e scrivere a questa certa Rossana Podestà e decidono di incontrarsi a Roma all’Ara Pacis. Solo che Bonatti come tutti i duri cowboy, quando si parla di f1ga non capisce più niente e va all’Altare della Patria. Orbene, non c’era whatsapp, quindi immaginate come era incazzata la Podestà quando l’ha trovato e gli ha sibilato “che bell’esploratore, che ti perdi per Roma!”.

Sì ragazzi, anche Bonatti son sicuro che una volta sceso dal Gasherbrum IV, si toglieva le scarpe prima di entrare in casa, tranquilli, siamo tutti sulla stessa barca…

Ho una nonna che quest’anno ne ha compiuti 98 (e sapete perché? Perché si fa i c4zz1 suoi…) e uno dei regali che ho ricevuto e che conservo come una reliquia sacra è un libro che mi ha regalato Lei. Cioè, si è presa su con le sue ciabattine, è andata in libreria con gli euri arrotolati in mano – perché lo so, la vedo nella mia testa – e ha chiesto un libro di Bonatti per me. No, non sto piangendo, mi è solo entrata una piccozza in un occhio…

Questo libro l’ha scritto Rossana Podestà, che dopo avergli c4g4t0 il c4zz0 perché era arrivato in ritardo e si era perso per Roma, con Bonatti ci ha passato la vita e ci ha condiviso ogni cosa, finché lui non ha deciso che era ora di andare ad insegnare agni angeli a tirare le vie di ED+ (estremamente difficile superiore, che è giusto precisarlo).

Poi, finito di scrivere il Suo libro, anche Lei, come l’altro pilastro di Walter, lo ha raggiunto: come quando finisci di scrivere un pezzo, è ora di andare a dormire e spegni la luce.

Me lo immagino Bonatti che dopo aver tirato dei pendoli nel vuoto sul pilastro del Dru, dopo aver passato la notte a 8000 metri sul K2, dopo aver bivaccato per giorni sulla direttissima del Cervino in invernale, insegna a scalare sulle roccette attorno a Portovenere alla Sua Rossana in costume. Starò diventando vecchio, ma forse gli invidio più la completezza di questa condivisione che l’euforia delle cime…

 

“L’essere umano vive in città, mangia senza fame e beve senza sete, si stanca senza che il corpo fatichi, rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai. È un essere imprigionato, una prigione senza confini da cui è quasi impossibile fuggire. Alcuni esseri umani però, a volte, hanno bisogno di riprendersi le proprie vite, di ritrovare una strada maestra. Non tutti ci provano, in pochi ci riescono”.

 

Ci vediamo in giro.

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