“Quando sei in pista e sventolano la bandiera verde, le str*nzate sono finite”.
È il 1960 e nel deserto del Mojave, in California, parte una delle desert race più dure della storia di quegli anni, la Big Bear Run.
Settecento, forse ottocento i piloti ai nastri di partenza, tante le insidie in un percorso di oltre 250 chilometri fatto di terra arida, pietre e sudore.
Al via c’è anche lui, Eddie Mulder: 16 anni, un’immensa passione per le moto e nessuna possibilità apparente di poter tagliare il traguardo. Infatti, durante la competizione, cade e riduce in brandelli la sua Royal Enfield, modificata alla bell’e e meglio per l’occasione.
Gara finita, si torna a casa? Certo che no. Fast Eddie – così verrà soprannominato dopo l’impossibile impresa – risale in sella e con tutte le sue forze, forse ancora più motivato di prima, vince. Sì, vince la Big Bear Run e passa alla storia insieme alla sua mitica Royal col numero 249. Sembra una di quelle leggende condite di fantasia e romanzate, ma non è così, è tutto vero.
Le str*nzate sono finite.

Da allora la moto è diventata la vita di Mulder, e lo è tuttora che ha 80 anni suonati. Pilota, stuntman, controfigura di Clint Eastwood e persino produttore, tutto all’interno di questa bolla d’amore per le due ruote che non si esaurisce mai, restando sempre fuori dalla fama, mai sotto ai riflettori, un eroe rimasto sconosciuto ai più.
Ma il tempo è galantuomo e ora, 65 anni dopo, il brand con cui è diventato una leggenda, Royal Enfield, sforna una moto ispirata e dedicata proprio alla sua mission impossible.
È la Bear 650 e vi assicuro che non appena in sella sarete catapultati lì, nel Mojave, negli Anni 60, con la polvere negli occhi e tanta strada da lasciar scorrere sotto alle ruote.
La Bear è una di quelle moto che fa venir voglia di andare. Chi se ne frega dove? Non scenderesti mai, perché è spaccona, sincera, solida.
La seduta alta, il manubrio largo, il twin 650 che borbotta: tutto profuma di motociclismo autentico, quello di un tempo, senza fronzoli e menate, che riporta la moto a un concetto di essenzialità ormai perduto.
È un inno alla spensieratezza, con le colorazioni accese d’ispirazione sixties e la tabella porta numero da vera scrambler. Quella col numero 249 sui fianchetti, dedicata proprio a Fast Eddie, è a mio avviso la livrea meglio riuscita della storia, ma anche la nostra Petrol Green ha da dire la sua sotto alla luce pulita di queste prime soleggiate giornate di primavera, mentre disegnamo curve con la visiera del casco socchiusa e canticchiando Riders on the storm…

Mi trovo spiazzata nel dovervi raccontare “come va”. Va bene, va alla grande, ma non è questo il punto, vorrei che vi arrivasse “come la sento”, perché quando si parla di moto con l’anima sono ormai davvero pochi gli esempi a cui fare riferimento, e la Bear sta in cima alla lista senza ombra di dubbio alcuno.
Ha tutto quello che serve, una cinquantina di cavalli tuttofare, un bel bicilindrico efficiente, sospensioni Showa con forcella Big Piston a steli rovesciati, un impianto frenante che non vi metterà mai in crisi nemmeno su terreni ostili, perché è dolce, sicuro e ben modulabile.
Idem per quanto riguarda il cambio, dagli innesti burrosi e precisi. Ideale anche la scelta della ruota da 19 pollici all’anteriore, un perfetto connubio tra prestazioni on e off-road.
È una di quelle moto che quando ce l’hai in garage non vedi l’ora di tirar su per andare al lavoro, al lago o a fare un po’ di stupidate in fuoristrada.
Niente di impegnativo perché il peso c’è e il set-up non è certo da off, ma un po’ di terra e fango sono sempre benvenuti sotto alle gomme dual-porpose della Royalina.
Un’escursione delle sospensioni più generosa l’avrebbe resa perfetta anche per azzardare qualche numero in più, ma sono certa che un manico come Eddie non si lascerebbe intimorire da questo dettaglio…

“Ha lo scarico basso, non è una vera scrambler!” vi sento che lo state pensando… E invece sì, è una scrambler dura e pura, senza la rottura di scatole dello scarico alto che scalda le chiappe piazzandosi sempre d’intralcio se si vogliono montare le borse.
Inoltre, questo 2 in 1 aumenta sensibilmente i valori di coppia, è leggero e ha un suono completamente diverso dalle altre moto della family con lo stesso propulsore, come ad esempio la Classic che vedremo “nella prossima puntata”.
È la mission della Bear: distinguersi, sempre.
Mi piace definirla poliedrica, aggettivo che per una moto è sinonimo di progetto ben riuscito, una questione a cui Royal Enfield ci sta ben abituando, ultimamente.
Una realtà sempre più presente e concreta, una community mondiale fortissima degna del marchio di motociclette più longevo, che ne ha fatta di strada, dal primo modello con un cavallo e mezzo di potenza, nel 1901!
“Made like a gun, goes like a bullet”

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