Sensibili. Nostalgici. Ancora largamente incompresi (ma per capire davvero una generazione serve sempre una certa distanza prospettica). Per ora, della Gen Z sappiamo che si è innamorata della musica Anni 80 complice il successo planetario della serie Netflix Stranger Things (e qui ci sarebbe da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina…). Poi sappiamo che gli Z vanno pazzi per gli oggetti analog di quegli anni (date un’occhiata alle valutazioni dei walkman Sony e dei primi Game Boy di fine decennio). E possiamo supporre che vedano materializzate negli Eighties sensazioni che oggi, forse, il mondo non concede più con tanta facilità: leggerezza e fiducia in testa a tutte.

Retromaniaci, dunque, ma nella miglior accezione del termine. Del resto, quando il futuro è incerto, chi non cederebbe alla tentazione di dare un’occhiata al passato, non foss’altro per farsi un’idea più completa del presente? Comunque, come quasi sempre accade, a sentire le attitudini sociali, per poi ri-sentirne, è soprattutto quella fantastica forma d’espressione travestita da necessità che è il vestirsi.

Pensate ci sia solo la suggestione della moda alla base del fenomeno? Nossignore. Non fermiamoci qui: sarebbe l’ennesima supposizione superficiale a proposito di una generazione che superficiale non è. Avete presente le file chilometriche per accedere agli eventi di vendita al chilo di abiti usati? Quelli in cui i marchi di fast fashion sono categoricamente banditi e riuso è la parola d’ordine? Bene, se non è una filosofia di vita consapevole e responsabile questa… Sta di fatto che la ricetta sembra essere completa: le vibes degli Eighties sono l’ingrediente che mancava per dare un sostenibile tocco di magia a tutto il concreto realismo di oggi.

Il risultato? Una consistente fetta della Gen Z si veste Anni 80. E per farlo si ispira ai film generazionali e alle serie cult originali di quel decennio. Date un’occhiata qui sotto: ne trovate cinque esempi lampanti, in rigoroso disordine sparso.

 

IL CAPPOTTO DI THE BREAKFAST CLUB (1985)

The Breakfast Club è uno spaccato generazionale di metà Anni 80. Scritto e diretto da John Hughes, è la storia di cinque adolescenti che all’apparenza non hanno assolutamente nulla in comune, se non una punizione che li costringerà a trascorrere il sabato a scuola per scrivere un tema su sé stessi. 8 ore durante le quali… Succederanno cose. Non vi spoilero nulla perché se non lo ricordate (o non l’avete mai visto) vale i 97 minuti che vorrete dedicargli.

Per quanto necessariamente stereotipati, i personaggi sono dei piccoli acquerelli di cultura adolescenziale americana. Tra tutti, spicca Judd Nelson (oggi 64 – my god!) nei panni del ribelle John Bender, con un look grunge ante litteram che è riduttivo definire figo. Bene, guardate il suo coat. E poi guardate la sfilza di cappotti del nonno di almeno due taglie in più indossati dagli Z in giro per i vari centri città (tra l’altro, in totale controtendenza rispetto agli imperanti piumini). Notate nulla?

LE CREEPERS DI PRETTY IN PINK (1986)

Qui siamo di fronte alla classicissima commedia rosa che più rosa non si può, interpretata da una delle regine delle pellicole romantiche di quel periodo, la rossa Molly Ringwald. Qui il tema è più sociale che introspettivo: ragazza deliziosa, estrosa, creativa, ma povera vs gretti e meschini fighetti ricchi del liceo (salvo sorprese…). Ma non è dei fighetti né della protagonista che voglio parlarvi, bensì di Duckie Dale, l’immancabile miglior amico innamorato cotto di lei come nella miglior tradizione adolescenziale.

Oltre agli outfit pazzeschi ispirati a un mix di cultura pop e mood rockabilly, guardate che scarpe indossa per tutto il film. Sono le stesse creepers di cui oggi tre quarti delle celeb e dei musicisti circolanti non possono fare a meno. Il mix perfetto tra classicismo e graffio rock: la scarpa elegante sopra, ma con il carrarmato alto quattro centimetri (e più) sotto. Probabilmente non scalfiranno mai il primato delle sneakers, ma agli Z piacerà ancora così tanto il mainstream?

