Signore e signori, siate i benvenuti in questo meraviglioso e scintillante periodo di festività, spalmato di gioia, grandi scambi di abbracci e dosi massicce di calorie mal gestite.

In parte anestetizzato e in parte assuefatto, guardo con distacco e un po’ di caustica rassegnazione al teatrino sociopatico che ogni anno mette in scena una rappresentazione degna di molteplici riconoscimenti internazionali. Ma vi blocco subito prima che il mouse vi porti verso altre destinazioni: non state per assistere a nessun sfogo da patetico social-grinch né, men che meno, alla solita filippica contro l’ipocrisia delle feste, il consumismo, il perbenismo, i cliché da finto alterna-borghese in maglione natalizio. Per quanto possa sembrare contraddittorio, sono convinto nell’accettare tutto questo. Nell’accoglierlo con comprensione e la giusta dose di compassione. Va bene così, anche il solo sforzo di sembrare per forza felicemente socievoli e indiscriminatamente gentili, scavando nel torbido alla ricerca di approvazione e attenzione. E applaudo comunque, con lo spirito di chi desidera incoraggiare, questo maldestro tentativo di ritagliarsi una sottospecie di redenzione last minute, comprata in sconto durante il black friday e sciorinata nella fitta agenda di fine anno, dove inarrivabili forme di accondiscendenza si accompagnano perfettamente al ritmico tintinnio dei bicchieri.

Certo, infantilmente parlando mi verrebbe da dire che “così non vale”, e per un attimo vengo risucchiato da queste sabbie mobili che mi portano tensione, che fan pensare che è un po’ troppo semplice “sfangarsela” via in questo modo, con un tris di prosecchi in offerta e qualche abbraccio da “volemose tanto bene”. Due respiri ed ecco che fortunatamente prendo di nuovo le distanze di sicurezza da tutto ciò, tornando ad osservare dall’altro lato del microscopio le fantastiche dinamiche sociali che mi circondano.

Resta il fatto che di redenzione ne abbiamo bisogno tutti, io per primo ovviamente. A fine anno è inevitabile guardarsi un attimo indietro e tanto risulta insopportabile lasciar correre i torti subiti, tanto sarebbe equilibrato rivedere e risolvere ciò che di oscuro abbiamo inflitto a noi stessi e agli altri. Il problema però persiste nel modo in cui si affronta tutto questo. Come smussare i propri spigoli, gestire le proprie fragilità, affrontare un simbolico e sensato percorso per stanare le proprie colpe nascoste dall’ego e ritrovarsi faticosamente – ed è questo il punto – migliori? Serve inevitabilmente sforzarsi, senza alibi né scorciatoie.

Troppo filosofico? Per carità, non direi… Ma per essere meno vago e criptico, mi rifaccio come sempre al mio habitat naturale, al viaggio, metafora di vita prediletta e sempre perfettamente applicabile. A pensarci bene appare evidente come viaggiare in certi casi incarni sfumature accostabili a quelle di un percorso di redenzione. Per prima cosa perché lo si vive a stretto contatto con la propria emotività, elemento dalla quale non vi è alcun rifugio sicuro. Si fanno i conti con l’ego, difficoltà, paure, scheletri nell’armadio. Si deve assaporare ogni cosa con sincerità, deglutendo tanto i bocconi dolci quanto quelli amari. Ma poi si arriva a destinazione, maestosa e meravigliosa, e d’un tratto il percorso assume una logica, l’intricato puzzle è finalmente risolto e i grovigli dell’animo risultano sciolti.

Ecco quindi che la destinazione/redenzione torna ad avere la giusta importanza, dopo che anni di banalizzazione in salsa motivazionale hanno cercato di sradicargliela. “La meta è il viaggio, non la destinazione” e bla bla bla… Santo cielo, datemi del tryptizol per gestire tutto questo.

Percorso e destinazione sono legati indissolubilmente in maniera imprescindibile e a volte un percorso irto di difficoltà e ostacoli assume valore proprio in prospettiva della grandiosità della meta. Ecco… ogni tanto serve viaggiare così, nello stesso modo con cui sconto le mie colpe e mi redimo in questo recap di fine anno.

