Entro nel tendone a strisce bianche e rosse di Wheelz con la testa ancora compressa da immagini vivide e stupore, intontito non dai soliti eccessi ma da stati d’animo eterei e decisamente distanti dalla realtà quotidiana. Sì, esatto… è la classica sindrome da “sono appena tornato”, come recitava un vecchio spot (abbastanza trash) di una nota compagnia di crociere. Con il jet lag non del tutto smaltito, mi porto appresso tante storie ricche di infiniti dettagli, alcune da riordinare, altre da custodire intimamente e altre che non so se riuscirò mai a comprendere pienamente. È così… questo è l’inevitabile lascito di un viaggio in Giappone, soprattutto se vissuto in sella, chilometro dopo chilometro, nei suoi meandri e con la mente disposta ad interrogarsi più che a trovare certezze. Ma di questo tour in moto ne riparleremo, sicuramente su queste pagine, quando sarò più lucido.
Per il momento mi siedo qui in un angolino, all’ombra delle luci del circo, e se volete potete accomodarvi qui intorno per ascoltare qualcosa di curioso che arriva dalla terra del Sol Levante.

Perché dico curioso? Calma, non aspettatevi di certo che mi metta qui a snocciolare i banali cliché su cui spesso si cade quando si parla di Nihon. Certe bassezze figlie del nostro egocentrismo culturale (occidentale) non hanno vita facile da queste parti.
La curiosità qui ha ben altre radici e un contesto preciso che mi ha colpito particolarmente e su cui voglio porre attenzione. Sto parlando dell’amore e della passione per il campeggio del popolo giapponese, che ho potuto toccare con mano lungo il mio recente pellegrinaggio. Un’altra “sberla” filosofica/culturale che ho preso in faccia (una delle tante) nel constatare la distanza siderale che ci divide e che stimola domande e riflessioni travolgenti, placate solo da un dissetante highball.
Viviamo in tempi in cui il turismo outdoor è divenuto trainante, tra passione sportiva, voglia di avventura e un bisogno disperato di fare pace con la natura, di rallentare, di ridefinire i propri spazi vitali. Van-life, open-air, camping, glamping e chi più ne ha, più ne metta. Un vortice di parole che cercano di etichettare il desiderio di tornare (anche per poco) in risonanza con la natura. Un qualcosa dipinto con toni a tratti epici, a tratti mistici, tra esperienze esotiche e avventurose, scelte di vita da sognatori… ed esperienze lussuose e ricercate. Ecco qua.
Ancora una volta ce la stiamo facendo. Si prende un qualcosa di estremamente semplice e primordiale, lo si colora con una sana passata di esclusività e toni inspirational ed ecco servita l’ennesima esperienza “per pochi”, venduta come un bene di lusso e vissuta da protagonisti che pensano di essere novelli Lewis e Clark quando invece somigliano più ad uno sbiadito Conrad in “Cuore di tenebra”.
Com’è possibile che nella western culture tutto venga assurdamente ribaltato, trasformando una notte in tenda nel verde in qualcosa di complicato, artefatto, da pagare profumatamente e da sbandierare con tanto di sticker “ready for a new adventure”?
Eppure la nostra quotidianità non è apparentemente distante da quella del popolo giapponese: anche loro sono tanti (anzi, tantissimi), vivono spesso in città sovraffollate e conducono vite lavorative stressanti (molto stressanti). Eppure il bisogno di spazio, natura e silenzio si manifesta in modi diametralmente opposti, più essenziali e autentici. E i camping, così come l’organizzazione degli spazi all’aria aperta, ne sono diretta conseguenza e dimostrazione.
Ora però servono un po’ di fatti a questa storia.
Quest’ultimo viaggio mi ha condotto anche alle pendici del monte simbolo del Giappone, il Fuji, il quale si erge maestoso e imponente, circondato da altipiani, laghi, qualche cittadina e in generale un contesto naturale di invidiabile bellezza. Lo scopo ovviamente non era solo quello di “vedere” il monte, quanto quello di esplorarne i versanti, apprezzandone le diversità ambientali, cogliendo le particolarità e soprattutto cercando di assaporarne le atmosfere.

