Nel mondo del rock, la notte ha sempre avuto un ruolo speciale. Nel silenzio delle ore più tarde, lontani dalla frenesia, dal chiacchiericcio, dal rumore del giorno, sono tantissimi gli artisti che hanno trovato l’ispirazione per scrivere alcune tra le canzoni più iconiche della storia della musica, baciati dalla magia di Nyx, dea dell’oscurità.
Mistero e introspezione. Il silenzio è una casa all’interno della quale ci si può spogliare di ogni sovrastruttura, connettersi per davvero con il proprio io, con la propria voce interna, quella più profonda e autentica.
Vi capita mai? Vi capita mai di sentire il flusso dei vostri pensieri prima del sonno?
Sono tanti gli artisti che hanno elogiato il silenzio e la quiete notturna dentro la quale trovare questo vuoto-pieno: “La vera musica è il silenzio, tutte le note non fanno che incorniciarlo”, parole di Miles Davis. Oppure “Il silenzio è attento ad ogni suono, e appeno lo ascolta, lo sottolinea” (Lorenzo Oliván, poeta e filologo spagnolo).

Quante volte si dice che si apprezzano le cose quando non le si hanno: se non ci fosse il buio, forse non apprezzeremmo la luce. Di notte esiste una dimensione ovattata che per il musicista è capace di diventare arte, è capace di trasformarsi in musica. Sospesi ci si lascia trasportare.
Possiamo dire lo stesso anche se ci troviamo dall’altra parte: quel viaggio in solitaria di notte, magari guidando, con una giusta playlist che riesce a staccarci dalla realtà più terrena. Forse lavoro troppo di fantasia, ma giuro, a me capita.

Senza troppo pensare mi viene in mente, per esempio, un ritorno a casa in auto, notte fonda, rientrando da un mio djset. Dalla radio partono le note di No Quarter dei Led Zeppelin e su quelle note, in quella notte, occhi puntati sulla strada, mente persa in altri mondi (questa notte, fatelo: mettete su il vinile di Houses of the Holy, traccia numero 7. Poi ditemi che sensazione vi ha dato…).
La prima nota di una canzone ci toglie dal silenzio, ci fa entrare in punta di piedi nel mondo creato da qualcun altro. E quando la canzone finisce, ripiombiamo nel silenzio, ritorniamo nella notte.
Oggi vi voglio portare dentro a delle “belle storie di RnR” che riguardano l’origine di alcune melodie intramontabili, nate proprio nel cuore del buio. Potremmo inserire queste canzoni in una playlist speciale, la nostra “dark playlist”. Spesso si tratta di brani intrisi malinconia, alle volte sono carichi di ribellione. Molte leggende del rock hanno raccontato di aver composto le loro opere migliori durante le ore piccole, tra solitudine e riflessione, alle volte sulle soglie del sonno e dei sogni.
La prima perla che mi viene in mente è dei Beatles: Let It Be.

Paul McCartney fa un sogno: incontra sua madre Mary, morta quando lui aveva solo 14 anni, nel 1956. Quella notte, nel sogno, Mary dice a Paul di non avere paura, di non farsi mangiare dalle angosce ma di “lasciar correre”, tutto si sarebbe aggiustato.
“When I find myself in times of trouble
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be.
And in my hour of darkness
She is standing right in front of me
Speaking words of wisdom, let it be”
In quel momento storico i Beatles sono in piena crisi. Paul voleva poter salire sui palchi, fare concerti, George Harrison non era della stessa idea, John Lennon era troppo preso dalla sua storia d’amore con Yoko, Ringo forse era quello più equilibrato. La canzone arriva tra questi incastri delicati. Siamo nel 1970 e purtroppo la storia ci dice che, da lì a poco, i 5 ragazzi di Liverpool avrebbero preso strade diverse.
Ma fatemi partire dai due esempi più celebri. Dopo i Beatles, non posso non raccontarvi dei Rolling Stones.

