Cosa fare quando arrivi a cinquant’anni? È la metà di un secolo, il giro di boa in cui si fa il punto su cosa si è riusciti a combinare nella vita. E, con una punta d’ansia, a ciò che si può ancora combinare. La risposta è quasi scontata. Un viaggio. No, “il” viaggio. Quello mille volte sognato e altrettante rimandato.
Hai un figlio di 16 anni, ti chiama già “il sapientone”. Non manca molto perché diventi “il rompicoglioni”. Prima che inizi a esplorare la sua, di vita, forse è l’ultima occasione per condividere con lui chi sei e cosa ami nel profondo. Un viaggio al centro della musica, dunque. La mia.
New Orleans e il jazz, poi su per la Highway 61, la strada del Blues, fino a Clarksdale. Più a nord, il rock’n’roll e il soul di Memphis, il gospel e il country di Nashville. Fino al delta cajun di Mobile, in un unico, ininterrotto flow di miglia e di voci. Con una parentesi a Montgomery, nel cuore dell’Alabama, luogo cruciale della lotta per i diritti civili e sede del Barber Motorsport Museum, che racchiude la collezione di motociclette più bulimica e insensata al mondo.
Una trama geografica, sonora ed emozionale da tessere, neanche a dirlo, su due ruote. Una Harley-Davidson Road Glide, comoda a sufficienza per due e, soprattutto, dotata di impianto stereo per l’indispensabile colonna sonora. Decido che a tenerci compagnia saranno le decine di stazioni FM locali e interstatali che hanno costruito la storia della musica popolare americana, in un’inesauribile modulazione di frequenza.

Il viaggio è ben organizzato: Marco Mencaccini di America in Moto ha apparecchiato una perfetta concatenazione di hotel, motel e B&B dove spegnere il V-twin e riposare lungo la strada. Tuttavia, voglio rimarlo con vagabondaggio, lasciando che il quattro quarti zoppicante del V-twin entri in un loop senza soluzione di continuità.
Cerco giornate che vibrano nell’aria grassa e afosa del Sud come miraggi, in dissolvenza, mano a mano che il nasone della Road Glide aggiorna la sua collezione di insetti. Un lungo, ipnotico flow nel quale le distanze non si calcolano più in miglia, e nemmeno in ore, ma nello srotolarsi implacabile di paesaggi fuori misura, pronti a sorprendere nell’apparizione di una cittadina incapsulata nel secolo scorso, o in una piega serpentesca del Mississippi.
A guidarci c’è la musica. Esce dai locali del French Quarter di New Orleans, sempre affascinante, nonostante sia diventato uno sbronzificio per turisti. Il jazz tradizionale è un refolo allegro di aria fresca che sfugge ai cortiletti protetti dagli alberi. Attraversa le vie e i muri di mattoni, i sistemi nervosi, scuote l’umore, mette voglia di muoversi.
E anche una città così grande si trasforma in una passerella di 88 tasti bianchi e neri, che si srotola sotto le ruote come una ballata ruffiana di Professor Longhair. “Giacomo’s the name, but Jack is cool”, risponde alla camerierona che gli serve il pollo fritto: mentre lasciamo la Louisiana, il ragazzo comincia a entrare nel flow. Ha chiesto persino di spegnere la playlist che si è portato dall’Italia, decisamente fuori luogo.
Perché non c’è un altro luogo al mondo e un’altra strada come la 61, la Highway of the Blues. Gioca a nascondino con il Mississippi, finché il fiume si rivela nella sua maestosità a Natchez, una città che ha smarrito il senso del tempo, cristallizzata com’è nelle pagine delle Avventure di Tom Sawyer, con le sue case ottocentesche ben tenute.
Su a nord fino a Clarksdale è una giornata intera di moto e di vuoto. Sulla Natchez Trace Parkway che porta a Jackson, un corridoio di verde incontaminato, non incontriamo quasi anima viva. Seguono rettilinei di 40, 50 miglia, intervallati da un paio di semafori e sparuti gruppetti di baracche con un nome di villaggio.
Il caldo e la lentezza increspano appena l’oceano verde di campi di tabacco e mais, senza riferimenti geografici all’orizzonte. Se Natchez sembrava imbalsamata nella Guerra Civile, Clarksdale si è arrugginita agli anni Cinquanta. Perché Clarksdale? Si dice che sia proprio il leggendario incrocio fra le Highway 61 e 49, quello dove a mezzanotte Robert Johnson prestò la sua chitarra e la sua anima al diavolo, in cambio di fama e fortuna.
Qui è dove W.C. Handy ascoltò la melodia di un canto di campagna, che avrebbe trasformato in Memphis Blues, il primo blues della storia. Qui sono nati John Lee Hooker e Ike Turner, ai quali hanno dedicato una strada ciascuno. Invece B.B. King è di Indianola, un villaggio poco più a sud.
