Can’t get enough of that funky stuff *: dopo cinquant’anni, non si può fare a meno del funk. Quello a ruote è diverso, dinamico, divertente. La visione del sano, sudato quattroquarti nero come il peccato ha il potere di alterare la realtà. Cambia l’umore dietro qualsiasi parabrezza, permea gli interni, appiccica la pelle ai sedili. Le dita tambureggiano sul volante, i piedi si muovono nervosamente tra i pedali, i fianchi ondeggiano impercettibilmente, mentre Low Rider ** fa vibrare i vetri e andare su di giri al minuto.

Il funk è una storia parallela dell’auto e della motocicletta fin da quando la musica afroamericana uscì dai ghetti per sballare la modulazione di frequenza.

Chiedere a Sam Phillips, il produttore che prima di scoprire Elvis registrò “Rocket 88”, universalmente considerato il primo pezzo rock’n’roll. Lo scrisse il geniale chitarrista Ike Turner nel 1951, quindi molto tempo prima di gonfiare di botte la moglie Tina. Il sound era rhythm’n’blues un po’ più veloce e marcato, ma la differenza è sottile come un microsolco. Incisa dal cugino Jackie Brenston per la Chess Records, il 45 giri schizzò in testa alla classifica con la rapidità della Oldsmobile che gli dà il titolo.

Ai tempi, la Rocket 88 era il modello di serie più veloce sulle strade d’America e sugli ovali della NASCAR, con il suo V8 da 135 cv.  Avanti di due generazioni nell’anticipare l’ignoranza delle muscle car, nonostante le forme da coupe pachidermica. “Rocket 88” è il prototipo di tutto l’automotive sound.

Storia narra che Turner e Brenston rubarono l’idea a un altro R&B ispirato all’auto, “Cadillac Boogie” di Jimmy Liggins. E che il giorno prima di inciderla nei Sun Studios di Memphis, Ike Turner fu arrestato per aver frantumato tre volte i limiti di velocità sulla Highway 61. Per la General Motors fu comunque una manna, tanto che Brenston ricevette in regalo una Oldsmobile Rocket 88 per la pubblicità.

Il funk ha invaso le strade sull’onda evolutiva delle autoradio. Nel 1956 la Chrysler aveva presentato il sistema “Highway Hi-Fi”, che oltre alla radio AM vantava un mangiadischi per 45 giri. Fu imitata nel ’60 dalla RCA sulle Plymouth e le DeSoto. Sempre nel ’56 venne messo a punto il sistema a nastro magnetico che, una decina di anni dopo, sarà commercializzato come Stereo 8.

Nel ’58 arrivò la Motrac, la prima autoradio a onde medie a transistor della Motorola. Sei anni dopo, i giappo della Panasonic aggiunsero la banda FM e nel ’67 presentarono il primo sistema stereo, prima di fare il botto nel 1970 con il mangiacassette compatto.

Resterà uno standard fino al 1992, quando sarà surclassato dal lettore CD da auto, sempre Panasonic. Quando nel 2001 e 2004 arrivarono l’iPod e la radio digitale, il funk era già revival.

È interessante notare come le radio locali (ricordate “American Graffiti”?) furono il megafono per il sound of young America della Tamla Motown di Detroit, concepito e standardizzato secondo il principio della catena di montaggio.

Il fondatore, l’afroamericano Berry Gordy, era stato operaio alla Lincoln-Mercury. Memore dell’automatismo automobilistico, ogni mese sfornava successi neri per il pubblico bianco con lo stesso metodo industriale. Non appena raggiungeva la top ten, ognuno dei suoi artisti apriva la porta a vetri della concessionaria Cadillac, per celebrare lo status del successo personale. Presto, il parcheggio di fronte alla casetta Motown sul West Grand Boulevard diventò l’equivalente cromato di una galleria dei dischi d’oro.

All’alba dei Settanta, gli stereo delle muscle car pompavano di benzina l’incendio funk, innescato da James Brown e diffuso a macchia d’olio nei ghetti in fiamme da una costa all’altra degli States. I piaceri della carne erano celebrati senza tante allusioni, allo stesso modo delle miglia orarie e dei lussuriosi interni in pelle e pelo lungo, intrisi di afrore.

Più grosse erano le macchine sulle copertine dei dischi, meglio vendevano. Altro che Janis Joplin e oh Lord / won’t you buy me / a Mercedes Benz: se ne volevano una, la rubavano. Nella lingua del funk, la macchina strafiga era definita da shit, mint, fresh, mean, tight, bitchin’, sick, dope, sweet, phat and swanging – insomma, ci siamo capiti.

Le enormi berline di Detroit erano i transatlantici che solcavano l’asfalto del ghetto a velocità da crociera, sospinte da cotonature afro impressionanti. E dove poteva essere ambientata la versione funky del film musicale “Grease”, se non in un “Car Wash” di Harlem?

Qualche anno fa, nello Stax Museum di Memphis non potevo credere ai miei occhi, abbagliati dalla Cadillac Eldorado di Isaac Hayes (quello di “Shaft”). Il muso, le coppe dei cerchi, i profili e numerosi altri dettagli di carrozzeria e interni erano placcati in vero oro 24 carati, più della dentiera di un rapper. La pubblicai su Instagram. Poche ore dopo ricevetti un like ultraterreno dalla pagina ufficiale di Hayes. Lui era morto dieci anni prima: se non è Soul Power questo… ***

La Sugarhill Gang non ha aspettato la terza strofa di “Rappers delight” per glorificare la Lincoln Cadillac, nei 15 minuti su vinile che avrebbero generato l’hip hop. Leggenda vuole che l’ipnotico giro di basso fosse stato ispirato dal cruising a bordo di una Oldsmobile 98. La stessa auto che i Public Enemy rapparono giù duri nel loro primo singolo del 1987 – e il resto è storia.

Il funk ha viaggiato al volante di V8 sempre più esagerati, performanti, lussuosi, pumpin’ up the volume ogni volta di più. La trasmissione “Pimp My Ride” su MTV è stata la vetrina più folle e spendacciona delle superstar del ghetto. Nessun eccesso era di troppo sulle kustom kar ostentate da rapper e produttori.

Il numero uno? Snoop Dogg, che specchiava il suo rhymin’ fattissimo nello stile delle fuoriserie costruite su misura dallo specialista losangelino Bigg Slice. La Lincoln Continental “Huggy Bear”, la Pontiac Parisienne “Lakermobile”, le varie Snoop DeVille: andate a googolarvele, sono Stoned out of Mind. ****

E le moto? Pochi sanno che le più famose di tutti i tempi, i chopper Captain America e Billy’s Bike di “Easy Rider”, sono figlie dello stile funky dei ghetti. Già dall’inizio dei Sessanta, i meccanici neri avevano iniziato a superare le forme del bobber esasperandole al parossismo.

Forcelle lunghe come il Golden Gate, serbatoi a nocciolina, selle accoglienti come tanga. Peter Fonda, che era biker vero, affidò le Hydra Glide rimediate a un’asta della polizia a Cliff “Soney” Vaughs e Ben Hardy, che lavoravano fra South Central e Watts con la collaborazione del meccanico (bianco) Larry Marcus.

Per ragioni di convenienza, i tre rimasero esclusi dai titoli di coda e la verità sulle motociclette del film emerse solo trent’anni più tardi. Per l’imbarazzo dei redneck razzisti, cresciuti nel mito di quei chopper. Make it funky! ***

 

 

 

*        Kool and the Gang

**      War

***    James Brown

****  The Chi-Lites