Certe giornate autunnali finiscono per essere il set perfetto per iperboliche riflessioni, perso nell’abbraccio del divano, con gli occhi invasi dal grigio monocromatico del cielo. La mente si spinge tra gli attimi dipinti dei viaggi passati e i bozzetti sognanti di quelli che verranno. Un turbinio di luoghi, paesaggi, persone, energie positive e rigeneranti. Provando ad andare nelle profondità di questo quadretto idilliaco, sorge spontaneo tentare di comprendere la natura, l’impatto e forse il senso stesso dei posti che ci si spinge a scoprire.
Vi sono destinazioni meravigliose, città e borghi mossi dalle più disparate anime, esperienze turistiche di ogni genere da vivere intensamente da soli o in compagnia. Esistono luoghi che cambiano la percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo e altri perfetti per splendide fotografie, ma incapaci di scavare oltre l’epidermide. A volte certe mete deludono perché ne abbiamo ereditato da altri la fama o magari sorprendono, raccontandoci qualcosa di inaspettato.

E poi ci sono i luoghi cult. Quelli a cui ci si lega visceralmente, a volte senza riuscire pienamente a comprenderli. Capaci di un magnetico potere attrattivo, di un’aura di miticità e misticità. Non parliamo di bellezza e men che meno di notorietà. Una meta si definisce cult non perché soddisfa un bisogno, ma perché alimenta un desiderio. Siamo su un piano completamente differente rispetto ad altri luoghi che amiamo o vogliamo visitare. E soprattutto, stiamo parlando di qualcosa di estremamente soggettivo. In sintesi, i viaggi cult non esistono in senso lato. Possono esserlo per me, per te, per altri. Non per tutti.
E non tiratemi fuori grandi classici tipo Route 66, Capo Nord e simili… Quello è cult prestato al marketing. Non giudico il viaggio in sé, ma se non siete veramente “sintonizzati” sulle frequenze giuste, al vostro ritorno non vi resterà niente di più che un ego gonfiato da mostrare al prossimo apericena. Arrivati a questo punto la mente si spinge verso l’ovvio: “Quale luogo dunque ha le carte in regola per diventare un MIO cult? E perché?”.
Di solito esiterei di fronte a un tale interrogativo, ma questa volta sento di avere le idee chiare. Niente viaggi esotici né Paesi remoti. Basta dirigersi verso l’estremità nord-orientale dello Stivale, nel Friuli, lungo la linea di confine che divide la provincia di Gorizia dalla Slovenia. Ecco, mi basta già metterlo a fuoco sulla cartina che il respiro si fa più calmo e profondo.
È un territorio eterogeneo, completo, che dai dolci pendii del Collio scende verso la piana solcata dall’Isonzo, fino a raggiungere il mare. Risalendone le alture il colpo d’occhio si apre sempre ampio, profondo, permettendone una vista d’insieme mai disorientante. All’ombra delle attraenti località della costa friulana, come Lignano, Grado e la sua laguna, e la meravigliosa Trieste, qui si sente già profumo di underdog.
Nel fascino discreto dei suoi borghi, colorati dalle molteplici sfumature di questa terra di confine, si sente chiaro il richiamo stimolante della curiosità. E quando la porta della conoscenza inizia a schiudersi, si viene inondati da un’intensità travolgente.
Si percepisce il peso specifico di una storia a tratti affascinante, a tratti caotica e articolata, a tratti terribilmente drammatica. Ma arriva netta anche la vibrazione scaturita dalle spinte propulsive che ridisegnano le località, l’accoglienza, lo sguardo verso il futuro. Silenziosamente, a questo punto si è già conquistati.

Porta d’accesso ai morbidi rilievi del Collio, Cormons è la pittoresca località che apre le danze, circondata da distese di vigneti, con il centro storico dal sapore liberty e dalle chiare riminiscenze del periodo austro-ungarico.
Sacro e profano si uniscono, passando dalle linee neoclassiche del suo Duomo alle atmosfere accoglienti dell’Enoteca Regionale, tempio dei sapori locali e dei celebri vini di questo territorio. Una zona baciata da un microclima favorevole e dalla fortuna di sedersi su quel che i friulani chiamano ponca, un mix di marna e arenaria, capace di conferire ai vini mineralità e gioiosa complessità.
Serve necessariamente andare in cantina, non solo per toccare con mano la straordinaria qualità dei prodotti, ma anche per assorbire i tratti unici delle realtà che quel vino lo hanno “costruito” con passione e impegno.

