Mentre il mondo corre verso l’elettrico e l’iperconnessione, una nuova tribù di motociclisti giovani e meno giovani sta riscoprendo il piacere di andare piano. Vespa del ’75, Piaggio Ciao, motorini vintage rigorosamente a 2 tempi…

 

Benvenuti nell’era dello slow motorcycling, dove la velocità massima è 60 km/h e il viaggio vale più della destinazione.

 

È venerdì sera e nella periferia milanese (fuori dalle sgrinfie dell’area B, si intende!) si muove una comitiva che sembra uscita da un film degli Anni 70: Vespa Special, Ciao Piaggio, qualche Malaguti Fifty. Non ci sono tute in pelle né caschi integrali high-tech. Qui si va in jeans, giacca vintage e casco jet. L’obiettivo non è arrivare prima, ma arrivare diversi.

È il fenomeno che io chiamo dello slow motorcycling: un movimento che sta conquistando soprattutto i giovani tra i 20 e i 35 anni, stanchi della frenesia quotidiana e attratti da un modo di muoversi che privilegia l’esperienza alla performance. Un controtrend che parla di sostenibilità emotiva, prima ancora che ambientale.

Gen X e Gen Z si incontrano sui due tempi

Gen X: da una parte gli “ex-giovani”, quelli che quei due tempi li usavano quotidianamente durante l’adolescenza. Quelli per cui “il motorino” era l’unico vero modo per evadere ed estendere di qualche chilometro i confini delle proprie conoscenze e visioni. Soprattutto se vivevi in provincia.

Gente che quei motorini li ha abbandonati nel garage per decenni, attirati prima dalle moto (più grandi e potenti), poi dalla macchina (comoda!) e poi… è arrivata la famiglia. Ora questi giovani di una volta riscoprono quel mezzo impolverato, ricordo dell’adolescenza, che torna ad essere “in sintonia” con il proprio essere.

Gen Z: dall’altra i giovani (veri); in un mondo che corre verso l’autonomia dei veicoli e la dematerializzazione dell’esperienza di guida, sempre più ragazzi scelgono il controllo totale del proprio mezzo, ritornando al passato. Un passato che non hanno vissuto, ma hanno sentito raccontare. Dove le facce erano sorridenti e la piazzetta, anche se vista in una foto sbiadita, sembrava molto più accogliente della chat di whatsapp.

La filosofia del motore a due tempi

Ma cosa spinge un ventenne a scegliere un motorino del 1980 invece dell’ultimo scooter giapponese? La risposta sta nella filosofia, non nella meccanica. Il motore a due tempi – quella tecnologia “obsoleta” che miscela benzina e olio – rappresenta oggi un manifesto di autenticità in un mondo iperdigitalizzato.

È come il vinile. Se con la musica liquida puoi ascoltare ogni cosa, in ogni luogo, il vinile si propone come un modo diverso di vivere un’esperienza ed ascoltare un certo tipo di album. Non è nostalgia, è ricerca di verità. Quando controlli il colore della candela per capire se la carburazione è grassa o magra, quando sistemi da solo il carburatore della tua moto e senti l’odore dell’olio nel motore, ritorni ad utilizzare sensi che sembravano sopiti. E quanto è romantica la sequenza di aprire il rubinetto della benzina, tirare l’aria e scalciare sulla pedalina di avviamento? Tutto questo è l’esatto opposto del mondo delle app e dei click. È fisico, è vero, è dolce vita autentica.

Che poi, sia chiaro: il movimento dello slow motorcycling non rifiuta la tecnologia, ma la mette al servizio dell’esperienza analogica. GPS per trovare strade secondarie, app per condividere itinerari slow, forum online per scambiarsi consigli di restauro… La tecnologia come strumento per riscoprire la lentezza, non come fine.

L’anti-performance come nuovo status

Mettetevelo in testa: in un’epoca dove tutto è misurato in secondi e prestazioni, andare piano è diventato il nuovo lusso. Non serve più dimostrare di andare veloce – quello lo fanno tutti. Serve dimostrare di saper andare bene. Easy!

Quando parcheggio il mio vecchio Ciao -che fa 50 km/h in discesa con il vento a favore- accanto alla moto hypersport da 200cv indovinate quale mezzo attira gli sguardi dei passanti? Il Ciao, ovviamente. Dimostra che quei ferri vecchi hanno un richiamo ancestrale alla dolce vita, indipendentemente dal fatto che la si sia effettivamente vissuta.

Lo slow motorcycling ribalta i parametri del cool: non conta la cavalleria, conta la storia. Non conta il tempo del giro di pista, conta il tempo che dedichi alla manutenzione. Non conta dove arrivi, conta come ci sei arrivato. Questa è la vera dolce vita del 2025: saper scegliere la lentezza in un mondo ossessionato dalla velocità.

I luoghi della nuova Dolce Vita

Questa filosofia sta anche disegnando una nuova geografia del motociclismo italiano. Nascono nuovi punti di ritrovo: non più le stazioni di servizio dell’autostrada per un caffè veloce prima di partire per il giro, ma osterie di paese, mercatini dell’usato, officine storiche trasformate in luoghi di culto. Posso garantirvi che sta succedendo qualcosa di nuovo: in questi luoghi non entra nessuno di fretta. Si viene per parlare di motori, per scambiarsi pezzi di ricambio, per organizzare gite. È tornato il senso di comunità che si era perso nel mondo delle performance estreme.

È la nuova dolce vita a due tempi: meno Instagram stories di curve affrontate a 150 km/h, più tempo dedicato alla manutenzione nel garage di casa. Meno weekend sui circuiti, più mattinate sui Navigli o al lago dietro casa, a velocità da passeggiata. Meno performance, più presenza.

 

Questo, ragazzi, è il puro spirito della Dolce Vita trasportato nel 2025. Rallentate, ne vale la pena.

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