Ci sono poche cose che possono schiodare un uomo dal suo divano con una birra gelata, il clima a palla e l’ennesima replica de Il Grande Lebowsky alla tv in un torrido e pigro sabato pomeriggio.
Ok, Charlize Theron con sguardo ammiccante e Martini in mano ci riuscirebbe, ma purtroppo non è lei la colpevole, stavolta. Anche il passaggio della Mille Miglia per le strade del paese probabilmente riuscirebbe nel miracolo di farci resuscitare dal nostro letargo estivo, ma no, niente Mille Miglia all’orizzonte. Qui parliamo di un evento al quale non si può davvero rinunciare. Uno di quegli eventi che aspetti un anno intero. Di quelli che, senza, non è davvero estate, un po’ come il Festivalbar, la Notte della Taranta o il torneo di scopa al Bar Sport.
E quindi fanculo il caldo, il divano e i consigli del TG. Butti 3 cose a casaccio nella borsa a tubo, accendi la fida GS 1150 Adventure e parti alla volta del Delta del Po.
Destinazione? La Sagra della Vongola di Goro. No, non stiamo scherzando e Goro non è un personaggio dei manga giapponesi, ma una piccola località emiliana che fa parte dell’Unione dei Comuni delle Terre del Delta. Famosa, appunto, per il prelibato mitile e per aver dato i natali alla Pantera di Goro, Milva.
Comunque, bando alle ciance. Moto pronta, bagagli caricati e, visto che il caldo si fa veramente sentire, opto per casco da cross per viaggiare leggero: l’Airoh Aviator Ace 2, che vanta un’aerazione superlativa e un’aerodinamica da galleria del vento.
Pronti, via. Arrivo a Padova, esco dalla statale del Santo e seguo il placido Brenta giù fino a Chioggia, dove inizio a sentire la brezza del mare e a respirare un po’. Scavalco l’Adige e prendo la SS309 Romea passando sopra il Po di Levante (primo ramo del fiume che mi accompagnerà per tutto questo weekend), imbocco la SP64 e raggiungo finalmente Porto Levante, una piccola marina appena sotto l’Isola di Albarella.
Una stradina asfaltata mi porta fino all’Idrovora Bagliona. Da lì parte un facile sterrato che corre come sospeso in mezzo alla laguna, accompagnandomi in un’altra dimensione.
Il lento incedere del grande fiume, l’aria umida che sa un po’ di dolce e un po’ di salato, i paesaggi che cambiano di continuo, argini, strade sterrate, paludi, piccoli borghi in mezzo al niente. E poi antiche dimore, una fauna incredibile (a proposito, attenti alle nutrie, che qui hanno la malsana abitudine di giocare alla roulette russa lanciandosi dagli argini al passaggio delle moto), le barche dei pescatori che sembrano fluttuare… Tutto assume una connotazione lenta, eterea.
Non è posto per smanettoni, il Delta.
È un luogo incantato dove trotterellare senza fretta accompagnati dal borbottio ritmico di un vecchio boxer, fermandosi di tanto in tanto per lasciarsi catturare dai panorami poco usuali di questo luogo magico o, al massimo, per far due chiacchiere con i proprietari dei “bilancioni”, i tipici trabocchi del Delta dove fanno base i pescatori locali.
Alcuni sono stati trasformati in vere e proprie case-vacanza sul fiume, con attracco barca privato. Altri, invece, in ristorantini e trattorie dove assaggiare le prelibatezze locali, gustandosi un bicchiere di vino al tramonto. Il periodo ideale per godere a pieno del Delta è da marzo a maggio e poi da settembre a novembre, quando il caldo molla la presa e le zanzare perdono un po’ della loro proverbiale determinazione all’ingrasso.
Scusate, ho divagato, al solito. Fine del momento mistico. Dove eravamo rimasti? Ah sì, prendo la sterrata d’argine che parte appena dopo l’Idrovora della Bagliona e continuo per Boccasette tra mare e laguna.
Mi trovo a costeggiare una vera e propria palude, con tronchi che affiorano dall’acqua in un silenzio surreale, quasi spettrale. Prima di arrivare alla spiaggia di Boccasette, prendo il ponte di barche sul Po di Maistra (qui sono molto diffusi, a pagamento, e presidiati H24, nel caso vi venisse voglia di fare i furbi…) e punto il musone della GS verso il “centro” di Boccasette. Voglio vedere il famoso cartello che indica il 45° parallelo: qui siamo esattamente a 5000 chilometri dal Polo Nord e a 5000 dall’Equatore.
