Nel mese di Aprile si respira aria di funk e noi ci buttiamo nella mischia e iniziamo a ballare a piedi nudi. 

Prendiamo un pò di rhythm and blues e lo mixiamo con del jazz e del soul. Ritmo e groove al comando e il corpo che non riesce a stare fermo. Si inizia anche a sudare e forse è proprio per questo che il termine funk, nello slang afroamericano, significa letteralmente “puzza”. Così, giusto per descrivere la natura terrena, bagnata e groovy di questa musica che fa muovere il culo e bruciare l’anima.

Se siete d’accordo farei girare un disco, giusto per iniziare a scaldarci.

Rigorosamente nel suo formato in vinile, oggi facciamo girare un album super fresh, appena pubblicato: Ohio Players, dodicesimo lavoro discografico dei The Black Keys, uscito lo scorso 5 Aprile. 

Patrick Carney e Dan Auerbach sono tornati, riemersi dai fumi del loro studio di Nashville, l’Easy Eye Sound, dove trionfa l’analogico, la ricerca del suono nudo, crudo e autentico. 

In realtà, a dirla tutta, negli ultimi tempi i ragazzi si sono divertiti parecchio in giro per l’America e non solo, con i loro “record hangs”, feste vere e proprie insieme ad amici, ospiti e colleghi dove la selezione musicale è stata da loro personalmente e preziosamente scelta, pescando dai numerosissimi 45 giri da collezione. Mississippi Delta blues, soul, funky, R&B… i brani giusti per creare l’atmosfera giusta. Da quelle notti zeppe di bella musica è nata la volontà di tirar fuori un “party album”.

Se si parla di suono, sappiamo che i The Black Keys sono sempre alla ricerca di qualcosa di particolare. Si spingono oltre i confini del mainstream e non tradiscono mai il loro DNA: Dan Auerbach con la sua passione per il blues e Patrick Carney, batterista minimale con l’amore per l’hip hop primordiale.

Ma questa volta, la prima, i Black Keys hanno deciso di scrivere i brani insieme ad altri stimati musicisti. E quindi, che la festa continui dentro allo studio di registrazione, cercando la giusta alchimia, bevendo una birra tra una take e l’altra: comporre, registrare, divertirsi. Lo spirito che non deve mai mancare.

L’album più corale della band fino ad oggi, registrato non solo nella loro tana a Nashville, ma passando anche da Los Angeles e Manchester, tirando fuori quattordici canzoni che danzano tra funk, soul e rock e che vedono lo zampino di pezzi grossi come Beck… ve lo ricordate ? Soy un perdedor, I’m a loser baby, so why don’t you kill me e del “signore degli accordi”, così come lo chiama Dan Auerbach, cioè Noel Gallagher con il suo perfezionismo e l’amore per la melodia. Ma anche Greg Kurstin, produttore d’oro, and more.

Ci troviamo davanti a un disco multiforme e colorato, un jukebox che offre il tocco di ogni singolo collaboratore, ma allo stesso tempo, come per magia, ha la matrice Black Keys ben riconoscibile. Perché i due sanno bene quello che fanno e cosa vogliono ottenere scegliendo il giusto musicista per il giusto brano. Alchimia.

Quarantaquattro minuti di musica che si sintonizzano perfettamente ad un soleggiato pomeriggio primaverile di Aprile.

Traccia consigliata: Candy and Her Friends, che mette in campo la ricercatezza ed il gusto dei Black Keys che scelgono Lil Noid, artista di culto che nel 1995 ha ispirato le scene rap di Memphis con l’album “Paranoid Funk”, per un featuring davvero inaspettato.

Funk… eccola ancora qui la nostra parola chiave. Vi siete chiesti come mai il disco dei Black Keys si intitoli “Ohio Players”?

Perché i Black Keys nascono e crescono in Ohio, ad Akron per l’esattezza, dove si sono conosciuti quando ancora erano bambini. Ma anche perché lì c’è un collettivo funk che ha segnato gli Anni 70, dettaglio che Auerback e Carney ricordano molto bene e vogliono omaggiare, prendendo spunto dalle good vibes degli Ohio Players che hanno incendiato le scene con un suono unico: energia e performance magnetiche.

Talento, creatività e un pizzico di mistero che li rende ancora oggi una delle band più affascinanti della loro epoca, con la loro musica che è una miscela esplosiva di funk, soul e rhythm and blues, arricchita da testi pieni di una carica decisamente sensuale e provocatoria.

You just go from man to man, I just don’t seem to understand, Why you’re so very hard to take, You sweet sticky thing (Sweet Sticky Thing dall’album Honey del 1975).

Parliamo un pò di storia: la band ha avuto origine a Dayton, Ohio, negli Anni 50, con il nome “Ohio Untouchables“. Nel corso degli Anni 60 la loro credibilità cresce sempre più, si fanno le ossa suonando in ogni locale, localino, club della loro zona e decidendo di cambiare nome in “Ohio Players” conquistano sempre più fan.

Fama e successo arrivano negli Anni 70: firmano il loro primo contratto e sfornano album pazzeschi al grido di battaglia Let’s funk! Il trampolino di lancio è l’album Pleasure (ascoltare per credere), il brano Funky Worm diventa un classico del genere funk. Il successo continua con album come Fire e Honey e con brani come Love Rollercoaster nel 1975 raggiunge la prima posizione della Billboard americana.

Gli Ohio Players non lasciano nulla al caso e scelgono accuratamente anche l’immaginario della loro musica. Vi invito a osservare le copertine dei vinili che vi ho citato. Ogni album vede come protagonista una splendida modella, spesso passata dalla celebre rivista Playboy.

La copertina di Honey del 1975 mostra una donna nuda ricoperta di miele, un’immagine molto audace per l’epoca che provocò scalpore e che contribuì a rendere l’album ancora più iconico. Anche la copertina di Fire ritrae una donna nuda avvolta da fumo e fiamme, immagine che enfatizza il calore dei brani del disco.

Gli Ohio Players sono la primavera del suono: un’esplosione di groove, di sensualità, di colore. 

Vi racconto un aneddoto: Love Rollercoaster, il loro brano più noto, nasce dopo un volo molto turbolento a bordo di un aereo bimotore. Qualcuno della band pensò che l’amore per la musica doveva essere grande davvero per sopportare un viaggio come quello, paragonabile a delle montagne russe dell’amore, per l’appunto “Love Rollercoaster”: da lì l’idea della canzone…

Eh si, lo ammetto, anche a me è venuta in mente la leggenda attorno a Thunderstruck degli AC/DC, il famoso fulmine che colpì l’aereo della band. La musica nasconde sempre delle belle storie. 

Il viaggio degli Ohio Players terminerà in fretta, con la fine degli Anni 70, ma come spesso accade la musica bella gira, ritorna, contamina. E il loro groove distintivo, le linee di basso, il sound e i live carichi e potenti continuano a ispirare molte band e artisti, dai Red Hot Chilli Peppers (andate ad ascoltarvi la loro versione di Love Rollercoaster!) fino all’album da cui siamo partiti quest’oggi: Ohio Players dei The Black Keys.

Stay Funky!