“Sgonfiate i fenicotteri rosa e scendete dalle barche degli altri, è settembre!” recitava un antico motto. E sì, eccoci qui: le giornate s’accorciano, la sabbia nel costume lascia il posto alle mail per “l’allineamento sul task” con lo stesso effetto scartavetrante e il pranzo tipico del malgaro che abbiamo sbranato in rifugio passa il testimone all’insalatina del “ah ma quando rientro, detox fino a dicembre”.

Le ferie sono finite raga, ma sicuramente ci hanno lasciato qualcosa (nel mio caso, ad esempio, debiti).

Orbene, già se siete l’eletto popolo di Wheelerz che legge Wheelz, sicuramente qualcosa di figo l’avete fatto. Se poi aspettate la pausa caffè per andare in bagno con lo smartphone sottobraccio (come si faceva una volta col giornale) per leggere l’articolo ACTION del mese, bè… Le prospettive sono più che rosee.

Allora, a parte che con le notti in bianco che ho passato per scrivervi di MTB e farvi venire l’arraglio per due discese (QUI, QUI e QUI i link per chi era distratto, così recuperate), se non avete preso la bici per buttarvi da qualche dirupo la potrei prendere abbastanza sul personale… Comunque, oggi invece volevo trickettare un po’ il giochino del tema del mese per buttarvi lì un’altra chicchetta con cui tentarvi. Quindi, rock, baby!

L’avete fatta una ferratina quest’estate? O l’amico col pallino della montagna ve ne ha parlato così tanto da poterci scrivere una guida? Ottimo, siamo sintonizzati. Fuochino.

Cioè, belle eh le ferrate: i gradini, le scalette, il cavo a cui tenersi, l’esposizione aerea, l’inflazione, il Pil, l’icosaedro, il rating e tutte quelle altre cose lì che bla bla bla. Ma, fondamentalmente, la via ferrata è un bellissimo modo per arrampicarsi su una montagna in sicurezza, attaccati a un cavo ben fissato, per arrivare in cima tranquilli, fare una bella fotina per gli amici dell’istagramme e godere della serenità di un fondo pensionistico. Però anche farsi il bidet è un ottimo modo per provare le emozioni della subacquea in sicurezza, quindi passiamo a parlare di qualcosa di decisamente più spicy vah, che la carta costa.

Secondo me, c’è un solo modo di arrampicare sulla roccia: con le manine, le scarpette e una strizza di fischiare giù che se fosse sulla scala delle cose piccanti sarebbe il Carolina Reaper (si è il peperoncino più peperoncino, roba che fa sbiancare anche la bbbomba calabra).

Con calma, ora entro nello specifico e vi racconto due cose. Principali distinzioni e teorie gender della scalata: “arrampicare” (ahaha) sulle ferrate significa avere un imbrago con due spezzoni di corda collegati a due moschettoni, c’è il dissipatore bla bla bla, ma semplifichiamo, vah!

In pratica, il percorso è interamente segnato e attrezzato sulla parete con un robusto cavo metallico a cui vengono fissati i due moschettoni che trattengono in caso di scivolata. Il cavo, nel 97% dei casi, si usa come un vero e proprio corrimano per trascinarsi avanti sul percorso. Inoltre, sono inseriti pioli, gradini metallici, passerelle e altri elementi artificiali per aiutare lo sportivo a compiere il percorso. Sì, praticamente è come andare al Papeete con i soldi del fu Silvio e provare a rimediare un limone: easy.

Il rock climbing, invece, è diverso: no corrimano, no pioli, no scalette. Riprendendo il paragone, è come andare a Porto Cervo e provare a rimorchiare una col budget del mio, di conto.

Ci sono due tipi di scalata: quella “sportiva” e quella “alpinistica”, entrambe con i vari gradi di difficoltà, indicati da un numero seguito da una lettera e, a voler essere proprio preciso, anche un + o -. Tipo il 4A- sarà molto più semplice del 7B+. Chiaro, no?

Nell’arrampicata sportiva le protezioni ci sono: ogni tot metri c’è un piccolo occhiello d’acciaio fissato alla parete rocciosa a cui assicurare la propria corda mediante un moschettone particolare detto “rinvio” (quella roba che ho tatuata sul collo che no, non sono un paio di manette, santiddio). Poi si arriva alla fine del tiro, il “top”. Qui c’è una catena con un anello: ci si assicura, si slega la propria corda (spaaaicyyyyy!!!), si fa passare nell’anello e ci si fa calare dal compagno di corda, recuperando tutti i moschettoni (rinvii) che si sono piazzati sulla parete durante la progressione verticale.

