C’è la sabbia delle spiagge, quella che scotta ma vuol dire vacanza. E poi c’è quella su cui spingere un’auto il mezzo al nulla, alla ricerca di una sensazione di galleggiamento che può fare la differenza tra una buona tappa e passare ore con la pala in mano sotto al sole cocente per tirarsi fuori da un impiccio. Sensazioni che non sono di certo nuove per Marco Leva e Alexia Giugni, coppia nella vita e nell’abitacolo dei fuoristrada che spingono al limite, soprattutto alla Dakar. Oggi una vecchia e affidabile nave da deserto giapponese. Anche se tutto inizia – come sempre – con un Pandino. In mezzo ai professionisti e a quelli che nella vita pensano solo a correre, loro che invece lo fanno nelle pause dalle proprie vite da dirigenti d’azienda.

Undercover explorer

Marco e Alexia sono quasi sicuramente agenti segreti sotto copertura. Dopo qualche minuto di chiacchiere con loro potresti immaginarteli quasi ovunque. Sicuramente nei rispettivi uffici, dove portano avanti carriere di soddisfazione nel mondo dell’ingegneria e della finanza. Te li vedresti bene anche su una spider d’epoca tra le colline del Chianti: d’altronde Marco è pure presidente di CMAE, uno dei più importanti sodalizi del motorismo storico milanese. Ecco, forse non li vedresti tutti vestiti da capo a piedi con tuta da pilota, protezioni per il collo, guanti, scarponcini e casco nell’abitacolo rovente di un fuoristrada che aspetta il via ad un controllo orario nel mezzo del deserto.

Fregati, siamo già al plot twist.

Perché è proprio quello il posto felice della coppia (nella vita e nelle competizioni di rally raid). I due appartengono infatti a quell’esercito silenzioso di weekend warriors del fuoristrada che, quatti-quatti, passano dai confort di una sala riunioni in centro al disagio di una gomma da cambiare durante una prova speciale.

Persone con una passione, magari non sbandierata sui social, pieni di amici che dietro ai cappelli pensano “ma chi glielo fa fare”. Gli stessi che, quando vedono le foto di Marco e Alexia al ritorno da una Dakar o dalla Baja delle Colline Metallifere, si sciolgono dall’invidia. A tutto si aggiunge anche la dimensione sentimentale, che può essere una benedizione quando bisogna bruciarsi insieme quasi tutte le ferie di un anno per andare a fare il Dakar Rally, ma che può mandare la tensione a fondo scala quando sul più bello la navigatrice sbaglia a leggere una nota o il pilota non presta attenzione a quello che gli viene detto. Come succede a casa, con la differenza che, quando sei a 150 km/h sul fesh-fesh, non puoi sbattere la porta e andare a vedere Netflix in un’altra stanza.

Dakar e vecchie glorie

Non stupisce che il fascino del deserto catturi anche una coppia che ha più di un piede nel mondo delle auto d’epoca. Dal 2021, infatti, accanto all’odierno Dakar Rally ruggente di bolidi all’avanguardia si corre la Dakar Classic, una sfida riservata ai veicoli che hanno partecipato al rally raid dagli Anni 70 fino alla fine dei 90. Una nostalgia fuoristradistico-competitiva che affascina equipaggi amatoriali e piloti veterani, capace di far riassaporare il gusto dell’avventura a bordo di mezzi che hanno reso iconica la competizione ideata da Thierry Sabine.

I veicoli che solcano le tracce della Dakar Classic raccontano una storia a sé. Sono auto, moto e camion che hanno segnato l’epoca d’oro dei rally raid, mezzi iconici come le auto francesi tutte acchittate, i fuoristrada inglesi e giapponesi, le endurone (anche italiane) e i vecchi camion che hanno solcato le dune a ritmi decisamente più lenti rispetto ai prototipi odierni.

La sfida per gli equipaggi si sposta quindi più sulla navigazione, la resistenza e l’affidabilità dei mezzi che sulla pura velocità. La differenza principale con la Dakar moderna sta proprio in questo approccio. Si corre per il gusto della sfida, per la passione per i motori d’epoca e per il romanticismo della vecchia scuola del rally raid.

Avventura, sportività e nostalgia canaglia, che bel mix. Un po’ più dura forse, perché la roba vecchia soffre di più e quando si rompe va aggiustata alla vecchia maniera, con le martellate e il nastro americano. Non ci sono mille sensori a dirti cosa non sta andando bene, lo devi sentire nelle orecchie e nel sedile. Il tutto mentre la natura fa il possibile per mandarti una giornata storta.

Bivaccando tra i big

È il programmino relax di tutti quelli che fanno la Dakar da amatori. Di chi fa la Classic come il duo Leva-Giugni così come di quelli della classe Malle Moto che si ritrovano la cassa con ricambi ed effetti personali alla fine di ogni tappa e si devono arrangiare su tutto. O degli altri, che su un’auto o un camion (dal 2025 addio, dopo 30 anni, ai quad) provano a grattare, senza una corte di aiutanti al seguito, qualche posizione nella classifica vera, quella competitiva.