Se a nord lo scenario è dominato dai cinque grandi laghi del Fuji (chiamati Fujigoko) e da alcune cittadine tra cui spicca Kawaguchi-ko, a est si trovano le verdi foreste e i rilievi di Hakone; se a sud si aprono le strade panoramiche della penisola di Izu, a ovest è l’altopiano di Asagiri a prendersi la scena, tra pascoli, vegetazione rigogliosa e campi da golf. Il Fuji non va sottovalutato: abituati come siamo agli scenari alpini può sembrare un monte sì scenografico ma non indimenticabile. E invece quando ti trovi al suo cospetto ad ammirarne la forma conica e slanciata che gioca a nascondersi dietro fitte coltri di nubi, te ne innamori. Raramente ho provato tanta emozione e riverenza di fronte ad una montagna. Ed esplorando in lungo e in largo il territorio circostante ti ritrovi a cercare continuamente una vista, uno scorcio. Ogni volta che la sua inconfondibile cima compare dietro un qualunque ostacolo si rimane stupefatti tanto da sorprendersi. Vi lascio quindi immaginare il rapporto viscerale che i giapponesi hanno nei confronti del Fuji. Un amore incondizionato, che ha radici filosofiche e religiose, e che si compie primariamente attraverso la semplice contemplazione. Non è quindi un caso che tutta l’area circostante sia ricca di campeggi, forse più che di strutture alberghiere. Perché è proprio in quel tipo di contesto che l’ammirazione si eleva ad adorazione. Ecco perché ho scelto di pernottare qualche notte in uno di questi camping, così da toccare con mano questa travolgente empatia e lasciarmi rapire da questa montagna sacra.
L’impatto con il camping in salsa giapponese ha ribaltato tutto. Ti aspetti che uno scenario tale, meta di importanti flussi turistici, riservi strutture di livello, finemente organizzate, dove l’esperienza con la natura e il Fuji venga valorizzata principalmente con servizi premium. Niente di tutto questo. Al netto di qualche glamping nato nell’area attorno al lago Kawaguchi, il resto delle strutture sono camping ground, letteralmente degli spiazzi più o meno ampi dove poter montare la propria tenda, mediamente molto economici e dotati di servizi essenziali. Nei casi più fortunati potete trovare bagni pubblici con le onsen (le vasche termali), qualche alloggio in cabin e cottage o uno shop interno che serve qualche piatto caldo.
E qui c’è già un primo corto circuito. Perché per noi l’esperienza wild è oramai esclusiva e si paga oppure… diamine dateci i servizi! E dove sono le piazzole segnate? E la corrente? 絶対にだめ (si legge zettai ni dame)… assolutamente no.
Osservo oramai stranito come qui si venga a campeggiare primariamente in auto, moto o favolose kei car (le piccole auto giapponesi) degnamente equipaggiate. Non è raro incrociare campeggiatori che dormono direttamente sulla propria auto. E non parlo di van camperizzati o simili. Parlo di auto con sedili ben reclinabili, e basta. Camper e roulotte sono decisamente rari.

Si paga l’accesso e ci si va a sistemare ordinatamente. Non c’è bisogno di nessuno che delimiti spazi o garantisca l’ordine: è scontato. Poi si passa all’attrezzatura e anche qui vengo shakerato ben bene dalle distanze culturali. Per noi vivere un contesto wild è divenuto un atto di francescana ispirazione… sembra serva un atto di rinuncia, spogliandosi di ogni cosa pena la mancanza di autenticità dell’esperienza. Qui non è così. Si può entrare in contatto con la natura anche ben attrezzati. MOLTO ben attrezzati. Basta farsi un giro in una delle tante catene dedicate (tipo Wild-1) per rendersi conto di quali e quanti meravigliosi accessori si possano trovare.
Postazioni ingegnose dunque, dove poter trascorrere il tempo in maniera essenziale ma confortevole. La base è rappresentata da una sedia/poltrona comoda, dal fornelletto per cucinarsi qualcosa e dall’immancabile braciere, fonte di gioia e calore. Già perché qui si campeggia sempre, in ogni momento dell’anno. Perché per vedere il Fuji è SEMPRE il momento giusto.
Quando scende la sera si accendono le piccole luci e il bagliore dei falò crea un’atmosfera semplicemente unica. Al crepitio delle fiamme si unisce il suono composto delle chiacchiere e delle risate, dei pasti consumati in serena solitudine o condivisi tra coppie e amici. Le stelle si prendono la scena punteggiando infinite volte il cielo mentre seduti sulla propria seggiola, ben protetti da un’ampia coperta, si sorseggia qualcosa di caldo. Abituati al buio, gli occhi scorgono chiaramente la sagoma del Fuji, confortante e benevolente. Difficile voltare le spalle a tutto questo ma meglio riposare, perché l’appuntamento imperdibile richiederà una sveglia anticipata.
Se la mattina sarà benedetta dal meteo, allora non resta altro che prendersi un caffè caldo agli onnipresenti distributori e silenziosamente sedersi per godere dello spettacolo. Non importa a che ora albeggi: saranno tutti fuori dalle loro tende, pronti a vivere quel momento contemplativo e a farlo proprio. Niente esperienza glorificata mordi e fuggi. Il mattino successivo li troverete ancora lì, al sorgere del sole, come se fosse l’ennesima, meravigliosa prima volta.