Continuo sull’SP84 fino a ritrovare il Po di Venezia, questa volta (ogni diramazione del fiume qui ha un nome diverso). Va da sé che il più famoso è il Po di Gnocca e no, non sto scherzando, si chiama proprio così). Imbocco la SP37, oltrepasso il fiume e prendo la SP38 in direzione Tolle. Continuo sulla provinciale fino alla località Scardovari (dove secondo me merita una visita il Museo Etnografico della Pesca che, se non si fosse capito, è sempre stata la principale fonte di sostentamento di tutta la zona), ma invece di inoltrarmi in paese prendo la strada d’argine che costeggia Spiaggia Barricata, una coreografica striscia di sabbia tra il fiume e il mare Adriatico.
Resisto alla tentazione di fermarmi e concedermi un bagno rinfrescante, oltrepasso il Barricata Holiday Village e la piccola Marina Delta del Po. Occhio qui, perché d’estate è abbastanza trafficato e i vacanzieri sono un po’ come le nutrie di prima: tendono inspiegabilmente a buttarsi in mezzo alla strada al passaggio di veicoli motorizzati. Finalmente, dopo qualche centinaio di metri, la strada si allarga e davanti a me si apre un vero e proprio spettacolo naturale.
La Sacca degli Scardovari, un’insenatura naturale delimitata ai 2 estremi dalla Barricata da una parte e dal Po della Donzella dall’altra. Se riuscite, cercate di arrivarci al tramonto: vedere il sole che si abbassa sull’acqua in questo punto lascia senza parole. È un paradiso per fotografi e per amanti della cucina di mare, in pratica.
La potete costeggiare tutta in moto: la strada lambisce la laguna per tutta la sua lunghezza, si chiama appunto Strada Belvedere Sacca (SP83) ed è letteralmente disseminata di “cavàne”, i tipici casoni di pescatori della laguna, che da qui partono per raccogliere cozze e vongole. Il nome viene dalla tradizione: una volta qui si pescavano le “scardove”, dei piccoli pesci d’acqua dolce che hanno poi lasciato il posto alla molluschicoltura. Mi fermo a fare qualche foto, rapito da tanta bellezza.
Qui sul Delta è impossibile non rallentare, non prendersela comoda…
Mi godo il resto del percorso sulla Strada Belvedere, che risale fino a Ca’ Tiepolo, costeggiando il Po della Donzella e passando per la celebre Gnocca. Arrivato a Ca’ Tiepolo, prendo l’argine parallelo alla SP66 e me lo faccio tutto fino a Bacucco. Passo a malincuore davanti al Bilancione, delizioso ristorantino a sbalzo sul Po della Donzella, la fame e i profumi che escono dalla cucina sono un colpo al mio stomaco, ma resisto e proseguo sulla SP66 fino ad arrivare alla foce del Po di Goro.
Qui è possibile vedere (e visitare prendendo un traghetto) l’Isola dell’Amore e il Faro di Goro. Andateci perché merita veramente una sosta, la spiaggia è un piccolo paradiso di zona ed è un punto ideale per vivere una giornata di relax tra mare e laguna. Tra l’altro, si può anche soggiornare romanticamente all’Hotel del Faro.
Faro e isola sono il punto più meridionale del Delta e delimitano a sud la Riserva Naturale Dune e Isole della Sacca di Gorino (che non ha niente da invidiare a quella degli Scardovari, per inciso).
Si è fatto tardi, salgo sull’ennesimo argine (per buona parte sterrato), destinazione il B&B Agriturismo Tenuta Goro Veneto. L’agriturismo è sulla sponda veneta del Po, in mezzo al nulla. Un vecchio cancello in ferro si apre al mio arrivo e resto a bocca aperta. Un’antica villa di campagna finemente ristrutturata, mantenendo lo splendore dell’epoca. La zona cucina pranzo è incredibile, con una favolosa cucina in maiolica e un caminetto che domina la stanza. Altrettanto prestigioso è il soggiorno con zona lettura, anche qui un antico caminetto a farla da padrone. Sembra di tornare indietro nel tempo. Unica concessione alla modernità, la bella piscina.
