Immaginate una gang di motociclisti composta da reduci di guerra disillusi e incazzati. Metteteci la voglia di libertà e di andare contro le regole di un sistema del quale non si sentono più parte e poi aggiungete una spruzzata di anticonformismo e uno stile super cool. Niente di nuovo? Potrebbe essere benissimo una scena tratta da “Il Selvaggio”…

Solo che qua siamo nella terra del Sol Levante, i reduci sono ex-kamikaze e, in questa storia, c’entrano pure i samurai e il bushidō, che sta per “la via” (道, dō) e “del guerriero” (武士, bushi). Avete mai sentito parlare dei Bōsōzoku? No, vero? Bene, adesso ve li racconto io.

Kamikaze su due ruote

La Seconda Guerra Mondiale è appena finita, il Giappone ha preso i calci in culo dagli States e adesso si trova a ricostruire un paese ridotto in macerie. È questo il contesto che quei poveri cristi di soldati si trovano davanti una volta tornati dal fronte. E, giusto per non farsi mancare niente, invece di essere riaccolti in patria con tutti gli onori vengono pure trattati da disadattati, da reietti. Sono rotti, ormai. E non riescono più ad adattarsi allo stile che la vita civile gli impone.

Quelli che soffrono di più, in particolare, sono i piloti dell’aviazione che oltre a non trovare più il cameratismo dell’ambiente militare, sentono pure la mancanza della botta di adrenalina che scorreva nelle vene quando si buttavano in picchiata sulle portaerei nemiche.

E dove trovare quella scarica, se non in sella a una moto lanciata a velocità folle? Nascono così i primi gruppi di motociclisti, chiamati kaminari-zoku (tribù del tuono), praticamente la versione giapponese dei Greaser americani. Queste bande diventano ben presto un richiamo irresistibile per tutti quei giovani che cercano una via di fuga, che vogliono di nuovo sentirsi parte di qualcosa senza doversi confore al rigido stile di vita giapponese. Considerati dei delinquenti dai benpensanti, si sentono invece dei ribelli, dei moderni samurai che rifiutano le convenzioni sociali e combattono contro una società che non li riconosce e, men che meno, li apprezza.

Il boom del movimento

Negli Anni 70 il fenomeno esplode in tutto il Giappone, in modo particolare nelle prefetture di Aichi, Osaka e a Tokyo, e i media coniano il termine Bōsōzoku (letteralmente, “tribù della velocità sfrenata”). Negli Anni 80 le bande sono diffusissime, contando circa 700 gruppi e più di 42.000 membri. Qualche anno dopo i gruppi aprono le porte anche alle donne (all’inizio perlopiù fidanzate dei membri), tanto che iniziano a formarsi bande di lady bikers, che spesso si univano ai colleghi maschi e confluivano in lunghe parate che sfrecciavano per le strade giapponesi a tutto gas.

Le bande erano organizzate secondo rigide scale gerarchiche ed erano caratterizzate da una rigida disciplina e da un forte spirito di gruppo. Come i samurai, avevano un loro codice d’onore e rispettavano molti dei valori e dei dettami del bushidō. Non facevano mai del male ai “civili”, anzi spesso li aiutavano e si schieravano dalla parte dei più deboli. Tutto ciò contribuì a creare un’aura quasi mistica attorno a questi moderni guerrieri su due ruote.

Il canto del cigno

Certo, non erano degli stinchi di santo, tutt’altro. Erano dediti alla violenza e tra le varie bande gli scontri erano all’ordine del giorno, tanto da sfociare in vere e proprie guerre con esiti spesso mortali. Pestaggi, ritorsioni, spedizioni punitive contro altri gruppi facevano parte del loro tipico modus operandi, mai però verso i “civili”.

Non mancavano nemmeno frequenti scontri con la polizia che qualche anno più tardi, nel 2004 precisamente, grazie a una legislazione repressiva ad hoc poteva arrestare i Bōsōzoku (o chi lo sembrava) anche solo per come erano vestiti. Sembra poi che tanti membri della vecchia scuola siano confluiti un po’ alla volta nella Yakuza, la temibile mafia giapponese: si stima che circa un terzo dei membri attivi della Yakuza siano stati in passato dei Bōsōzoku.

I primi Anni 2000 rappresentarono così il canto del cigno del movimento. Da quel momento in poi i Bōsōzoku cessarono di esistere per come li conoscevamo, lasciando il posto a gruppi di motociclisti molto rispettosi della legge, meno ribelli sicuramente, ma non per questo meno fighi.

Lo stile Bōsōzoku oggi

Ma chi sono oggi i moderni Bōsōzoku? Sono tranquilli motociclisti che si incontrano in raduni dedicati per sfoggiare moto customizzate al limite dell’assurdo. Colori sgargianti, carenature sportive che sembrano montate a caso senza alcuna utilità pratica, manubri lunghissimi, selle spropositate. Insomma, la fiera del kitsch su due ruote. Nemmeno le auto vengono risparmiate: così, via di gomme esagerate, alettoni e spoiler che sembrano usciti da cartoni di Supercar Gattiger e verniciature da far impallidire i chicanos.

E poi l’abbigliamento, vogliamo parlarne? Tutto all’eccesso: vecchie giacche militari piene di pins e patches, ampie giacche di pelle decorate da kanji che identificano la propria gang di appartenenza, tute da lavoro, kimono rivisitati, pantaloni larghi e stivali alti. Ma anche abbigliamento che ammicca ai Rockabilly, parrucconi da Drag Queen, mascherine chirurgiche per nascondere il viso, uso delle bandiere imperiali giapponesi sui veicoli modificati e sui vestiti e chi più ne ha più ne metta.

Immaginate di fare una lavatrice con le cose più strane che trovate in casa e poi pescare dal cestello al buio e mettervi quello che vi capita in mano, a caso. Il mix è talmente eccentrico ed eccessivo da risultare incredibilmente affascinante, credetemi.

I Bōsōzoku e la cultura

La loro bad attitude, l’anticonformismo, la ricerca spasmodica della libertà contribuirono non poco ad aumentare il fascino dei Bōsōzoku, specialmente tra le classi più “popolari”, rendendoli dei veri e propri antieroi. Diventarono presto anche protagonisti di fumetti, manga, anime e film. In particolare, vi consiglio sicuramente Akira, che racconta di Aneda e dei suoi giovani amici motociclisti perennemente in lotta con la società degli adulti, descritti dall’autore come i malvagi della storia. Negli Anni 80 è uscito anche il film.

Andate a cercarvi anche Crows e Worst di Hiroshi Takahashi dei veri e propri classici basati proprio sulle storie e il famosissimo GTO: Great Teacher Onizuka. Pioniere nella rappresentazione dei Bōsōzoku è il regista Sōgo Ishii con pellicole come Crazy Thunder Road e Burst City, quest’ultimo un’autentica celebrazione della sottocultura.

L’ultima grande uscita è stata Tokyo Revengers, uno dei manga più venduti negli ultimi anni, che ha riportato ancora una volta l’attenzione su questi controversi e stilosissimi personaggi. Io un saltino in fumetteria lo farei se fossi in voi…

Adesso che ho stuzzicato per bene la vostra fantasia deviata da finti perbenisti, vi vedo che vi state fiondando a casa della nonna a rovistare negli armadi in cerca delle peggio cose da mettervi addosso. Allora togliete la polvere dal Peripoli Oxford con manubrio chopper, sella yankee e giaguaro in bella mostra sul parafango anteriore…

Perché diciamocelo: un po’ Bōsōzoku, non lo siamo tutti?

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