Di solito se un oggetto (oppure un libro, un film, o un qualsiasi prodotto a caso dell’intelletto umano) arriva a meritarsi l’appellativo di cult ha un modo facile per tenersi la qualifica: cambiare il meno possibile. È il motivo per cui nei film di 007 Bond si salva sempre (e infatti l’ultimo in cui invece ci lascia la pellaccia al botteghino ha deluso), il contratto che cambierà la tua vita si firma con una Montblanc e Glastonbury fa sempre il sold-out nonostante finisca quasi sempre con un fango colossale. Scelte fighe e facili: se una cosa è sempre andata bene, perché si cambia? C’è però anche l’altra versione, quella secondo cui il cambiamento è l’essenza della sopravvivenza e che le cose eternamente uguali a sé stesse e di successo (come la penna BIC) si contano sulle dita di una mano. Un’interpretazione, questa seconda, che è l’essenza stessa del presente di SWM, glorioso marchio motociclistico italiano che si fece valere tra gli anni Settanta e la metà degli Ottanta prima di una dolorosa liquidazione societaria.

Un marchio che fu appunto di culto in quei quindici anni di successi sui campi del fuoristrada o, come direbbero i nostalgici, della regolarità del cross e del trial. Da Palazzolo Milanese al tetto del globo con il titolo di Campione del Mondo di Gilles Burgat nel 1981, le moto di Pietro Sironi e Fausto Vergani che avevano un nome esotico ma erano assai Lombarde (ad accezione dei motori, spesso Sachs o Rotax) si ritagliarono un posto nel cuore degli appassionati. Sarebbe potuto finire tutto lì, in quegli anni turbolenti tra il 1984 e il 1987, con la consegna del marchio SWM all’oblio. E invece no, perché il gruppo cinese Shineray se lo compra e decide di avviare nel 2014 una fase di rilancio. Non con il marchio piazzato su una moto impacchettata in Asia, ma sfruttando uno stabilimento dismesso da KTM proprio qui in Italia, nell’ altrettanto lombarda Biandronno (Varese).
Raddoppio delle ruote.
Una bella storia, in larga parte ancora da scrivere, ma soltanto uno spicchio di questo nuovo culto SWM. Si sono affacciate infatti qualche settimana fa sul bel paese le prime auto del marchio, in questo caso versioni europeizzate di vetture del gruppo Shineray per il proprio mercato domestico che sbarcano in Italia con l’acronimo della Speedy Working Motors sulla calandra. Una mossa che spiazza, perché immaginare una SWM con portiere e bagagliaio è veramente lontano dal culto, quello rigorosamente a due ruote e tassellato, del marchio. Una scommessa, che per l’Italia non vede soltanto la capogruppo cinese coinvolta. Shineray ha infatti deciso di nominare Campello S.p.A., realtà automotive storica del nostro paese, distributore esclusivo. D’altronde, se al giorno d’oggi vuoi creare un prodotto che possa ambire in futuro a diventare di culto devi tenere conto di comunicazione, assistenza clienti, rete di concessionari e altri mattoncini di un Lego sempre più complicato.

Di nuovo amore.
L’elemento centrale della campagna di lancio delle autovetture SWM è il sentimento più alto che c’è. Puntano a far innamorare gli italiani. DI NUOVO, dicono in SWM, anche se il concetto di re-innamoramento è difficile da accostare ad una gamma di SUV di segmento D che poco ha a che fare da un punto di vista stilistico con Gran Milano e le altre due ruote che oggi compongono la famiglia di moto del brand, per non parlare delle motorette dei tempi che furono. Però i motivi per innamorarsi ci sono: le SWM a quattro ruote seguono infatti il trend attuale dei brand automobilistici che dal Far East arrivano in Europa: vetture ben assemblate, e non soltanto elettriche, che cercano di ammiccare al nostro pubblico ultra-maturo ed esigente, con un rapporto qualità prezzo interessante e piccole indulgenze da occidentali come i sedili in pelle, l’infotainment con la connettività Apple e Android, i cerchi in lega, il tettuccio apribile e i sensori di parcheggio. Tutte di serie nelle SWM.
Tre i modelli al lancio.
C’è la G01, più compatta e sbarazzina, disponibile con il motore a benzina da 1,5 litri da 133 cavalli. Ha anche la variante più sportiva, la G01F, che eroga 139 cavalli (accoppiati esclusivamente ad un cambio a 7 rapporti DCT): ha qualche dettaglio estetico più accattivante ed è lunga 60 centimetri in più.
La G03F è più orientata alla famiglia, guadagna un’ottantina di centimetri in altezza ed ha un’erogazione della potenza più sorniona (perde 23 cavalli rispetto al G01). In compenso con la terza fila di sedili diventa una 4+3 adatta anche a famiglie di culto numerose (come i Winslow di Otto Sotto Un Tetto). Anche la terza della specie, la G05, è adatta alle famiglie numerose: sempre 7 i posti, ma in configurazione 5+2. Utilizza lo stesso motore 1.500 cc delle altre nella taratura più potente da 139 CV. È la più SUV della gamma, anche per dimensioni, e l’unica per cui al momento è prevista in arrivo anche una variante ibrida Plug-In.
Curate, con un occhio al budget.
Attenzione nell’assemblaggio e ricchezza delle dotazioni a parte, tutte le vetture della neonata gamma SWM puntano ad attaccare una fetta di mercato molto attenta al budget, ovvero quel 77% circa di persone che vogliono acquistare una vettura nuova spendendo meno di 30 mila euro. La G03F in questo senso è la più riuscita, con un listino che parte da 19.900 euro chiavi in mano. La seguono la più imponente G05 (23.890 euro) e la G01 (23.990 euro), mentre la più aggressiva del gruppo (G01F) parte da 26.990 euro avendo già il cambio automatico di serie (per le altre servono 2.000 euro in più). Si può dire che parte da qui il nuovo culto di SWM? Troppo presto per esprimersi, ma i primi test drive diranno già se l’amore con gli automobilisti italiani sboccerà come successe qualche decennio fa con regolaristi e crossisti. Di sicuro possiamo dire che, se sparigliare le carte in tavola con qualcosa di inaspettato è un valore nella società di oggi, quelli di SWM non sono certo rimasti a guardare.




















