Se di circo parliamo, di vibrazione, di energia collettiva, di acrobati, di sogni e sognatori, della strana atmosfera in grado di rendere possibile l’impossibile… Bè, io ne ho conosciuto uno! Non immaginatevi però i tipici colori sgargianti, le strisce bianche e rosse e i lustrini colorati: il tendone di cui parlo io è bianco, senza fronzoli, immerso in un infinito orizzonte ocra e amaranto sul quale spicca dall’alba al tramonto, come una gemma rara in un cumulo di pietre.

Così bianco e imponente da comunicare una sorta di falsa tranquillità. Osservandolo dall’esterno si ha come la sensazione di trovarsi di fronte a un monumento da ammirare in religioso silenzio. Vietato fare foto o toccare.

Qualcosa però non torna: tutto intorno fervono i preparativi, riecheggiano i ruggiti di bestie finora tenute in gabbia, ma pronte a fare quello per cui sono nate. Si scorge un velo di seria preoccupazione negli occhi dei domatori e degli acrobati, consapevoli che a breve daranno vita allo spettacolo più grandioso del mondo. Disposti a immolarsi o divenire grandi per andare in scena. Anche solo per una volta.

Sarà proprio quell’anonimo tendone bianco ad ospitare la più mitica delle avventure. Una storia d’altri tempi, che si ripete anno dopo anno. Quel tendone darà riparo ai 5000 protagonisti di una favola che ancora si sta scrivendo. È lo sfondo sul quale si intrecciano storie di uomini, di vita vissuta, di energia collettiva e di un branco, unito, pronto sfidare il destino.

Andare oltre: è questo il significato, derivato dal latino, della parola trasgressione. Una tendenza insita nell’uomo, che ha sempre provato a superare i propri limiti. Anche quando si è innamorati si fanno cose che vanno oltre la consuetudine, fino a compiere azioni sorprendenti. Di amore travolgente si parla anche in questo caso e, più precisamente, di un’attrazione fortissima per la più grande delle avventure, che da quasi quarant’anni affascina generazioni di romantici cercatori di sensazioni forti e prove estreme.

Sua maestà la Dakar!

“Io vi porterò fino alle porte dell’avventura, ma starà a voi sfidare il destino” (Thierry Sabine).

Così la descrisse il suo fondatore, poche semplici parole che riecheggiano nella mia mente da quando ho memoria, fino divenire quasi ossessione, fino a spingermi in Argentina, con un sentore, più che un piano. Con la voglia di sfidare me stesso, prima del destino.

Il tendone dove è accaduta la magia è stato per me il bivacco della Dakar, che nel 2015 si correva in Sudamerica. Ero disposto a tutto pur di toccare con mano quella che per me è sempre stata una leggenda ed è stato cosi che da semplice e giovane viaggiatore con grandi aspettative, progetti per il futuro e la tendenza ad andare oltre cercando di superare i limiti, mi sono letteralmente imbucato, con la mia coetanea Honda Africa Twin, nel Rally più duro ed inaccessibile del mondo.

Nonostante la Dakar sia sempre stata il mio sogno, mi rendevo conto che, in quel periodo della mia vita, non avrei potuto in nessun modo avvicinarmici “regolarmente“. Sia perché la mia preparazione fisica non era all’altezza di una prova così estrema, sia perché non avrei potuto permettermelo sotto l’aspetto economico. Dunque, ecco che la pulsione a trasgredire mi arriva in soccorso.

Nel progettare il mio viaggio in Sudamerica, mi viene un’idea sconvolgente ed eccitante allo stesso tempo. Un’impresa impossibile che, per quanto ne sapevo, nessuno aveva osato mettere in atto: partecipare al Rally come abusivo. Mentre ero ancora in Italia, ho camuffato la mia moto applicando gli adesivi ufficiali di gara fedelmente riprodotti, tabella porta numero compresa, dopodiché l’ho spedita in Sudamerica dove l’ho raggiunta pochi giorni prima della partenza della Dakar da Buenos Aires.

Subito sono andato a Technopolis, l’immensa area in cui avevano luogo le verifiche tecnico-amministrative. E, fortunatamente, sono riuscito a ottenere informazioni precise su quali sarebbero stati gli orari del giorno seguente e l’ingresso esatto da dove sarebbero entrati i piloti. Insomma, il giorno seguente sono riuscito a infilarmi nella carovana che entrava nel bivacco.