I can’t get no satisfaction, brano arcinoto e potentissimo delle pietre rotolanti del rock. Keith Richards ha soli 21 anni, siamo nel 1965, ce lo racconta direttamente lui nella sua autobiografia.
“Andai a dormire come al solito con la mia chitarra e, la mattina dopo, vedo che il nastro è completamente riavvolto fino alla fine. Penso: “Non ho registrato niente, forse ho premuto un pulsante mentre dormivo”. Così riavvolgo e premo play. E lì, in una sorta di versione spettrale, ci sono le note iniziali di Satisfaction. Era già un’intera strofa. E subito dopo, ci sono 40 minuti di me che russo. Ma la canzone era lì, nel suo stato embrionale… l’avevo letteralmente sognata”.
Con questo pezzo gli Stones riescono a centrare per la prima volta il primo posto nella classifica dei singoli USA e scrivono il loro primo vero inno del rock, intramontabile.
Dai suoi ricordi notturni un altro grande artista ha tirato fuori una canzone splendida, dolce e angosciante allo stesso tempo: Lullaby dei Cure, nata dalle sensazioni e dai ricordi di Robert Smith di quando bambino andava a dormire e suo padre gli cantava inquietanti ninnananne. Lullaby è forse una delle canzoni più famose dei Cure ed è un brano estremamente autobiografico: Alex Smith, il padre di Robert, quando lo accompagnava al caldo del suo lettino, aveva l’abitudine di cantare una ninnananna con l’intento di tranquillizzare suo figlio.
Peccato che la scelta delle parole non fosse delle più adatte, con frasi come “dormi che forse domani non ti sveglierai più”. A questo ricordo inquietante, Robert Smith aggiunge la sua fobia per i ragni – il famoso Spider Man citato nella canzone – e una serie di turbe e paranoie che rendono Lullaby un agrodolce incubo notturno in grado di raccontare anche le profonde paure e crisi che il cantante dei Cure ha vissuto in relazione alle sue tossicodipendenze. Paure raccontate bene persino nello storico videoclip del brano (correte a rivederlo, se non lo ricordate!).
“Be still be calm be quiet now my precious boy
Don’t struggle like that or I will only love you more
For it’s much too late to get away or turn on the light
The spiderman is having you for dinner tonight“

L’elenco è sconfinato così come sono tantissime le canzoni del mondo del rock che vogliono celebrare la notte: After Midnight di Eric Clapton, Because the night di Patti Smith o Full Moon and Empty Arms, un classico rifatto anche da Bob Dylan. La notte, con le sue ombre e i suoi silenzi, continua a essere una fonte inesauribile d’ispirazione per generazioni di artisti.
Esiste una canzone notturna che ha segnato un momento particolare della vostra vita Mentre scrivo, sono le 23 di un giovedì sera. Ho deciso di lasciarmi avvolgere da un album che per me raccoglie appieno tutte queste sensazioni che ho cercato di raccontarvi. È l’ultimo capolavoro del Duca Bianco, il suo testamento musicale: Blackstar di David Bowie.
Metaforicamente, la Stella Nera di Bowie racconta la notte più buia di tutte, il suo saluto alla vita terrena.

Questo album verrà pubblicato l’8 gennaio, giorno del suo compleanno. Bowie, qualche tempo prima dell’uscita del disco, dirà al suo amico e produttore di sempre Tony Visconti che per questo lavoro ha in mente “la miglior mossa di marketing possibile”.
E così, due giorni esatti dopo, il 10 gennaio del 2016 su tutti i giornali, i social e le testate uscirà la notizia “David Bowie è morto”. Un uomo che ha saputo rendere arte persino la sua uscita di scena.
Che si tratti di un lampo di genio nel cuore della notte o di un’esperienza vissuta sotto il cielo stellato, il rock e la notte saranno sempre un connubio perfetto.
Un matrimonio dolcissimo tra ribellione e silenzio.
Goodnight, amici.























