Maggio è il mese che trae ispirazione dall’Orient Express ed io che in questa paginetta cerco sempre di creare collegamenti con il mondo del rock ho subito pensato a un personaggio che arriva dal Giappone e che ha saputo regalarci fotografie entrate a pieno diritto nell’immaginario del rock.
Certe immagini non si guardano, si ascoltano.
Oggi vi parlo di Masayoshi Sukita.

Classe 1938, nato a Fukuoka, Sukita non è solo un fotografo, potremmo definirlo l’occhio segreto della musica. Un testimone discreto che ha trasformato la macchina fotografica in uno strumento di registrazione emotiva, capace di catturare l’anima di una generazione. Nel silenzio delle sue fotografie, si sente il suono del rock.
Voglio subito mostrarvi la sua opera più famosa, uno scatto leggendario, finito su una copertina leggendaria: David Bowie per la copertina di Heroes (1977). Nella semplicità di questo ritratto in bianco e nero viene definita un’intera epoca musicale.

Il filo che lega Sukita e Bowie è una storia splendida che inizia nel 1972, quando il fotografo viaggia verso Londra attirato (e già innamorato) della cultura pop dell’epoca e di tutti i personaggi che la animavano. Succede che ben presto nota per strada un manifesto, quello di The Man Who Sold the World e rimane rapito dalla figura di Bowie.
Ve lo faccio raccontare da lui stesso: “Il mio primo incontro con Bowie, che è diventato poi il lavoro di una vita, è avvenuto meno di due settimane dopo quello shooting con Marc Bolan – racconta Sukita – Avevo visto un poster su un muro di Londra, non avevo idea di chi fosse, non capivo neppure dalla foto se fosse una performance di danza o teatrale, ma quell’immagine di Bowie con una gamba in alto (ndr, era proprio The Man Who Sold the World) ebbe un effetto fortissimo su di me. Subito dopo aver visto quell’immagine andai a un suo concerto al Royal Albert Hall, con Lou Reed, e fu travolgente. Non era ancora famoso, ma già incredibilmente carismatico”.

Passarono pochissimi giorni da quella sera, al primo shooting fotografico, anche grazie all’aiuto di Kansai Yamamoto, lo stilista che disegnò i costumi di scena e che rese possibile l’incontro da Sukita e lo staff di Bowie. Ed è così, si sa… Alle volte la magia nasce senza preavviso e senza possibilità di scelta: dopo pochi scatti tra i due scorre una forte connessione e inizierà in quel momento un legame che andrà avanti per oltre 40 anni.
Sukita all’epoca non spiccicava neanche una parola di inglese, ma i due trovarono un piano di comunicazione diverso: Bowie sembrava super interessato al mondo orientale, alla filosofia orientale. Il silenzio di Sukita lo affascinava e lo rassicurava al punto che finirà negli anni ha definirlo “il Maestro”.

I due lavoreranno insieme in Inghilterra, in America, in Giappone seguendo il viaggio e le metamorfosi del Duca Bianco. Credo si possa dire che Sukita in assoluto è stato il fotografo che meglio ha saputo raccontare le mille identità di David Bowie: sessioni intime, tour condivisi, scatti rubati e altri costruiti al millimetro. Sukita ha immortalato Bowie in momenti pubblici e privati, dentro e fuori dai personaggi, dalle pose più teatrali a sguardi senza filtri.
Ma come vi ho anticipato, l’immagine più celebre resta quella sulla copertina dell’album Heroes. E anche questa nasconde una storia incredibile. Bowie si trova in Giappone con il suo amico Iggy, Iggy Pop. Vanno in studio da Sukita e posano davanti alla camera un’ora a testa: “Quell’immagine venne scattata in uno studio fotografico di Harajuku. Non si parlava di immagini per una cover, assolutamente per caso poi finì sulla copertina del disco. Bowie era vestito casual, chiese soltanto una giacca di pelle. In fondo, credo che lui volesse far vedere di essere soltanto un ragazzo come tanti di quell’epoca“, dice Sukita.
Questa storia e molte altre le potete leggete in un libro fotografico che vi consiglio, uno splendido librone da aggiungere alla To Do List di cose belle da avere. Si intitola semplicemente David Bowie by Sukita e racconta questo legame profondo tra i due. La cosa bella è che la storia è snocciolata nei minimi dettagli, con aneddoti, immagini inedite e racconti super curiosi da Sukita in prima persona.

Ovviamente c’è di più: Sukita non è stato solo “il fotografo di Bowie”. Il suo approccio estetico nasce in Giappone, ma cresce contaminato dal glam, dal punk, dalla fotografia street e dalla cinematografia. Studiava i film nei dettagli, ha sempre amato Fellini e Kurosawa, e questo sguardo cinematografico lo ha sempre portato con sé. Lo si vede nella composizione dei suoi ritratti, nei tagli netti, nella capacità di creare ambienti anche su sfondi neutri. Ogni scatto sembra un frame di una storia più grande.
Negli Anni 70 e 80 ha fotografato Marc Bolan, Iggy Pop, Elvis Costello, ma anche figure chiave della scena giapponese come YMO (Yellow Magic Orchestra), band pioniera del synthpop elettronico, dove l’immagine era fondamentale quanto il suono.
Insomma, sicuramente gli possiamo attribuire un ruolo chiave: quello di traghettare l’estetica giapponese nel mondo del rock internazionale, contribuendo a una fusione stilistica che oggi magari diamo per scontata: kimono e chitarre, pelle nera e spiritualità Zen.
Una sua caratteristica, raccontata da molti era la non ossessione per la tecnica, ma la ricerca di una empatia silenziosa, la capacità di leggere il soggetto senza invaderlo. Per questo i musicisti si sono fidati di lui: sapeva scomparire dietro l’obiettivo, una qualità rara.
Oggi, i suoi lavori sono esposti in musei e gallerie in tutto il mondo e in un’epoca in cui siamo sommersi di immagini, quelle di Sukita restano. Perché non gridano. Non ostentano. Ti parlano all’orecchio. Ti mostrano un artista, una strada, un’epoca… e poi ti lasciano lì, a pensare.
E allora basta guardare uno dei suoi ritratti di Bowie, fermo con la mano davanti al viso come in un rituale segreto, per sentire un accordo vibrare nell’aria.


















