La strada non è solo un luogo, a volte sa essere anche un sentimento. Un percorso di scoperta, di ebrezza e di libertà se la pensiamo con quell’accezione alla Kerouac di road, una lingua di asfalto spesso in mezzo al niente che tanto sta a cuore a chi si è perso – metaforicamente o per davvero – e si trova in una situazione in cui l’unico modo per tirarsi fuori dai guai è andare avanti, no matter what. C’è anche l’altra versione, però. Perché ci si può perdere anche nella meno solitaria street tra il traffico e i palazzi, dove il gioco è quello di dribblare gli ostacoli piuttosto che ritrovar sé stessi. Ed è questa accezione che meglio si adatta alla storia, oggi di successo ma frutto di un percorso piuttosto travagliato, delle americanissime motociclette di Indian Motorcycle.

Poche case motociclistiche incarnano lo spirito a stelle e strisce come Indian Motorcycle. Fondata nel 1901 a Springfield, Massachusetts, è stata una delle prime aziende a produrre moto in America, sul mercato già un paio d’anni prima dell’altra custom costruita mille miglia più a ovest, a Milwaukee. Pioniera nell’innovazione, nella potenza e persino nel design (muscolarmente yankee, ça va sans dire), Indian ha segnato la storia delle due ruote su strada e su pista. Fin dai primi anni le sue motociclette hanno conquistato i cuori degli appassionati grazie alla filosofia costruttiva basata su robustezza e velocità. Hanno attraversato epoche e continenti, diventando sinonimo di spirito pionieristico e avventura. Una storia di sfide, rinascite e innovazioni, una continua corsa nel migliorare quello che finisce nel garage del cliente medio senza mai tradire il proprio DNA o svenderlo nel nome delle tendenze passeggere. E come tante buone idee, anche questa nasce dall’intuito di due persone: George Hendee e Oscar Hedstrom.

Il primo è corridore in bici e costruttore, il vero founder della Hendee Motor Company (il nome Indian arriva solo nel 1923, quando lui era già uscito di scena); il secondo invece è un ingegnere svedese (ricordatevi questo particolare, nella vita niente accade per caso) che si dedicò anima e corpo a motorizzare, appunto, le biciclette di Hendee, ma che non disdegnò le gare di endurance. Veloce per l’epoca, tanto da registrare un record sulla distanza New York – Springfield con una media di ben 56 miglia all’ora (ovviamente polverizzato da altri senza troppa fatica, dopo qualche tempo).
Belle le moto, travagliata la vita aziendale.
Se già le biciclette motorizzate degli inizi si facevano apprezzare, la prima vera innovazione è l’introduzione del motore V-Twin nel 1903, il cuore ideale per modelli che sono poi diventati simbolici della produzione di Indian come la Scout e la Chief che debuttarono negli anni Venti. Veloce e agile la prima, che divenne molto popolare sia tra i comuni utilizzatori della moto come mezzo di trasporto sia tra i corridori, più imponente e distintiva la seconda, che incontrò a sua volta il favore del pubblico e contribuì a consolidare lo status di Indian come marchio di primo piano. Oltre ad altre moto affascinanti come la Four, con il suo motore a quattro cilindri in linea che ebbe buona fortuna tra le due guerre mondiali, utilizzata sia per il touring che per competizioni di velocità.

