Ognuno ha i propri idoli. Idoli sportivi, del cinema, eroi della propria quotidianità o mostri sacri della musica.
Ricordo ancora molto bene il mio primo “provino” come cantante, a 16 anni, con la band dell’oratorio che, all’epoca, appariva ai miei occhi come l’occasione della vita. Timidamente cantai Anouk, i Cranberries e voci femminili che mi avevano stregato ascoltandole alla radio o su MTV, come quella di Skin, per esempio.
Il provino andò bene, iniziò la mia avventura come cantante e anche la mia fase di esplorazione del mondo del rock: album del passato, band di cui i più grandi parlavano, ma che io non avevo mai ascoltato. Poi, un pomeriggio, sotto la guida di amici musicalmente più navigati di me, per la prima volta sentii lui.
La Voce. Robert Plant.
I Led Zeppelin per me sono stati bomba nucleare al primo ascolto. Li nomino sempre come i miei dei dell’Olimpo, ho tatuato una piuma sul braccio, simbolo che identifica Plant (pensate al disco LedZeppelin 4) e sono stati spesso colonna sonora di momenti fondamentali.
Di album importanti ne hanno fatti lungo tutta la loro carriera e sin dall’esordio hanno piantato pietre miliari nella storia del rock. Ma se devo scegliere un lavoro che amo particolarmente, penso a Physical Graffiti. Attenzione, voglio esagerare. Non un album, ma un doppio album.
Doppio album che usciva esattamente 50 anni fa e che mi sembra giusto rispolverare in occasione della Idols Issue di Wheelz.
A mezzo secolo dall’uscita, Physical Graffiti continua a essere un disco che non si limita a raccontare un’epoca, ma la supera e la trascina oltre: questo album è la prova definitiva che la musica può diventare un universo, può e deve sconfinare. Un viaggio che non conosce limiti di genere o di stile, che parte dal blues e arriva fino all’Oriente, passando per strade sterrate di funk, deserti psichedelici, montagne di hard rock e dolci oasi acustiche.
È il 24 febbraio 1975 quando negli Stati Uniti arrivava questo doppio vinile mastodontico, e solo quattro giorni dopo anche in Inghilterra: quindici brani, sessantanove minuti di musica che ancora oggi suonano come se fossero stati registrati ieri, perché la vera grandezza non invecchia mai. I Led Zeppelin, già allora, non avevano più niente da dimostrare, erano già leggenda.
Ma con Physical Graffiti ci dimostrano che la libertà creativa può trasformarsi in un atto rivoluzionario.
Il disco nasce in un luogo che sembra uscito da un romanzo gotico: Headley Grange, un’ex casa di lavoro vittoriana nel sud dell’Inghilterra, trasformata in sala prove. Non era uno studio tradizionale, non c’era il comfort delle sale blasonate di Londra, ma aveva quella ruvidità che ti entra nelle ossa: pareti umide, scricchiolii sinistri, corridoi freddi. E, soprattutto, aveva storie di fantasmi.
Jimmy Page, affascinato dall’occulto, da tutto ciò che è mistero e spiritualità, non poteva chiedere di meglio e così mentre gli altri della band preferivano dormire in un hotel di lusso lì vicino, lui si accampava tra gli spiriti, lasciando che quella vibrazione nebbiosa alimentasse la sua creatività.
Non sorprende che molti dei brani più ipnotici e potenti nascano proprio da quelle notti insonni passate a respirare il mistero. Robert Plant, in quel periodo, disse che i Led Zeppelin non erano una band prolifica come tante altre, che non producevano in continuazione, ma che ogni volta che si mettevano a lavorare lo facevano con la certezza di voler raggiungere qualcosa che li soddisfacesse completamente.
Per Physical Graffiti ci vollero diciotto mesi: c’erano stati rallentamenti, malattie, spostamenti, ma la verità è che nessuno aveva fretta, perché quello che stavano creando era un’opera totale, per di più extended in versione doppio LP.
Prendiamo il vinile uno, posizioniamolo sul giradischi, puntina sulla prima traccia: Custard Pie si presenta subito come un pugno nello stomaco, una dichiarazione d’amore al sapore di blues, con Plant che non solo canta, ma si mette anche all’armonica. Un brano che profuma di radici, ma con quella carica elettrica che solo gli Zeppelin sapevano dare.