Ma è giunta l’ora, il sole all’orizzonte concede un tramonto mozzafiato che mi lascio alle spalle attraversando ponte di barche sul Po di Goro in direzione terra emiliana. Verso l’obolo al ligio custode e prendo a destra per Goro. 5 minuti di moto e sono all’ingresso della sagra. Il menù è un tripudio di prodotti tipici, spaghetti alle vongole veraci, spaghetti con le pevarasse, ostriche, sauté di cozze e vongole, anguilla ai ferri e in umido, l’immancabile granchio blu, frittura, polenta… Il mio consiglio è rendere omaggio al Consorzio Pescatori Goro con un piatto di spaghetti alle vongole veraci (rigorosamente pescate in loco e marchiate).
Dopo un sonno ristoratore e una colazione luculliana nella bellissima cucina della villa, parto verso l’orizzonte sul mio fido destriero meccanico in una nuvola di polvere. Ok forse questa era un po’ troppo teatrale, ma concedetemelo, dai!
Prima tappa il Castello di Mesola. Ci arrivo costeggiando il Po di Goro. L’entrata è dir poco coreografica: la strada di paese porta proprio nel piazzale del castello che si erge imponente davanti a me in tutta la sua bellezza e domina P.zza Santo Spirito. Il Castello, a metà tra una fortezza e una dimora signorile, è una delle 19 prestigiose residenze degli Este. Giro intorno all’edificio e dietro ad esso si apre la bellissima Piazza Umberto I, dove mi gusto un buon caffè all’ombra dei porticati (che un tempo erano i magazzini e le scuderie del castello), chiacchierando amabilmente con gli avventori del bar, ai quali decanto, con malcelato orgoglio, le doti della mia vecchia GS.
Ma il tempo è tiranno, il giro non è finito e io ho pure fame. Si riparte alla volta della maestosa Abbazia di Pomposa, se non l’avete mai vista una tappa qui è d’obbligo. Rimango sempre affascinato da quest’opera incredibile. È un’abbazia benedettina risalente all’ XI Secolo, con affreschi affascinanti e un campanile romanico che svetta imponente sul parco circostante. Da vedere il chiostro, il Palazzo della Ragione e il Museo Pomposiano. Pillola di curiosità per gli amanti della musica: qui è dove il monaco benedettino Guido D’Arezzo ha codificato il pentagramma, ossia il sistema di scrittura musicale basato su cinque linee.
Prendetevi un’oretta di tempo, un’audioguida e lasciatevi ammaliare da tanta bellezza o sedetevi semplicemente fuori all’ombra di un albero a godervi la quiete e il silenzio. E poi un po’ di cultura non può che farvi bene, no?
Si è fatta l’una e il mio stomaco si fa sentire. Dall’Abbazia prendo la Romea, giusto un paio di chilometri di statale e mi butto sulla SP54 (Strada Codigoro-Pomposa-Volano) che costeggia il Po di Volano. La strada è divertente e poco trafficata, ma anche qui è impossibile non fermarsi per scattare qualche foto, in particolare nella bellissima Oasi di Canneviè. Un intreccio di canali, ponticelli, argini, e camminamenti, un autentico paradiso per il birdwatching, dove ammirare fenicotteri, falchi, poiane, e folaghe nel loro ambiente naturale. Menzione d’onore per l’Albergo L’Oasi di Canneviè e l’omonimo ristorante, due perle perfettamente incastonate in questo angolo di inatteso paradiso.
La fame, il caldo e la stanchezza ormai mi impongono un break. Allungo la strada per l’ultima tappa di questo mini-viaggio fino a Lido di Volano, parcheggio il GS, tolgo giacca e stivali e mi concedo un po’ di meritata vita da spiaggia prima di riprendere la strada e tornare verso casa. Stanco, ma con il sorriso beato, l’animo leggero e gli occhi pieni di bellezza.
Disclaimer: questa non è una guida turistica e non contiene consigli per gli acquisti. Fossi in voi, io una capatina nel Delta la farei. Agosto a parte, tenetevi l’opzione settembre/ottobre, quando il sole scalda ancora e c’è poco traffico. Attenzione però, crea dipendenza.









































