La vecchia avrà ottant’anni e li dimostra tutti, mentre arranca sulla sabbia. Però conserva intatto tutto il fascino del bicilindrico Flathead, a testa piatta e valvole laterali. La Harley-Davidson ha il numero 94 pitturato grezzo a pennello sulla tabella e l’espressione del suo pilota, incorniciata dal casco aperto, tradisce tutta la difficoltà nel padroneggiarla. O anche solo del restare diritto. È impeccabile nel giacchino H-D stile “Wreckin’ Crew”, la squadra corse ufficiale di Milwaukee, abbinato al denim vecchio stile e agli scarponcini americani stringati de rigueur.
Nel giro di pochi, affannati secondi il Flathead e il suo pilota arrivano al paletto da doppiare prima di imboccare lo sprint del ritorno. Mi trovo a pochi metri dall’azione, sulla collinetta dove mi sono sistemato per riprendere il momento topico della Race of the Lords. La Harley infila la gomma Firestone ciccia nel canale, fa per girare nel rampino. Improvvisamente qualcosa non va: l’avantreno non chiude, resta come imballato dall’indecisione, il pachiderma di ghisa e di acciaio punta la collinetta, schianta la risibile recinzione di paletti di legno e mi travolge. Rovino all’indietro fra i cespugli, mentre il Flathead arresta la sua corsa giusto in tempo per non maciullarmi le gambe e ciò che sta in mezzo. “Hélas, tout va bien?!”, chiede il pilota, spaventato. Educatamente, in francese, rispondo che sì, va tutto bene, non preoccuparti: “Se poi togli la ruota dal mio piede sinistro starò ancora meglio”.
“Motorsport is dangerous”, avvertono nel ritirare la pettorina di fotografo, o il pass per la pit lane della MotoGP e della World Superbike. Beh, lo è altrettanto quello pre-1950.
Vintage, a bassa velocità, in cui si gioca a correre con stile. E in questo la Race of the Lords è una novità vincente del Wheels and Waves 2022. Una gara che riscopre lo spirito originario della manifestazione di Biarritz. Alla sua nona edizione, dopo due anni di stop, la monetizzazione esponenziale e la separazione fra gli organizzatori, il W&W sembrava essersi perso. Si è ritrovato nello splendido offroad park di Magescq, a nord della celebre località turistica di Hossegor, a una cinquantina di chilometri dal villaggio della Cité de l’Océan. È stata la location perfetta dove organizzare il Vintage Enduro, il circo del flat track El Rollo e, appunto, The Race of the Lords.
L’idea è germogliata con Mystic Motorcycles, l’officina francese di culto specializzata in ferraglia a stelle e strisce. Il titolare, François Crèche, è considerato un guru dai più. Altri lo definiscono un manierista, un anticatore, perché le moto che passano dal suo atelier sembrano tutte uguali, con una patina così perfetta da apparire artefatta.
In ogni caso, il colpo d’occhio che si presenta dietro lo striscione di partenza della Race of the Lords è spettacolare. Saranno i grandi spazi aperti, all’ombra di una bellissima pineta. Sarà la giornata, un primo di luglio fresco e spazzato dal vento dell’Atlantico, che smalta il cielo di blu. Soprattutto, saranno i concorrenti abbigliati period-perfect e schierati in un quadro che riporta alla California settentrionale del 1952. Quella di Hollister, il mitico, famigerato raduno che mostrò all’America perbene il selvaggio mondo dei biker onepercenter, che ispirarò il film “The Wild One”. Una scenografia perfetta. Certo, se si fosse potuto correre sulla grande spiaggia atlantica di Biarritz o di Hossegor, come avviene per la Race of Gentlemen nel New Jersey e le Pendine Hot Rod Races nel Galles, alle quali si ispira senza reticenze, la Race of the Lords sarebbe stata il massimo.


Ma va bene anche qui, anche così, su questo rettilineo sabbioso di 150 metri, che fra andata e ritorno si avvicina alla classica misura del quarto di miglio. Il parco moto è spettacolare. Harley-Davidson, soprattutto: Flathead WL e WLA ex militari che fanno il verso ai preziosi modelli WR da corsa degli anni Quaranta. I Knucklehead (teste a nocche, perché ricordano due pugni chiusi) con le loro valvole in testa, un paio di Indian Scout 750. E un sidecar Triumph Speed Twin che darà spettacolo per tutta la giornata.
Il loro compito: dimostrare che quelle venerabili anticaglie non sono ancora pronte per il soggiorno di casa. I piloti si godono le buone vibrazioni dei motori e dell’ambiente. Sembrano conoscersi tutti (è un mondo piccolino, quello) e ognuno è abbigliato con le divise da corsa dell’epoca: maglioncini in lana con le grafiche vintage, pantaloni di pelle o denim 14 once risvoltati di una spanna, scarponcini da lavoro. Anche se negli anni Quaranta si gareggiava con le mezze noci da aviatore o i cappellini alla Marlon Brando, oggi portano tutti il casco. Generalmente si tratta di repliche dei Buco e dei Bell americani dell’epoca, ma il vincitore si porterà a casa un DMD Vintage in bianco e nero, official helmet del Wheels and Waves 2022.

Ci si gioca tutto in 300 metri: andata, rampino, ritorno. Si parte al colpo di pistola, si arriva sotto la bandiera a scacchi della burrosa, biondissima, francesissima flag girl d’ordinanza. Tutto molto semplice. A parole. In quel minuto necessario può accadere di tutto. E regolarmente accade: guasti meccanici improvvisi, sbandate, scivolate, cadute. Per quanto ciccioni, persino gli pneumatici “balloon”, perlopiù repliche dei Firestone, dei Coker e degli Allstate originali, affondano nella sabbia trascinando i pachidermi da due quintali e mezzo.
Pochi metri, ma sudatissimi, perché quando si spengono, per riavviarli occorre scalciare come muli. In più, quasi tutte le veterane americane montano il cambio a mano e la frizione a pedale, comunemente nota come “suicida”. Il perché? È presto detto: provate a partire in salita, o su un terreno accidentato con la mano destra sulla manopola del gas, la mancina sulla leva del cambio al serbatoio, il piede sinistro che aziona e disinserisce la frizione e il destro sul pedale del freno!


È una manovra circense che richiede un coordinamento consumato. E difatti i piloti ci mettono l’anima, in questa sfida a eliminazione diretta, pur nello spirito amichevole della situazione. Alla fine le moto si comportano bene, alla faccia dell’età. Prima o poi arrivano tutte al traguardo, nelle urla di incoraggiamento del folto pubblico che gremisce la collinetta e non fa economia di WOOOW! e grida di incoraggiamento agli amici. Chi ha vinto? Non importa, non c’è podio.
Ciò che più conta, è l’aver assistito a una splendida giornata alle corse intrisa di stile e lontana dall’ansia da prestazione. Chi se l’è persa non disperi: The Race of the Lords sarà uno dei punti di forza del Wheels and Waves italiano, organizzato in Toscana, a Lido di Camaiore, dal 7 al 9 ottobre. Ecco, magari la prossima volta mi terrò qualche metro più lontano.