Cosa intendo per viaggi irti di difficoltà? Beh, non starete pensando alle solite imprese onanistiche di qualche socialmedia-adventouring-influencer… nah… troppo facile buttarsi solo sul “contesto ostile”… c’è sempre qualcosa di più difficile, rischioso… diventa una gara a chi ce l’ha più lungo, competizione a cui ho smesso di partecipare finite le scuole medie. Qui si parla anche – e soprattutto – di ostacoli mentali ed emotivi, inflitti a se stessi e ad altri più o meno consapevolmente. Di seguito e come sempre in apparente ordine causale, qualche viaggio capace di incarnare lo spirito primordiale del percorso di redenzione, dal calvario delle difficoltà alla gioia della rinascita, dalle profondità oscure ai vertici più luminosi.

Partite. Non ve ne pentirete.

VENETO – STRADA DELLE 52 GALLERIE

Nell’ultima decade una ritrovata passione verso la storia mi ha portato a esplorare numerosi luoghi seguendo chiavi di lettura differenti. Tra di essi, i contesti investiti dal primo conflitto mondiale hanno saputo ritagliarsi un posto speciale nella mia personalissima classifica. Sono luoghi che si devono conoscere ma soprattutto “sentire”, lasciando che una viscerale empatia dilaghi, creando un legame inesplicabile.

Tra i tanti che avrei potuto scegliere, la Strada delle 52 Gallerie risulta drammaticamente perfetta. Siamo in Veneto, nella provincia di Vicenza, sul massiccio del Monte Pasubio, lungo quella che fu una delle più terribili linee di fronte del conflitto. La strada fu un capolavoro di ingegneria, scavata letteralmente nella roccia da temerari addetti alla costruzione.

Percorrerla significa sicuramente far fatica, soprattutto per i meno allenati, perché si parla di oltre settecento metri di dislivello, tutta salita, con pendenza media del 12%. Il peso emotivo, una volta sbloccato, cresce di pari passo alla stanchezza, osservando il contesto ostile in cui è stata realizzata, camminando nelle buie gallerie che la contraddistinguono e che si estendono complessivamente per oltre due dei sei chilometri totali del percorso. E poi gli strapiombi, accentuati da una larghezza della traccia che raramente raggiunge i tre metri.

Mentre la percorro mi sento trasalire, impegnato in una logorante sfida contro i capogiri imposti dalle vertigini. Penso a chi questa strada la percorse non per diletto escursionistico, ma per arrivare alla linea del fronte, scavata da trincee e camminamenti e ancora oggi visibilmente martoriata dai crateri delle granate e delle bombarde. È estenuante, una continua lotta contro sensazioni divampanti ma dall’indubbio peso, solo in parte attenuato dai panorami che via via si aprono.

Una volta raggiunta la vetta si prosegue camminando lungo il fronte in uno scenario lunare. Non è lugubre meraviglia quella che provo, mentre la sacralità del paesaggio si staglia sui resti ancora visibili del conflitto. È una nuova consapevolezza, una rinnovata sensibilità che si riaccende, dopo essere stata spenta a poco a poco dall’aridità della quotidianità.

 

INFOStrada delle 52 Gallerie

TRACK → Lungo la SS46 che unisce Rovereto a Schio, seguire le indicazioni per Passo Xomo-Monte Pasubio. Una volta al Passo, seguire per Bocchette di Campiglia dove è possibile parcheggiare.

DOVE DORMIRERifugio Achille Papa

Copyright © Christian Martelet/Auvergne-Rhône-Alpes Tourisme

FRANCIA – VIA RHÔNA

Tutti a parlare di slow tourism e dell’importanza di esplorare senza fretta. Io tra l’altro ne sono uno strenuo difensore oltre che portabandiera da lungo tempo. Sì, però siamo realmente capaci di viaggiare lentamente? La risposta è meno scontata di quello che sembra anche perché interiorizzare certi principi richiede allenamento. L’innata fretta che domina il nostro animo in ogni microscopico risvolto dell’esistenza è una colpa che ciascuno di noi deve espiare, un ostacolo di cui liberarsi in questo momento di redenzione. Per farlo serve un itinerario che imponga di rallentare, di fermarsi frequentemente, di lasciare da parte ogni velleità di vedere tutto. Una prova d’urto dove poter stimare la resistenza (e la resilienza) del nostro spirito mai troppo zen. Eccomi allora inforcare la bici, mezzo ideale per sottostare a ritmi pacati e contrastare la bulimica voglia di divorare luoghi.

Scelgo la “vicina” Francia per mettere le ruote lungo una parte dell’infinita ViaRhôna: oltre ottocento chilometri che dal confine franco-svizzero nei pressi del lago di Ginevra, segue il corso del fiume fino all’estuario sul Mediterraneo.