Nell’alpinistica, invece, le protezioni sono molto più rare, a volte assenti, e da integrare con friends (quell’altro coso che ho tatuato su un braccio, madonna che brutti tatuaggi oh…), nuts, cordini, clessidre, chiodi. Questo comunque è un capitolo a sé, quindi non complichiamocela qui, ora.

In pratica, il giochino funziona così: si deve essere in due. Il socio 1 tramite un dispositivo detto “assicuratore” gestisce la corda che pian piano il socio 2 che inizia a scalare si porta verso l’alto.

Il socio 2 che progredisce in parete, ogni tot metri (1, 2, 6…) trova uno di questi occhielli a cui attaccare un moschettone del rinvio e all’altro moschettone attacca la corda. In questo modo, se il climber socio 2 perde la presa (leggasi: vola), il socio 1 a terra blocca la corda tramite il dispositivo di freno, così questa va in tensione e si arresta all’ultimo moschettone fissato in parete. Grazie socio 1!

Facciamo un piccolo esempio ancora meno teorico: se Alex scala un tiro di 20 metri, che ha un occhiello (chiamiamolo spit vah, che è il suo nome), ogni 2 metri, va da sé che, se vola a 7 metri da terra, il metro di corda che è più in alto dell’ultimo rinvio messo in parete andrà in tensione solo “dopo” che il buon Alex è fischiato giù come un sasso per quel metro di corda, più quell’altro al di sotto dello spit, più l’allungamento della corda (che è un po’ elastica, altrimenti ti spiezzzzi in due). Cioè, in pratica, non succede una mazza: “un voletto, un urletto”, stop.

Ok, tu sei lì, il tuo corpo, il tuo cervello e il tuo istinto, che ti hanno portato fuori dalle caverne nei secoli combattendo contro la tigre dai denti a sciabola, ti dicono che no, tu non dovresti essere lì perché se cadi ti spappoli. L’istinto si sa, è un po’ poco incline ad apprendere le nozioni della fisica, delle leve dei fulcri eccetera eccetera…

Dicevamo, tu sei lì e vedi che davanti a te non hai un c@zz di niente a cui aggrapparti. Hai però un cornetto di roccia di fianco e un altro cornetto di roccia ad altezza ginocchio.

Sei di qualche metro fuori dall’ultimo spit a cui ti sei assicurato e a qualche metro da quello sopra alla tua testa. Quel cornetto, però, fa un bel grip e ti stai talmente cagando addosso che hai delle pinze idrauliche al posto delle mani, e pur di mettere il piede con la scarpetta da climbing su quel cornetto altezza ginocchio ti contorci come una biscia.

E ci riesci. Sei lì, in equilibrio con la mano destra da una parte e il piede sinistro dall’altra a guardare su e cercare il tuo prossimo movimento per arrivare a passare la corda nel prossimo spit e non sai se sono vertigini, strizza, estasi o semplicemente “chi cazzo me l’ha fatto fare, se scendo da qua vado a giocare a pallone!”.

E invece, ancora, chiudi ancora il passaggio e sali di un altro metro su quella cazzo di parete che quando avevi i piedi per terra sembrava tanto piena di zappe che dicevi “è una scala a pioli” e invece adesso lì su in alto è liscia come il bordo di un catino maledetto. Ancora e ancora, su, un passo alla volta. Poi, sbagli una presa e senti l’equilibrio che viene meno.

Senti il tuo peso attratto dall’unica fottuta legge che non puoi infrangere, quella della gravità.

9.81 è il coefficiente di accelerazione gravitazionale. È strano, sembra che vada in due tempi tipo gatto Silvestro che precipita legato ad un’incudine. Un secondo di stallo per capire che fischierai giù e poi davvero inizi a fischiare giù come un macigno. Due secondi, 6 o 7 metri di vuoto, a volte meno.

La corda si tende e quell’istintivo terrore diventa una scarica di adrenalina e ridi come un deficiente, perché il tabù della gravità è fottuto, l’istinto di autoconservazione è hackerato e puoi fare il gioco del vuoto.

È abbastanza spicy per voi? Non so, io un giretto in palestra per provare lo farei…

Ci vediamo in giro, sul vuoto.

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