E poi le Warrior e le Arrow dei primi anni Cinquanta, che avrebbero dovuto dare nuova linfa nel dopoguerra e catturare una nuova generazione di motociclisti in cerca di soluzioni più economiche e leggere, ma che si scontrarono con una dura realtà. O meglio, erano le moto giuste nel momento sbagliato. Già, perché il buon successo commerciale del marchio non tenne lontane le nubi societarie. I fondatori Hendee e Hedstrom lasciarono l’azienda già a metà degli anni Dieci, ma le vere difficoltà finanziarie iniziarono durante la Grande Depressione, nonostante tra i proprietari della fabbrica ad un certo punto sia apparso anche il magnate Du Pont (che per averla salvata da un primo pesante crack finanziario venne inserito nella Motorcycle Hall of Fame). Alti e bassi, fino ad un doloroso fallimento nel 1953.
Il marchio cambiò più volte di mano, con vari tentativi di rilanciarlo spesso con operazioni di re-badging di moto di altri brand (Royal Enfield, AJS e persino un maldestro tentativo con l’Italjet di Leopoldo Tartarini), fino ad un nuovo corso più serio e industriale, che inizia nel 2011 per mano del gruppo Polaris. Oltre a rispolverare nomi storici e riferimenti stilistici del vissuto di Indian come Scout, Chief e Chieftain hanno visto la luce altre motociclette che combinavano estetiche comunque ammiccanti al vintage a meccaniche e prestazioni decisamente odierne. Fondendo eredità e modernità, senza diluire quel fascino da simbolo della cultura motociclistica americana, mostrando che l’evoluzione del design e della tecnologia non deve necessariamente rinnegare quel che è stato.
Mai straniere in pista.
Se i conti societari non hanno mai brillato nel secolo scorso, diversa è la storia tra piste e cronometri. La velocità è sempre stata parte del DNA di Indian, già a partire dalle scorribande del co-fondatore Hedstrom nell’endurance. Negli anni Dieci e Venti le Indian del Novecento erano già al vertice delle gare di endurance e velocità. Nel 1911, tre piloti della casa occuparono l’intero podio al Tourist Trophy dell’Isola di Man, una delle competizioni motociclistiche più crude al mondo. Negli anni Quaranta e Cinquanta Indian divenne un nome leggendario nei circuiti di tutta l’America, sfidando gli eterni rivali di Harley-Davidson in epiche battaglie. Tra i factory rider che hanno scritto le pagine del libro della casa Ernie Beckman, Bill Tuman e Bobby Hill, meglio conosciuti come la Indian Motorcycle Wrecking Crew, che nel palmares vantano una serie di vittorie significative, tra cui tre allori consecutivi allo Springfield Mile e trionfi in decine di altre competizioni da una costa all’altra degli USA. Fino al sipario sul factory racing, anche se le Indian in un modo o nell’altro hanno sempre continuato a far capolino davanti alla bandiera a scacchi anche per i cinquant’anni successivi.
Anche quando la stella della casa si spense con il primo fallimento del 1953, quando tanti piloti continuarono a mietere successi e a battere record. Come quello del 1967 di Bart Munro, ben immortalato nel film The World’s Fastest Indian. Difficile dire se l’interpretazione di Anthony Hopkins abbia effettivamente reso giustizia all’eroico pilota neozelandese, certo è che ha contribuito a glorificare la Indian Scout del 1920 che stabilì, quarantasette anni dopo essere stata costruita, il record di velocità su terra. Ancora oggi imbattuto, fatto con una vecchia moto tenuta insieme con filo di ferro e speranze e condotta da un impavido signore di 68 anni. Certamente un bello spot pubblicitario per una casa che ha fatto della sostanza un marchio di fabbrica. Tutto lasciato all’iniziativa degli appassionati fino al rientro in grande stile come casa ufficiale nel flat track, nel 2016.
Forte di un nuovo prodotto molto fedele alle vecchie moto da flat degli anni Quaranta (la Scout FTR750) e della formazione di una nuova Indian Motorcycle Wrecking Crew la casa è tornata ufficialmente sugli ovali, con successo. E anche sulle piste d’asfalto delle gare delle bagger, con una versione da corsa della più imponente Challenger. Nuovi fasti e tanta adrenalina, anche se il cambio di regolamenti da parte dell’American Flat Track Series nel 2024 ha portato all’uscita di scena della FTR750 e, recentemente, anche della sua controparte stradale FTR1200.
Autenticità a ogni costo.
L’attuale gamma di motociclette Indian rappresenta un perfetto equilibrio tra il patrimonio storico di un marchio così antico e l’innovazione di prodotto nell’accezione più moderna, mantenendo intatto l’ethos che ha reso il marchio iconico fino ai giorni nostri nonostante un lungo periodo di sparizione dai radar. La casa, che oggi ha sede a Spirit Lake nell’Iowa, ha sempre incarnato lo spirito dell’avventura e della libertà e oggi continua a onorare questa tradizione.
La Chief, ad esempio, è una delle moto più emblematiche, che combina un design classico con tecnologie all’avanguardia. Con i motori della famiglia Thunderstroke raffreddati ad aria offre prestazioni potenti e un’esperienza di guida fluida, mentre il sistema di infotainment Ride Command consente ai motociclisti di rimanere connessi col mondo anche durante i viaggi più lunghi. La moto di accesso alla famiglia Indian invece, la Scout, è un perfetto esempio della “rispettosa modernità” del marchio. Con il suo motore Speedplus V-Twin da 999 o 1.250 cc, offre una grande maneggevolezza e un’accelerazione rapida, rendendola ideale sia per i neofiti che per i motociclisti esperti anche nella sua declinazione bobber minimalista e aggressiva. E poi ancora Roadmaster, Pursuit, Chieftain, Challenger, Springfield. Nomi che odorano di America da un miglio di distanza, che ti fanno già immaginare sulle highway della California o per le strade grigie di Detroit.
Moto autentiche, senza sforzo. Ce lo ha raccontato al Motor Bike Expo Grant Bester, il Vice President International di Indian: il segreto del marchio è quello di rimanere il più possibile aderente a quello che fu il carattere di quelle veloci e potenti moto d’anteguerra, senza compromessi su qualità ed esperienza di guida pur disegnando modelli che siano cittadini del mondo di oggi. Anche se a farlo è uno svedese (visto che era importante!) come Ola Stenegärd, che ebbe un primo abboccamento con Indian durante uno degli sfortunati tentativi di rilancio del marchio nei primi anni Duemila prima di andare a consacrarsi in BMW per i 15 anni successivi.
Stupire con un motore (termico).
E autenticità per Indian è anche non seguire l’innamoramento più o meno estemporaneo di tutti per l’elettrificazione. Mentre tutte le case, compresa la concorrenza di Milwaukee, oramai parla con sempre più ardore di Volt e batterie (il mercato però snobba), in Indian concentrano gli sforzi per l’elettrico solo nella linea di motorette-giocattolo per bambini. Lo dimostra la presentazione in anteprima mondiale proprio a Verona del nuovo motore Powerplus 112, derivato dall’unità che ha vinto il Campionato MotoAmerica King of the Baggers 2024 e che andrà ad equipaggiare alcuni modelli delle famiglie Chieftain, Roadmaster, Challenger e Pursuit. Già, c’è ancora qualcuno che davanti al pubblico parla ancora con orgoglio di cavalli (126) e di coppia (180 Nm). Incredibile. E molto apprezzato, a giudicare dall’entusiasmo dei motociclisti nel pubblico di MBE. Un motore da anime ribelli, quelle che si laureano all’università della strada. E che non si accontentano di vivere di nostalgia.