Mi ritrovo ancora una volta senza più alcuna certezza. L’autenticità dell’esperienza outdoor quindi nasce da noi? È il nostro approccio equilibrato, empatico ed essenziale a innescare la magia. Il resto è un di più. Sicuramente bello e accomodante (chi non vorrebbe passare qualche notte in una struttura sontuosa immersa nel verde?) ma non c’entra nulla con il nostro bisogno di natura e di un intimo ritrovarsi in essa. I giapponesi questo lo sanno. Lo sanno vivere e lo sanno anche garantire a tutti, senza la necessità di renderlo esclusivo. 3.000 Yen/notte per due persone e una moto (tanto per citare il prezzo di uno dei camping ground più conosciuti attorno al Fuji)… 18 euro scarsi per svegliarsi al mattino e accomodarsi in prima fila per veder sorgere il sole alle spalle del monte. Un paradosso che illustra una filosofia che parte molto più in profondità e di cui questo volgare conto economico non è che la punta dell’iceberg.

Il circo sta per chiudere anche stasera e, nel mio ombroso angolino, ripenso alle onsen del campeggio dove cuocevo tossine e pensieri in perfetta armonia con il creato. Il tradizionale latte in bottiglia che si usa bere dopo il bagno caldo aveva davvero un sapore buonissimo.
SUGGESTIONI INTORNO AL FUJI
Il Fuji va vissuto ed esplorato. Fare qualche scatto veloce dai suoi spot più famosi è un insulto alla sacralità del monte. Il territorio è vasto e il consiglio è sempre quello di ritagliarsi un itinerario affine ai propri interessi e soprattutto alla propria emotività. Di seguito qualche spunto ispirato al mio viaggio.
L’area del Fuji si raggiunge in un paio d’ore da Tokyo. La rete di mezzi pubblici è innegabilmente efficace e ramificata ma avere un mezzo proprio significa libertà totale. La moto, inutile dirlo, è l’apice esperienziale. La si noleggia da Rental819 (rental819.com), il principale franchise giapponese di noleggio moto, con oltre cento sedi in tutto il Paese e un parco moto complessivo di più di tremila mezzi. I prezzi sono assolutamente accettabili e si può stare intorno alle 100 euro al giorno (anche per una media-alta cilindrata).
Tra la moltitudine di campeggi, invece, ho scelto il Kouan Camping Ground (kouan-motosuko.com/en/camp/), situato sulle sponde del lago Motosu, uno dei cinque laghi del Fuji. Oltre allo spazio per le tende dispone anche di cabin e di una guest house con alcune camere tradizionali giapponesi, le onsen e un piccolo shop.
L’esplorazione non può prescindere dalla visita dei cinque laghi, ognuno con la sua particolarità e una vista sorprendente sul monte. Il lago Motosu offre acque placide e cristalline, perfette per un’uscita in kayak. Il lago Shoji, il più piccolo, è quello con la vista più maestosa. Inoltre confina con la foresta di Aokigahara, dove la vegetazione fitta è cresciuta su un tappeto di roccia lavica. Il lago Saiko è circondato da chilometri di sentieri escursionistici e nei suoi dintorni si trovano il villaggio museo di Iyashi no Sato, la magica grotta del ghiaccio di Narusawa e quella del vento di Fugaku. Il lago Kawaguchi è il più famoso e turisticamente frequentato.
Il famoso spot fotografico con la pagoda è poco distante da lì (Arakurayama Sengen Park) ma io consiglio di non perdere il tempio Asama, antico e immerso tra alberi millenari. Da lì si risale la collina per raggiungere il torii nel cielo: il portale rosso dietro al quale si staglia il monte. L’ultimo lago è lo Yamanakako, vicino al quale si trova il villaggio di Oshino Hakkai, fatto di abitazioni storiche circondate da piccoli stagni le cui acque provengono dalle nevi del Fuji.
Sul versante occidentale non può mancare una passeggiata tra la vegetazione dell’altopiano Asagiri e la visita al piccolo lago Tanuki, dove si può noleggiare la bici e percorrerne il perimetro. Poco più a sud le cascate Shiraito, anch’esse alimentate dalle nevi del Fuji regalano un ultimo, grande sussulto.