In questa specie di città invasa da centinaia di mezzi in gara, camion d’assistenza, meccanici, piloti, team, la rumorosa e concitata baraonda e la confusione ha creato la condizione ideale per prendere la moto, tutta preparata con gli adesivi ufficiali, e intrufolarmi come un vero concorrente. Missione compiuta, ero dentro. Il colmo? Un addetto della sicurezza vedendomi senza braccialetto di accredito, me ne aveva addirittura procurato uno. L’incredibile accade, se lo vuoi tantissimo…

Da quel momento non avevo più nulla da temere. Il braccialetto era il mio lasciapassare verso il mito. Ho però iniziato a ragionare su quello che avevo fatto ed il trionfo si è trasformato presto in un momento di ansia e di stress. E adesso? Come diavolo faccio? Forse io per primo non credevo che sarei riuscito a farla franca, quindi non mi ero minimamente organizzato!

Sono uscito a tutto gas per tornare in ostello e preparare una sacca di sopravvivenza con il necessario per affrontare l’avventura dakariana. L’indomani, prima dell’alba, con quattro attrezzi, una borsa e una tenda legati sulla moto, lascio l’ostello in direzione del parco chiuso per attendere che i piloti ritirassero le moto e, a quel punto, unirmi a loro e partire.

Non avendo il roadbook, l’unica cosa da fare era seguire il gruppo attraverso la prima tappa, prova speciale compresa, anche se non interamente poiché, se fossi rimasto indietro, avrei dovuto sudare per oltrepassare il varco del bivacco. Tagliare il percorso è stato indispensabile per arrivare alla fine della tappa insieme al resto del gruppo e mimetizzarmi, ancora una volta, tra i concorrenti.

Naturalmente, tutti avevano capito che mi ero imbucato. È bastato uno sguardo per rendersi conto che la mia Africa Twin del 1990 non era iscritta alla gara e io non ho mai fatto mistero ai piloti della mia avventura da imbucato, cosa che mi ha fatto guadagnare, sorprendentemente, l’appoggio di tutti. Non vedendomi come un rivale, mi hanno ulteriormente aiutato a conquistarmi la permanenza all’interno del villaggio dakariano.

Tutte le sere mi dirigevo solerte verso uno dei tanti team con cui avevo fatto amicizia e, sceso dalla moto, mi muovevo indossando la t-shirt di qualche squadra, senza correre più nessun rischio, anzi, acquisendo sicurezza giorno dopo giorno.

Vivevo alla giornata e, seppur integrato, ogni giorno dovevo ripetere le stesse azioni sperando per il meglio: varcare la soglia, raggiungere gli amici e procurarmi un nuovo braccialetto per guadagnarmi l’ingresso il giorno seguente. Comunque, nonostante la situazione fosse imprevedibile ed aleatoria, col passare dei giorni sono riuscito addirittura a ottenere le tracce e i punti GPS da un team di fotografi: tutte le mattine mi passavano sottobanco queste informazioni impagabili che mi consentivano di essere indipendente, senza dover costantemente seguire i piloti per non sbagliare strada.

Sicuramente non è stata una passeggiata, ma ho finalmente compreso, il significato della parola rally: tratte lunghissime, velocità elevate, resistenza fisica, condite con freddo, fame, sete e sonno.

Impagabili però, le sere al bivacco chiacchierando con i meccanici di fronte a una birra ghiacciata e ascoltando le storie eroiche dei piloti, la condivisione di passioni, amicizie e spirito di solidarietà. Anche senza l’aspetto agonistico, sono certo di aver assimilato in questa mia avventura lo spirito della Dakar in tutte le sue sfaccettature. E altrettanto sicuramente ho capito che avrei voluto far parte di questa grande famiglia, un giorno.

In conclusione, credo fermamente che la parte più affascinante e sorprendente di tutto questo grande circo sia l’aspetto umano, vera forza motrice e artefice di emozioni che vanno ben oltre l’immaginabile.

 

“Il circo è una grande famiglia (…). Quando il pubblico viene a vedere lo spettacolo, non è solo interessato alla pista, ai cerchi di fuoco, alle acrobazie. Vuole anche vedere come vive una famiglia così diversa dalla loro”.

 

A distanza di quasi dieci anni, posso affermare che sotto quel tendone qualcosa in me è cambiato per sempre. Una fiamma si è accesa nel mio profondo e continua ad ardere sempre più. Grazie a quel fuoco interiore oggi non devo più nascondermi. Al contrario, sotto al tendone c’è un posto con il mio nome sopra…

…ma questa è un’altra storia.

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