Appena fuori Cormons si sale a Ronco Dei Tassi, azienda fondata nel 1989 dalla famiglia Coser, capace di imporsi come una delle eccellenze del Collio Goriziano. È un piacere ascoltare Enrico (che insieme al fratello Matteo gestisce oggi l’attività) raccontare dei suoi vini, mentre si passeggia tra gli spazi di lavoro e i meravigliosi sentieri tra le vigne.
Ci sono tradizione, carattere e anche una chiara visione di come far crescere non solo la propria azienda, ma il territorio intero. I suoi bianchi sono poesia, tra la pluripremiata Malvasia (Tre Bicchieri Gambero Rosso) e il Fosarin, straordinario Collio Bianco a base di Friulano, Malvasia, Pinot Bianco, anch’esso premiato con i Tre Bicchieri.
E poi c’è la nuova Collezione di Famiglia, punta di diamante della produzione, dove le migliori annate di Malvasia e Pinot Bianco finiscono in bottiglie impreziosite da etichette disegnate dai figli dei due fratelli. In questa storia c’è già tanto.
Il medesimo blend tra territorio, tradizione e visione lo si ritrova nella storia di Marco Simonit e Pierpaolo Sirch, friulani DOC, capaci di mettere a punto un’innovativa tecnica di potatura della vite che ne preserva la salute ed è in grado di debellarne particolari patologie. Conosciuti entrambi come Vine Master Pruners, sono delle autentiche celebrità del settore e insieme alla loro équipe di tecnici, sono consulenti di oltre 150 fra le principali aziende vinicole del mondo.
Hanno inoltre fondato la Scuola Italiana di Potatura della Vite, con oltre quindici sedi in tutta Italia, una delle quali proprio nel delizioso borgo di Capriva del Friuli, altra gemma ai piedi del Collio. I corsi si tengono nel complesso della Academia Vine Lodge, che include un confortevole agriturismo tre stelle e la Vinaeria, storico locale del paese riportato a nuova vita con un’accurata ristrutturazione e sede di interessanti eventi culturali che spaziano dal vino alla musica.
L’ambiente collinare ha rapito il mio sguardo e c’è qualcosa in più della pura bellezza. C’è un contesto plasmato dall’uomo in perfetto equilibrio con la natura, dove crescita e profitto non prevaricano mai l’autenticità del territorio. Princìpi questi condivisi anche al di là del vicino confine italo-sloveno, un tempo limes invalicabile e oggi linea immaginaria che attraversa campi e coltivazioni. So di dovermici immergere e so anche che a questo punto serve una bici. Nel centro di Cormons, Cicli Mian offre noleggio di city e mountain bike, servizio di consegna in strutture ricettive e consigli su itinerari di ogni genere.
Ecco… gli itinerari… ma questo posto è una specie di paradiso! Ciclabili, strade bianche, sentieri tra ulivi, vigne e antichi nuclei di cascine e aziende agricole. Si seguono indicazioni e a tratti l’istinto, buttandosi lungo qualche dorsale o magari seguendo il corso dei filari. Salite improvvise e discese accompagnate dal vento.
Dal Sentiero delle Vigne Alte si taglia la palude del Preval per poi perdersi lungo qualche traccia sterrata e trovare improvvisamente i cartelli in sloveno. Ecco che il Collio diventa Brda, e al netto di una sana competizione, anche qui si respira la stessa aria fatta di tradizione e impegno, che si riversa in vini e oli dalle qualità eccellenti.
Il tour si fa inebriante mentre si risalgono i borghi fino a Šmartno (San Martino), un autentico balcone dalla scenografia avvolgente. Dalle Alpi Giulie alle proprie spalle la vista giunge quasi al mare. Il centro storico è speciale per atmosfere ed elegante semplicità. Continuando verso Gonjače (Gugnazze) si imbocca la salita verso il Parco della Pace del Monte Sabotino.

