Il piano iniziale era molto semplice e prevedeva solo due tappe certe: Ushuaia, Argentina, e Fairbanks (o qualsiasi altro posto oltre il confine dell’Alaska). Tutto ciò che avrei trovato in mezzo, da una parte non era di fondamentale importanza, dall’altra rappresentava lo scopo stesso del viaggio.
Proprio quella totale assenza di pianificazione, l’idea di poter vagare libero senza una vera meta era la grande spinta con cui avrei affrontato ogni singolo giorno. Ho sempre preferito “non prepararmi” al viaggio, almeno non in senso nozionistico. Non mi piace leggere dei posti che vedrò o delle usanze che incontrerò. Non voglio crearmi aspettative. Voglio potermi sempre sorprendere.

Honda Africa Twin: un cult dal 1990
Piccola premessa per iniziare a conoscerci. Per molti la moto è un oggetto di culto. Per me invece rappresenta letteralmente il “mezzo” con cui ottenere lo scopo, che è, e sempre sarà, il Viaggio. Per il sottoscritto, insomma, la moto è uno strumento: tecnicamente apprezzabile, ma sempre sacrificabile per lo scopo ultimo. Mai viceversa!

Questo non ammette mancanza di manutenzione o disinteresse nei suoi confronti, intendiamoci. Ci mancherebbe. Anzi, ho sempre scelto e preparato le mie “compagne” di viaggio con amore. Ma si sa, l’amore spesso non basta… E 70.000 chilometri non sono pochi.
Con la mia coetanea Africa Twin RD04 ho collezionato esperienze su e giù per il mondo, merito dell’avventura che ho nel sangue (e dell’incoscienza impetuosa dei vent’anni che avevo, aggiungerei…). La spavalderia di partire per destinazioni sconosciute, la temerarietà di essere pronto ad accettare ogni tipo d’imprevisto, ha condizionato questo e altri viaggi.

Pan-American Highway: il secondo vero cult
Solo io, la moto e la tenda. Ah già, e… la STRADA! Durante i miei 362 giorni ho percorso esattamente 71.300 km. Ho toccato i 4.750 metri di quota del passo Jama in Argentina e i – 86 metri nella Death Valley, in California. Ho guidato sulla via più larga del mondo a Buenos Aires e ho tracciato sentieri larghi come le mie ruote. Ho attraversato il deserto più secco al mondo, quello di Atacama, e la giungla più umida, in Amazzonia.

Ho affrontato climi dai -5 °C fino ai +52 °C. Ho guidato su asfalto, terra, sale, sabbia, fango, ghiaia e roccia. Ho bivaccato in boschi, deserti, marciapiedi, montagne, praterie e ghiacciai. Ho dovuto caricare la mia compagna di viaggio su 7 traghetti.
Ho consumato 3 paia di guanti, 12 copertoni e forato 13 volte. Ho attraversato le più grandi metropoli e scoperto villaggi sperduti. Ho assaggiato cibi di ogni genere, bevuto una pozione magica e persino “corso” una Dakar da imbucato.
La Pan-americana considerata nel suo intero, dalla Tierra del Fuego fino all’Alaska, ospita praticamente tutte le varianti possibili in termini climatici, ambientali, stradali, paesaggistici e culturali. Cosa rappresenta per me? La libertà, forse, credo. O forse non lo capirò mai. Di certo, non è solo una strada. Ancora una volta mi sono trovato di fronte a quello che si potrebbe definire un “cult”. Ancora una volta però, non per me. O perlomeno, non per mia volontà.
Cerco di spiegarmi meglio. Come e perché un oggetto, un’esperienza o una strada diventano un “cult”? Come tutto ciò può acquisire prestigio o valore simbolico?
La prima componente, credo, sia il tempo. Solo il tempo è in grado di elevare a cult un oggetto. Sia esso tangibile o meno, necessita sempre un aiuto da parte dei libri di storia. Quindi come può essere cult per me qualcosa che non fa parte della mia storia? (ho già accennato il mio disinteresse per il “sentito dire” o “letto in un libro”). Si capisce, per esempio, come mio padre possa considerare cult un’Africa Twin del 1990… Ma io che nel 1990 ci sono nato? Dicono che abbia cambiato il mondo delle due ruote, ma prima io non c’ero e questa storia non l’ho mai vissuta. Per me è semplicemente: LA moto. Cult o meno…

È la migliore per affidabilità, semplicità meccanica e l’unica che con una pinza e un filo di ferro a portata di mano, sicuramente non mi lascerà a piedi. Tutte considerazioni ben ponderate, ma assolutamente personali. Talmente personali che poi, alla fine, ripensandoci… ai miei occhi diventano cult. Il MIO cult.
Altra caratteristica dei cult credo risieda negli occhi di chi guarda. Prendiamo la Pan-Americana ad esempio: per chiunque rappresenta forse la più mitica delle rotte percorribili via terra, una delle ultime grandi avventure ancora esperibili. Un nome che riporta la mente ad altri tempi e da solo incute rispetto e intrinseco fascino: perché?
Perché non l’abbiamo vissuta in prima persona. Così come il giro del mondo in 80 giorni o la Paris-Dakar… Sono tutti cult perché li ha resi cult qualcun altro. Esperienze di cui abbiamo visto film e letto libri, ma che ne sappiamo realmente noi, se questi miti sono poi davvero mitici? O meglio, lo sarebbero per noi stessi? Quanti sarebbero veramente pronti a sacrificare tutto per inseguire un sogno? O peggio, un cult?

La maggior parte delle persone preferisce non avvicinarsi troppo a quei mostri sacri. Preferisce confezionarli e riporli ben in ordine nel famoso cassetto dei desideri, traendo il massimo da ciò che hanno letto o sentito dire, mantenendo accesa la convinzione che la normale quotidianità sia una scelta, che non valga la pena rischiare tutto per qualcosa, che alla fine, qualcun altro ha già fatto… Ed ecco che la cosa diventa cult. Meglio l’effimera sensazione di avere un cassetto bello pieno di possibilità, al quale in qualsiasi momento possiamo attingere per vivere finalmente felici.
Ecco, io invece ho sempre deciso di partire, di decidere, di farlo.
So per esempio che Google indica 17.000 km tra Ushuaia e Fairbanks, ma io ho preferito farne 70.300. Perché? So quanta fatica ci vuole per fare un giro del mondo in 80 giorni in moto e conosco la strana convinzione di averne vissuti 81… Sono conscio dei sacrifici e dell’impegno che necessiti la semplice ammissione alla vera Dakar. Di quanto possa essere quasi inumano lo sforzo fisico e mentale necessario, quanto male fa non finirla e quanta soddisfazione si provi al traguardo (anni dopo…).
Grazie a queste e altre avv-e-disav-venture, oggi conosco (un pochino) meglio una cosa: me stesso. Ho una storia finalmente mia, non migliore né peggiore di altre, però mia. Ho vissuto momenti così felici da non poterli raccontare e momenti tanto orribili da essere difficilmente immaginabili. Tutti perfettamente in equilibrio, tanto da riempire una vita. La mia vita.











