Nella cultura anglosassone, gli aggettivi dark e black si sono sempre tirati dietro un treno di problemi e di accezioni negative. Per i motivi più disparati: superstizione, bigottismo religioso, razzismo. Una trappola insidiosa. Tant’è che quando si trattò di battezzare un Softail all-black, in Harley-Davidson scelsero l’allusivo nome Night Train.
Tutt’altra storia in Francia dove “noir” ha sempre evocato mistero, attrazione fatale, oscura bellezza, fascino peccaminoso. Il cabaret Le Chat Noir di Pigalle, la Petite robe noire di Coco Chanel, i Blousons Noirs esistenzialisti di Saint-Germain-des-Prés, la Série Noire dell’editore Gallimard che diede il nome all’omonimo genere letterario e cinematografico.
E, non ultima, la Voiture Noire. Una delle automobili più straordinarie di tutti i tempi. Fuoriserie nel vero senso della parola: Jean Bugatti la disegnò e costruì per sé nell’atelier di Molsheim. Prima che scomparisse misteriosamente per diventare (probabilmente per sempre) il Sacro Graal dei cultori delle quattro ruote.

La Voiture Noire è la seconda delle quattro Bugatti Type 57 SC Atlantic create nel 1936 dal giovane uomo che decise di elevare l’automobile al rango di creatura divina. Figlio del fondatore dell’Ovale rosso, Gianoberto Carlo Rembrandt Ettore Bugatti portava già nel nome italiano le stimmate dell’arte e della bellezza, derivate dall’origine milanese di una famiglia di artisti, prima che di costruttori di auto. Jean se ne appassionò fin dalla più tenera età baloccandosi nella fabbrica di Molsheim.
Le doti di maiuscolo disegnatore e artigiano emersero già dall’adolescenza. Jean disegnò la sua prima Bugatti a 21 anni. Ad appena 27 ricevette le chiavi dell’azienda dal padre Ettore e subito realizzò la più celebre delle sue creazioni.

La Type 57 SC Atlantic è l’espressione più alta del suo senso dell’armonia. Una coupé granturismo fluida e aerodinamica, dalla pinna rivettata che ne caratterizza la silhouette dall’eleganza inconfondibile. Esotismo puro: il tondo delle ruote “muove” la carrozzeria dal cofano estremamente accentuato, nella lunghezza complessiva di soli 3,70 metri.
Le porte sconfinano sul tetto per agevolare l’accesso. Il posteriore fluisce in una forma ovale quasi fino a terra, con sei sottili terminali di scarico. La “cucitura” rivettata in rilievo divide longitudinalmente il corpo macchina fino alla coda, come la riga di una calza di seta.

Perché i rivetti? Le Atlantic furono sviluppate sul prototipo Aérolithe, noto anche come Coupé Special o Coupé Aero. Per realizzarlo, Jean Bugatti utilizzò la lega aeronautica Elektron, composta al 90% di magnesio e al 10% di alluminio. Leggera, resistente, ma impossibile da saldare. Le quattro Atlantic costruite fra il 1936 e il ’38 sfruttano “normali” lamiere di alluminio, metallo nobile per quei tempi. In quella rivettatura, però, colse un segno di stile che andava oltre la funzione.

Il motore era il potente e silenzioso 8 in linea da 3.3 litri da 200 cv (ecco il perché di quel naso lungo), capace di oltrepassare i duecento orari in tempi in cui le strade erano ancora sterrate e trafficate dai carretti a trazione equina. Oggi ne esistono solo due esemplari in condizioni originali.
La prima delle quattro, la “Rotschild Atlantic” con numero di telaio 57 374, appartiene al collezionista californiano Peter Mullin. La terza, la “Holzschuh Atlantic” chassis 57 473, fu distrutta un incidente stradale e restaurata interamente, ma senza il motore originale. La quarta e ultima, la “Pope Atlantic” numero 57 591, è cullata dallo stilista Ralph Lauren e ha fatto strage ai concorsi d’eleganza nei quali si è degnata di fare passerella nel suo abitino da sera nero (a Villa d’Este stravinse nel 2013 e la ricordo come un’apparizione soprannaturale).
Ne manca una, la seconda. La cercano da 85 anni.

Jean Bugatti costruì la Voiture Noire per sé. Emanava così tanto fascino, che Bugatti la sfruttava per le immagini promozionali e ai Saloni internazionali come vettura-immagine del marchio. Solo lui e pochissimi amici piloti ebbero il tempo e il privilegio di mettersi al volante della tenebrosa coupé con telaio 57 453. Finché, nel 1938, scomparve nel nulla.

Fu venduta a un sodale di Jean? Spostata in un angolo sicuro di Francia quando i nazisti erano alle porte dell’Alsazia? Distrutta da un bombardamento aereo mentre si spostava su un treno merci? Nessuno lo sa. Nessuno sa dove si trovi.
Jean lasciò scritto nulla poiché scomparve a sua volta, vittima di un incidente stradale l’11 agosto del 1939, ad appena 30 anni. Stava testando una vettura a Duppigheim, non lontano dalla fabbrica Bugatti. La sparizione della Voiture Noire resta uno dei grandi misteri nella storia dell’automobile. Se mai dovesse riapparire, c’è già chi la valuterebbe oltre i 100 milioni di euro.

Ci resta la sua eredità stilistica, che Bugatti ha fatto confluire nella très haute-couture delle varie Chiron e Divo, fino all’omonima supercar del 2021. La moderna Voiture Noire è la one-off che ha richiesto oltre vent’anni di gestazione al direttore del design Achim Anscheidt, più due di costruzione.
Una scultura dinamica che fa perdere un battito e racchiude i tre pilastri del marchio: velocità, lusso, eleganza. Al pari di altri protagonisti dell’arte e della cultura che hanno reso orfano troppo presto il Novecento del loro genio, Jean Bugatti dimora nell’olimpo degli eternamente giovani. La sua Type 57 SC Atlantic resta immersa nelle pieghe delle incognite, nell’oscurità chimerica della leggenda.