Il percorso è quasi interamente in piano, squisitamente realizzato, con oltre il 60% dei tratti su ciclabili dedicate. Noleggi, strutture ricettive, punti di ristoro attrezzati… non manca nulla per agevolarne la percorrenza. Ma non è il comfort dell’esperienza a tormentarmi. Qui c’è altro da sconfiggere, qualcosa di più subdolo, capace di generare intense sensazioni di frustrazione. La pedalata poco allenata non tiene il ritmo stordente degli affanni in cui abitualmente precipito. Come un patetico pacman divoro i miei fantasmi senza sosta in un labirinto da cui non vi è uscita.

Copyright © T. Prudhomme/Auvergne-Rhône-Alpes Tourisme

Dalle sponde eleganti del Lac du Bourget giungo a Chanaz e lì ecco manifestarsi una sorta di folgorazione. Lo scorrere delle acque del Canale di Savières, che placidamente attraversa il villaggio, pinza idealmente i freni della bici. Guardo la vita scorrere in slow motion e capisco che posso percepirne maggiori sfumature, migliori dettagli. Il cuore rallenta e finalmente comincia a mettersi a tempo con lo scorrere delle ruote. Pian piano inizio a far pulizia delle cattivi abitudini, liberando spazio nell’armadio.

Non corro, mi fermo appena posso su qualche panchina lungo il fiume, mi godo i prati e la natura avvolgente tra Belley e La Balme-les-Grottes, esploro Lione nelle sue molteplici sfumature tra antico e moderno. Il mio viaggio finirà quando sentirò che è finito. Senza drammi. Magari concluderò il tutto con un wine-tour in una delle cantine di Tain-l’Hermitage, a sud di Lione. Oppure sconfinerò in Provenza puntando direttamente verso l’estuario del Rodano, nel Parco Nazionale della Camargue. Libero da frenesie imposte, l’animo fluttua libero un colpo di pedale alla volta.

 

INFOViaRhôna 

TRACK → Lione è facilmente raggiungibile dall’Italia via treno o via aereo. Nei pressi della città si può facilmente noleggiare la bici e dirigersi verso est in direzione del Lac de Bourget oppure verso sud, seguendo il fiume potenzialmente fino al suo estuario.

DOVE DORMIRELe Clos Ayanna

STATI UNITI – DEATH VALLEY

Sembra una destinazione piuttosto banale, ma scaviamo un pochino sotto il primo strato di terra (rovente). La si può vivere da turisti “fai da te”: dritti per la 178, due foto di rito nella depressione di Badwater e uno scatto a Zabrienski Point. Ok, va bene anche così. Ma vogliamo entrare un po’ in questo deserto?

Intanto si va in moto, inevitabilmente fuori stagione per via delle temperature proibitive. Tutto quel che immaginate di quel luogo crollerà come un castello di carte al vento. Sfruttando la facile empatia che la moto stimola nei confronti del luogo, cominceranno ad emergere le prime difficoltà. Schiacciato dal maestoso nulla, non resta che fare i conti con il disagio della solitudine, o meglio, del rumore dei pensieri nella propria testa, che da leggero white noise diventano via via sempre più simili a unghie sfregate sulla lavagna.

Il nastro grigio di asfalto che si perde all’orizzonte, affascinante metafora della vita, smetterà di impressionare dopo qualche chilometro, lasciando solo un’inquietudine di fondo. A volte serve abbandonarlo, per perdersi completamente ed essere “dilaniati” dal conflitto costante tra meraviglia e desolazione. Come un moderno (e molto più modesto) Gesù nel deserto, sconto i miei “quaranta giorni” nei colori di Artists Palette, nelle taglienti asperità del Devil’s Golf Course, fino a Ubehebe Crater, il cui anello da percorrere a piedi segna lo sforzo conclusivo per uscire “a riveder le stelle”. Mentre scende la sera, il paesaggio che si gode da lì è la destinazione, l’epifania, la rivelazione di un nuovo io da accogliere a braccia aperte.

Risolto il puzzle non resta che prendersi la giusta ricompensa, il massimo di questo luogo, magari sentendo gli amici del collettivo Wilderness per un tour off-road immersi negli scenari della valle. Un’esperienza once in a lifetime con sterrati inesplorati, campeggio sotto le stelle e scenari marziani.

INFODeath Valley

TRACK → Meglio arrivare da sud, precisamente da Baker, dove imboccare la 127 fino a Shoshone e da lì iniziare la traversata lungo la 178 fino a Furnace Creek

DOVE DORMIREDelight’s Hot Spring Resort