Poi arriva The Rover e subito dopo In My Time of Dying, un pezzo di oltre undici minuti che sembra una jam infinita, un blues che si contorce e cresce. L’ascolto non è mai prevedibile. Houses of the Holy, che apre il lato B del primo vinile, è un pezzo scartato dall’omonimo album precedente, un brano dedicato all’atmosfera quasi spirituale che si respirava ai concerti dei Led Zeppelin. E, ironia della sorte, non fu mai suonato dal vivo, rimanendo un gioiello solo su disco.
Nel 1975 i Led Zeppelin sono già una forza della natura, dominano stadi e classifiche, ma Physical Graffiti non ha bisogno di un singolo da classifica per brillare. Non ci sono Stairway to Heaven o Whole Lotta Love, eppure il disco vola dritto al numero uno e si porta dietro, con una spinta impressionante, i cinque album precedenti, che finiscono tutti nella Billboard Top 200. Nessuno prima di loro c’era riuscito.
Sei album contemporaneamente in classifica!

Dentro Physical Graffiti c’è davvero tutto. Trampled Under Foot nasce da una jam in studio, con John Paul Jones che si diverte al clavinet (sì, proprio quella tastiera iper riconoscibile che si sente per esempio in Superstition di Stevie Wonder) e John Bonham che tira fuori una ritmica che sembra uscita proprio da un pezzo funk.
E poi signori, ma di cosa stiamo parlando, ci troviamo davanti alla grandezza di Kashmir, il cuore epico dell’album, quasi nove minuti che sanno di Oriente, con quella marcia lenta e inesorabile che ti ipnotizza. Page e Plant la scrissero ispirandosi a un viaggio in Marocco del 1973: inizialmente si chiamava Driving to Kashmir, e già il titolo ti dà l’immagine perfetta: una strada infinita, polverosa, che attraversa terre sconosciute, con la musica che diventa compagna di viaggio spirituale. Non è solo una canzone, è un mantra, un’esperienza mistica, ed è considerata una delle preferite sia da Plant che da Page.
Il secondo vinile si apre con atmosfere completamente diverse: Down by the Seaside, nata nel 1970 in acustico e poi rielaborata, porta dentro al disco una leggerezza malinconica, quasi una pausa contemplativa. È la prova che gli Zeppelin non erano solo potenza e volume, ma anche delicatezza e poesia.
Ten Years Gone è invece un brano che ti entra dentro come una ferita dolce, un inno alla nostalgia, una delle interpretazioni più profonde di Robert Plant. E non mancano sorprese come Black Country Woman, scritta in acustico nel giardino di Mick Jagger nel 1972, un’altra testimonianza della libertà assoluta con cui la band decideva cosa tenere e cosa no.
Un grande disco è quasi sempre accompagnato da una copertina che possa colpire e, in questo caso, la cover da sola meriterebbe un capitolo intero. L’autore è Peter Corriston, già noto per i suoi lavori con i Rolling Stones. L’immagine è quella di due edifici al 96 e 98 di St. Mark’s Place, nell’East Village di New York. Le finestre del palazzo diventano un gioco visivo: cambiando gli inserti interni, si potevano vedere immagini diverse, da Elizabeth Taylor in Cleopatra a Neil Armstrong, la copertina di Sgt Pepper dei Beatles fino agli stessi Zeppelin travestiti.
Se si fa un giro per la Grande Mela e si ama la musica bella, la facciata di quel palazzo diventa tappa fondamentale, a vederlo così anonimo ed entrato invece prepotentemente nell’immaginario del rock.
Quello che mi colpisce di Physical Graffiti ogni volta che l’ascolto, è che ti insegna come la grandezza non sta nell’essere lineari, ma nel saper contenere le contraddizioni e renderle armonia, farle danzare insieme (e questo vale nella musica così come nella vita e chi si porta dentro “mille me” forse può capire cosa intendo).
Oggi, cinquant’anni dopo, mentre esce una nuova edizione deluxe con tracce live da Earl’s Court e Knebworth del 1979, possiamo ancora rimettere sul piatto questo doppio vinile e sentire la stessa vibrazione.
Il rock, quando è libero e senza paura, diventa immortale.
I miei idoli hanno avuto il coraggio di fare tutto, di andare ovunque e persino di fermarsi all’apice della carriera perché senza uno di loro, un fratello, senza Bonzo alla batteria, non si poteva continuare.
Non c’è band che, come loro, sia riuscita a costruire una cattedrale sonora in cui ancora oggi entriamo in silenzio e a testa alta ci lasciamo travolgere.
Quando la musica diventa mito, non conosce anniversari: diventa per sempre, diventa IDOL. A ognuno i propri.
Buon mese di Settembre amici e… Sberebem!


