Il juke joint Ground Zero è un’altra meta da pellegrini del blues: l’ha aperto la gloria locale Morgan Freeman, che sugli schermi è sempre stato vecchio come un raccoglitore di cotone. Da Roma, Marco ci ha preparato una sorpresa: dormiamo nello Shack Up Inn, un motel diffuso ricavato dalle baracche di legno e di lamiera di una ex piantagione di schiavi. Siamo totalmente immersi negli spazi e nei tempi del Delta.
Potete tenervi la Route 66.
Every Day I Have The Blues. Ogni pellegrinaggio ha i suoi luoghi di culto dove versare una lacrima di devozione e ringraziamento. Non riesco a credere di trovarmi – 25 anni dopo – davanti alla Sun Records di Memphis, la città dalle due anime, che con Elvis e Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Johnny Cash ha trasformato il rhythm and blues in rock and roll. Graceland è sempre lì, più costosa e assurda che mai – e non ti fanno neppure vedere il water di marmo nero su cui è morto il King.
Dal mio viaggio precedente, la novità è che hanno ricostruito la Stax Records tale e quale era nel 1970: mi par di sognare. Poco lontano c’è ancora il Lorraine Motel dove fu ucciso Martin Luther King. A Memphis si mangia soul food: quindi il Four Ways dietro lo Stax Museum e, soprattutto, il Cozy Corner. Da fuori, sembra una baracca. Dentro, ti servono le migliori costolette al BBQ da questo lato del Mississippi, con la proprietaria che canticchia i suoi R&B preferiti dal tavolo accanto.
L’unico negozio di dischi decente è lo Shangri-La: facciamo fatica a trovarne anche a Nashville, la città canterina. Impossibile rientrare senza chili di 45, 33 e persino 78 giri nelle borse. Nonostante il ruolino di marcia, i giorni scorrono in una strana sospensione.
Porgiamo sentito omaggio ai Muscle Shoals Studios e alla Fame Records, le cattedrali del southern soul dove incisero persino gli Stones, come noi in cerca di autenticità. Anche questi studi di registrazione sembrano vittime di un incantesimo: avrei detto che in quel portacenere ci fossero ancora le cicche di Keith Richards. È quando mi trovo davanti al piano elettrico Wurlitzer sul quale una giovane Aretha Franklin attaccò le prime note di I Never Loved A Man (dum, da-dum, da-dum), che nascondo il viso e lascio che il soul fluisca dagli occhi.
Il sabato sera lo passiamo sulla Broadway della bianca e vivacissima Nashville, la domenica mattina a tagliare in due la bigotta Sweet Home Alabama, sulla Highway 65 verso Birmingham. I cartelli stradali negano la teoria di Darwin e invitano a scegliere se passare l’eternità all’inferno o ricevere il perdono di un solo e unico Dio protestante. Alla radio, solo musica gospel e i sermoni dei predicatori live dalle chiese battiste.
Sono pochi, i momenti in cui l’America preconizzata e quella reale coincidono. Montgomery è uno di questi. È il profondo Sud che aspettavamo. Mentre il sole si accuccia dietro le rocce rosse, la downtown è già deserta, desolata. Il teatro Paramount, il più grande dell’Alabama, è un fantasma degli splendori passati, salvato dalla demolizione. Un luogo struggente come Clarksdale: “Papà, comincia a piacermi questa America”. Invece lungo la baia di Mobile, sul Golfo del Messico, le ruote si lasciano andare lungo gli scenari lussureggianti di Forrest Gump. Mobile è una delle città più antiche degli Stati Uniti: i coloni francesi la fondarono nel 1702 dove terra e mare ancora si confondono in una natura voodoo.

Abbiamo lasciato Canal Street a New Orleans dieci giorni e 1.800 miglia fa (quasi tremila chilometri, al cambio attuale), ma sembra siano passati dieci mesi. Nello scaricare la moto, i biker riconoscono il lascito della strada sulle nostre facce bruciate dal sole e dal vento. “Avete fatto davvero una bella esperienza. Did the boy ride? Fra vent’anni ti ringrazierà, vedrai”.
Lo osservo a bordo strada, il ragazzo, fra le borse e i caschi, accanto a quella che per quasi due settimane è stata la nostra complice, la nostra casa mobile. Allora, ti è piaciuto? “Sì, ma avrei preferito New York o Los Angeles. È stato il viaggio giusto nell’America sbagliata”. Bell’aforisma per un sedicenne, non c’è che dire. Ho giusto il tempo di stirare le labbra in un sorriso, prima di salutare questa storia dal finestrino dell’aereo.





























