I quaranta-sessantenni delle generazioni X e Y hanno avvistato per la prima volta il Metalflake, o più semplicemente flake, spruzzato sulla vetroresina delle giostrine e degli autoscontri. “Liscia, metallizzata, o glitterata?“, tanto per parafrasare il vecchio slogan di un’acqua minerale. L’effetto inconfondibilmente sparkling di questa particolare finitura è dovuta ai fiocchi (flakes) brillanti annegati nella vernice, che riflettono la luce creando sulla superficie un effetto spaziale.

Oggi è comune sulle auto e sulle moto custom, sui caschi, persino sui telai d’acciaio e di alluminio delle biciclette da corsa e i corpi delle chitarre elettriche. Eppure il suo effetto metallico brillante è tutt’altro che scontato e viene da molto lontano. Risale alle antiche civiltà come quella egizia, che utilizzava polvere d’oro e d’argento per creare effetti di particolare preziosità sulle statue, i sarcofagi e i manufatti.

Per non farvela troppo lunga con la storia dell’arte, limitatevi a sapere che in origine Metalflake era il marchio brevettato dalla Bobeckmun Company, una sussidiaria della famigerata Dow Chemical, per la sua rivoluzionaria verniciatura sviluppata e presentata al giro di boa del 1960.

I micro fiocchi erano tagliati a precisione da un foglio di alluminio, per ottenere uno spettacolare look metallizzato tridimensionale molto sparkling. I primi a esplorarne le possibilità creative furono George Barris e Big Daddy Roth, i numi tutelari della Kustom Art californiana. Nel 1959, Barris Kustoms aveva stupito il pubblico del National Car Show di Detroit con lo XPAK 400, un mini hovercraft dal tettuccio a bolla e la carrozzeria in fibra di vetro. La vernice candy bianca, blu e rosso ciliegia a milioni di flake – si dice, in polvere di diamanti e squame di pesce svedese – era glassata da qualcosa come 35 strati di trasparente!

I fiocchi utilizzati in questo tipo di verniciatura potevano essere di materiali diversi, tra alluminio, mica e vetro. I primi erano i più comuni, per leggerezza e brillantezza. La misura utilizzata di solito sulle auto varia dal micro flake da un decimo di millimetro, al mega flake da 0,6 mm.

I fiocchi più piccoli tendono a crare un effetto rifrangente più sfumato, mentre i mega flake creano un look più accentuato e metallico. I fiocchi in mica sono più delicati e spesso arricchiscono le tinte opalescenti e cangianti. D’altra parte, i flake in vetro hanno un effetto più prismatico ed erano utilizzati nelle verniciature che dovevano resistere di più al tempo, agli agenti atmosferici e ai bambini, come le famose giostrine di cui sopra.

La vernice Metalflake originale era disponibile in 34 toni diversi, dai tradizionali oro e argento, fino ai toni più decisi del viola e del verde. Oggi il materiale standard per il metalflake è il polietilene: leggero e poco costoso da produrre, è utilizzato sia dal professionista, sia dall’entusiasta del glitter. Pronti a spruzzare, allora? Calma: questa verniciatura è cosa per esperti.

Richiede una serie di applicazioni: prima la base, poi la tinta metalflake del tono scelto, da ricoprire di una serie di strati di trasparente: più ce n’è, più è garantito l’effetto tridimensionale, più è efficace la protezione dall’ingiallimento dei raggi UV. Ecco perché è una finitura più cara di quella metallizzata, sia per il costo del prodotto, sia per la difficoltà e l’estrema delicatezza del lavoro. Non è per tutti, anzi: la vera difficoltà di lavorare con il metalflake è la perfetta distribuzione dei fiocchi sulla base, per evitare i grumi del temibile effetto-mozzarella sulla pizza.

Il flake cominciò a brillare sulle motociclette quando i bobber lasciarono il posto alla creatività dei primi “chop job” fuorilegge, i proto-chopper dei primi anni 60 vivacizzati da verniciature a effetto e cromature. Questa evoluzione fu dettata non più dall’essenzialità e dalla performance, ma dall’estetica DIY (do it yourself) che riflettesse meglio l’ispirazione personale e i gusti delle subculture tipiche dei ghetti e dei quartieri operai delle città americane.

 

La nuova generazione di biker afroamericani, latini e bianchi aveva preso a prestito i trucchi e gli stili tipici degli street rod e delle kustom car per ravvivare i serbatoi peanut e teardrop.

 

Le Case più aperte alle esigenze custom-made del mercato americano fiutarono presto l’occasione per fare la differenza. Vedi Norton Motorcycles, che a partire dal 1969 offriva un’impeccabile verniciatura “factory” glitterata per le Commando 750 Scrambler e Roadster in ben otto colorazioni strepitose.

Era sufficiente pagare il sovrapprezzo e scegliere una delle opzioni “Fireflake” disponibili, per vedersi recapitare la Commando con la verniciatura più figa in circolazione direttamente in concessionaria. E come dimenticare la verniciatura sparkling (giustamente ribattezzata “argento giostra”) delle Ducati 750 Imola Desmo schierate nella 200 Miglia del 1971? La finitura a flake grossi come funghi fu poi ripresa nel 2006 per il modello rievocativo Sport 1000 intitolata a Paul Smart.

Dai serbatoi ai caschi, lo spargimento di metalflake fu immediato. Tra le prime aziende a cogliere la novità fu la californiana Buco, venduta nell’inverno del 1965 alla American Safety Equipment Corporation, divisione della Ford Motor Company. Sotto la nuova proprietà, la gamma fu rilanciata con modelli più vivaci e jet-age, per uscire dal ristretto novero del racing – già presidiato dalla Bell Helmets – e incontrare la richiesta di un mercato giovane e sempre più assetato di psichedelia.

Già nel ’66 apparvero i primi caschi aperti metalflake e da quel momento si scatenò una tempesta di paillettes e grafiche fiamboyant, che vide l’apice nel 1971 con il jet Galaxy e l’integrale GT. Le vendite schizzarono alle stelle e oggi un Buco Galaxy originale rappresenta il non plus ultra del casco metaflake. Un Sacro Graal per i collezionisti, con valutazioni che possono “vedere” i ventimila dollari!

La Buco fu rapidamente imitata dalla solita Bell e da altre decine di marche minori americane come Arthur Fulmer e la californiana All Sport, che diventò produttrice conto terzi per la Buco dalla metà degli anni Settanta fino alla chiusura nel ’79.  La grafica a stelle e strisce di Peter Fonda / Captain America in Easy Rider scatenò la fantasia dei decoratori, che alimentarono l’impatto del metalflake sulla cultura pop e sul mercato.

Come tutte le mode, all’alba degli anni Ottanta l’uragano di flake si spense improvvisamente come si era levato, prima di essere riscoperto dai cultori dei chopper old school alla fine dei Novanta. In Italia è stato reintrodotto da pionieri e maestri dell’arte Kustom come Ettore “Captain Blaster” Callegaro e Gianfranco Filippini / Kustom Drink Paint. E, come si dice, il resto è storia recente.

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