Eroi, sognatori, pazzi, chiamateli come volete. Vi basti sapere che condividono – con molte meno amenità – lo stesso bivacco serale dove meccanici, cuochi e fisioterapisti si prendono cura dei vari Al-Attiyah, Peterhansel, Sainz, Sunderland e Price e dove quelli come Marco e Alexia dopo centinaia di chilometri nella polvere e negli imprevisti si devono pure montare la tenda per andare a dormire. Dolci difficoltà quanto le racconti al rientro, ma lì per lì qualche imprecazione ci scappa sempre. Disagi che per un attimo spariscono quando il bivacco si fa casa di ringhiera e comunità, e magari qualcuno dei big viene a rifarsi gli occhi e scambiare qualche chiacchiera davanti alla tua dignitosa macchinina da dilettante. Come ai nostri protagonisti nel 2022, quando la Panda 141 con cui si presentano al via a Riyad riceve le stesse occhiate a cuore che le regalerebbero al raduno di club a Pandino.

Galleggiando sul Pajero

Marco e Alexia però non sono persone che si accontentano, sicuramente non quando c’è il fuoristrada di mezzo. Il Pandino fa il suo, per carità, e al bivacco sono in tanti a sorridere a quello scricciolo che di sabbia dovrebbe vedere solo quella che gli si porta nei tappetini da un pomeriggio al mare a Carloforte e invece – spavaldamente – fa capolino in una delle gare più incazzate del pianeta.

I nostri, che si affidano a chi le vetture le prepara apposta per la competizione e le noleggia, si buttano sulla Nave del Deserto per definizione (non ce ne voglia il cammello). Atterrati infatti in Arabia Saudita subito dopo il taglio del panettone a fine 2023 trovano ad aspettarli un Mitsubishi Pajero del 1990, di quelli che vanno in twist sulle dune senza scomporsi più di tanto e rimettono giù le ruote come se niente fosse. D’altronde, fin dal suo debutto nel 1983 la Mitsubishi Pajero è stata protagonista indiscussa del Dakar Rally.

La sua storia in questa gara è un susseguirsi di successi già dalla prima partecipazione, quando si è messa in luce conquistando la vittoria nella classe riservata alle vetture stock. Questo risultato dimostra subito le doti di robustezza e affidabilità del fuoristrada giapponese. L’anno successivo, pur non arrivando primo assoluto, il Pajero ottiene un ottimo piazzamento nella classifica generale, anticipando il trionfo che sarebbe arrivato nel 1985.

In quell’edizione dominò la scena, conquistando il gradino più alto del podio con Patrick Zaniroli. Il periodo di maggior dominio arrivò più tardi, a fine anni Novanta. Tra il 2001 e il 2007 per l’esattezza, quando la Mitsubishi conquistò ben sette vittorie consecutive. Al volante gente del calibro di Stéphane Peterhansel, che diede lustro a questo mulo su ogni tipo di terreno, dalle dune infuocate del Sahara alle piste dissestate dell’Africa centrale.

La storia del Pajero alla Dakar si concluse ufficialmente nel 2009, quando la casa giapponese decise di ritirarsi dalla competizione per tagliare i costi. Tuttavia, l’eredità lasciata dal “Re del Deserto” è ancora oggi impressa a fuoco nella memoria degli appassionati di rally.

Le dodici vittorie conquistate, i piazzamenti di piloti leggendari come Zaniroli e le leggendarie sfide disputate contro Peugeot e Citroën hanno reso il Pajero un’icona del motorsport e un simbolo di tenacia e innovazione tecnologica. La stessa tenacia che Marco e Alexia hanno dimostrato quest’anno sulle piste dell’Arabia Saudita, dove hanno ottenuto un rispettabilissimo settimo posto alla Dakar Classic.

Normalizzare l’estremo

Un’impresa, per chi fa altro nella vita. E invece no, perché Marco e Alexia – che non hanno follower da accontentare o vlog da editare, dedicano quel tempo ad altro. Alla preparazione del raid, magari allenandosi a leggere le note a qualche gara di auto d’epoca, o mettendosi in riga con alimentazione e fitness qualche settimana prima di partire. Perché non devi essere un principe saudita con due motorhome al seguito per scendere a rotta di collo da una cresta nel deserto, però lo devi fare con un minimo di rispetto, che significa sapere cosa stai andando a fare e cosa ti serve per arrivarci – e uscirne – tutto intero.

Il premio, medaglia a parte, è una secchiata di adrenalina prima e di endorfine poi che a certe persone basterebbero per una vita intera. Non a questa coppia, che al giro di boa dell’anno dalla sabbia del mare pensa già a quell’altra ancor più calda, a gennaio.