IL COLBACCO DI VACANZE DI NATALE (1983)

In questa sede non vi riparlerò del capostipite di tutti i cinepanettoni. Non per snobismo, sia chiaro. Solo perché, avendo appena compiuto 40 anni, tra il bombardamento sui social, i servizi di costume al telegiornale e i commenti dei nostalgici della Cortina dei bei tempi che furono, penso che di Vacanze di Natale 1983 ne sappiate a sufficienza. Vi dirò di più, sarò brevissima e, a proposito di corsi e ricorsi stilistici, vi lascerò solo un frame. Che da un lato è un ricordo dell’attore Riccardo Garrone (mancato nel 2016), alias l’Avvocato Covelli. Dall’altro Victoria De Angelis, bassista dei Måneskin e icona indiscussa del pubblico young, wild and free.

LA CANOTTA DI FOOTLOOSE (1984)

Footloose è un film sulla libertà, la ribellione e il rock in salsa country-soft e un filino ingenua. Ma non per questo va sottovalutato. Innanzitutto, perché qualunque inno alla libertà, foss’anche cantato da Cristina d’Avena, merita un minimo di rispetto. E poi perché si tratta della pellicola che ha portato Kevin Bacon alla notorietà. Il protagonista Ren McCormack si trasferisce da Chicago a Bomont, un micro-paesello di provincia dove, per una serie di ragioni su cui non ci dilungheremo, è vietato ballare o ascoltare rock.

Ovviamente Kevin-Ren balla, ascolta rock e fa mucci mucci con la figlia del reverendo (ribelle pure lei), massimo sostenitore della censura musicale imposta. Il punto, comunque, non è tanto la trama, quanto una scena in particolare, quella in cui il nostro Bacon si dimena in un magazzino abbandonato in jeans e canotta bianca sdrucita. Tanto basta a rendere memorabile l’outfit. Che oggi è diventato la fluidissima divisa d’ordinanza di alcuni rapper e producer come Chadia, Blanco, Tedua e Dylan, solo per citarne alcuni. Scommettete che quest’estate…

I BLAZER DI MIAMI VICE (1984-1990)

Di Miami Vice, serie poliziesca americana tra le più influenti di sempre che rivoluzionò il genere (tanto da vincere due Emmy e due Golden Globes), vale la pena di ricordare almeno tre cose. Dunque, perdonatemi se qui mi dilungherò un po’.

1. I protagonisti. James “Sonny” Crockett e Ricardo “Rico” Tubb, interpretati rispettivamente da Don Johnson e Philip Michael Thomas, sono due detective di Miami sotto copertura la cui immagine si discosta totalmente da quella del poliziotto medio Anni 70 per incarnare uno spirito completamente nuovo per l’epoca: quello del glam, dello sfavillio e del lusso dichiarato. Consumismo statunitense formato tv, insomma.

2. Le Ferrari. Sonny e Rico per le prime tre stagioni vanno a zonzo tra inseguimenti e sparatorie varie con una 365 GTS/4 Daytona Spyder. Tranquillizzo subito gli estimatori, nessuna Ferrari è stata maltrattata per realizzare la serie. Quella realmente utilizzata durante le riprese più rischiose era una replica su base Chevrolet Corvette C3. Cosa che però non piacque per nulla a Maranello. Motivo per il quale Enzo Ferrari regalò due Testarossa (tra le prime uscite dalla fabbrica, quelle con un solo specchietto a sinistra) alla produzione. Che prima le verniciò di bianco. E poi fece realizzare un’altra replica su base DeTomaso Pantera per preservare le originali. Della serie il lupo perde il pelo…

3. Le giacche di Sonny. Che racchiudono la quint’essenza dell’onda glam degli Eighties. Over-over-oversize, iperspallate, spesso di un bianco fulminante e indossate su T-shirt dallo scollo ampio, in improbabili tonalità sorbetto. Roba da far sembrare sciupatini i Duran Duran, al confronto. Bene, se avete dato un’occhiata (anche sbadata) all’ultimo Sanremo, se seguite i nuovi giovani autori italiani (vedi Mr. Rain qui sotto) o qualunque altro talent musicale, potete ritrovarle oggi, pari pari. Magari con un tocco glitter-punk in più, ma tant’è…