Serve un filo di gamba per passare dai trecento ai seicento metri di quota, ma quel che conta è che qui si apre un altro capitolo. Si entra nella storia della Grande Guerra e in alcuni dei luoghi simbolo che hanno caratterizzato il conflitto su questo fronte. Non si tratta di semplici “visite culturali” e non vanno vissute come tali. Si tratta del substrato di un passato che ha stravolto il territorio, ne ha lasciato segni indelebili ed è stato concime di tutto ciò che è avvenuto qui dopo, a livello geopolitico, umano e sociale.
Ignorare questi luoghi significa semplicemente privarsi della possibilità di capire. Il Monte Sabotino è stato uno dei tanti teatri di guerra di questa zona e la sua posizione, aperta da una parte sulla piana di Gorizia e dall’altra sulla valle dell’Isonzo sloveno, ne spiega facilmente il motivo. La passeggiata si inerpica tra resti di trincee fino alla cima, dove lungo la cresta corre oggi il confine.
Anche qui la vista non lascia scampo ed è facile riconoscere altri luoghi imperdibili da visitare, come il monumentale Sacrario di Oslavia, il Monte Calvario e più in lontananza il Monte San Michele. Quest’ultimo in particolare ospita una curata esposizione, il Museo di San Michele, che include molteplici contenuti multimediali e un’esperienza in realtà virtuale particolarmente suggestiva.

Al San Michele, inoltre, nello spiazzo sovrastante il museo, si cammina verso la piattaforma panoramica dove i celebri versi della poesia “Soldati” di Ungaretti sono incisi sulla ringhiera. L’eco di quelle parole fa ancora oggi un rumore assordante. Non è solo memoria storica, ma il racconto di un luogo dove confini, popoli, minoranze e idiomi si sono spostati nel corso del tempo e dove ciò che per lunghi anni è sembrato un baratro incolmabile, alla fine è stato superato con solidi ponti.
Ponti come quello che conduce nel cuore di Gorizia, il cosiddetto Ponte di Piuma. La cittadina attrae per le sue molteplici sfumature: dal passato medievale, testimoniato dal castello e dal borgo circostante, fino alle architetture ottocentesche dal tipico tratto austro-ungarico.
Ma ancora una volta è la storia con la S maiuscola ad intervenire. Alla fine del Secondo conflitto mondiale la città viene spezzata da un confine che origina la gemella jugoslava Nova Gorica. Un muro, non meno insensato e crudele di quello che divideva Berlino, caduto solo nel 2004, con l’ingresso della Slovenia in Europa.
La piazza antistante la Stazione Transalpina è il luogo simbolo di quella divisione, oggi ricordata da precisi segni nella pavimentazione. Muri per anni insormontabili, spazzati via in nome di un futuro di condivisione e collaborazione transnazionale. Più che una porta verso l’est, questa città è un corridoio, dove idee e influenze non sono più frenate da confini ideologici e geografici ma scorrono liberi in entrambe le direzioni.
La nomina a Capitale Europea della Cultura che investirà nel 2025 i due centri, Gorizia e Nuova Gorica (circostanza unica nella storia) è il segno di un percorso che prosegue interrogandosi sul concetto stesso di confine e sul suo superamento. Sarà inaugurato il nuovo distretto ECOC, uno spazio urbano e sociale a cavallo del confine, condiviso dagli abitanti di entrambe le città. E per tutto l’anno, attraverso lo slogan “Go! Borderless”, si svilupperanno molteplici iniziative, eventi e progetti artistici (il calendario è visibile sul sito ufficiale QUI).

Stordito da così tanta sostanza racchiusa in molteplici forme, non resta che sfamarsi (letteralmente) andando a cogliere l’essenza unica dell’offerta gastronomica di quest’angolo di Friuli. Si torna dove tutto è cominciato, a Cormons, dove nell’omonima frazione si sviluppa Subida Sirk, una tenuta che offre ospitalità, attività, prodotti e ristorazione. E che ristorazione!
Ai sapori genuini dell’Osteria si affianca la grandiosa esperienza culinaria offerta dal Ristorante Al Cacciatore. Insignito di una stella dalla Guida Michelin, la proposta dello chef Alessandro Gavagna si muove tra la materia prima del territorio e la stagionalità, impreziosendo i piatti con tecnica e lavorazione sopraffina. Il risultato è un autentico viaggio esperienziale tra i sapori autoctoni, dove appare chiaro come le molteplici contaminazioni, invece di dissolverne l’identità, abbiano contribuito a definirla in modo ancor più marcato.
E quindi? Tutta la sostanza fin qui raccontata esalta una destinazione di grande interesse… ma perché cult? Perché io l’ho sentito quel magnetismo inspiegabile, di quei luoghi che hanno rischiato di venir divorati dagli eventi e che invece, proprio da quel caos, sono rinati mutando profondamente forma senza alterare la sostanza.
Quell’aura che affascina a prescindere, che crea un legame con il nostro io profondo, ingrandendosi e attirando a sé altre persone in risonanza. Probabilmente non comprenderò mai quei luoghi fino in fondo, ma continuerò a tornarci, mosso da un desiderio vivo e ardente.





























