Per noi neopatentati di metà Anni 90 guidare quelle piccole belve era un’esperienza mistica, sacra. Le sognavamo, le coccolavamo, ci parlavamo, ci rappresentavano. Per i nostri preoccupati genitori, invece, erano quanto di più profano e diabolico circolasse sulle strade dell’epoca. E immaginare i propri scapestrati figli alla guida di queste auto di Satana li terrorizzava.

Adesso nei salotti buoni le chiamano youngtimer o instant classic. Sono tornate prepotentemente di moda dopo un periodo di oblio in quel purgatorio dove stanno i mezzi che sono “vecchi”, ma non ancora d’epoca. E oggi hanno valutazioni pari ad una bella media fresca di concessionaria.

Auto che bastava mollare appena il gas a metà curva e te le mettevi per cappello, per usare un gergo dell’epoca. E considerate le dotazioni di sicurezza e la robustezza dei telai, era un miracolo uscirne vivi per raccontare l’esperienza. Pesavano meno di una tonnellata, erano tutto motore, turbo lag e cattiveria del tutto gratuita.

In quegli anni ogni casa aveva la sua piccola ipervitaminizzata che di solito era il modello entry level, alla quale un qualche ingegnere in pieno trip psichedelico montava motori tiratissimi, turbocompressori con pressioni da arteriosclerosi e giusto quattro sospensioni ribassate più una barra duomi per evitare che decollasse o piegasse il telaio ad ogni pestata sul gas.

Chi non ricorda la Clio 16v (meglio ancora la Williams), la Peugeot 205 GTi (soprattutto la 1.9) o la Golf GTI? Facile eh? Ecco, però adesso dimenticatele per un attimo. Quelle le consideravamo le auto dei fighetti o perlomeno ce la raccontavamo così (quando la volpe non arriva all’uva…).

E ancora oggi questi gioiellini hanno quotazioni stratosferiche tra gli appassionati. Io però qui vi voglio parlare delle outsider, di quelle che non avevano lo stesso appeal allora (e non hanno le stesse quotazioni oggi), ma che per grinta, divertimento di guida e prestazioni se la giocavano alla pari e non avevano niente da invidiare alle amiche fighe di cui sopra.

 

 

LORO erano quelli con il Barbour, l’Henry Lloyd e i Dr. Martens
NOI quelli con il bomber e gli anfibi Ranger
LORO cocktail
NOI birra
LORO si vantavano di fare i 210 in autostrada con lo stereo originale da 1000mila watt a palla
NOI che riuscivamo a parcheggiare davanti al bar della compagnia in un’unica manovra
Arrivando a cannone dalla statale
Con un solo colpo di freno a mano
Facendo pure la sciarpa al palo della luce all’entrata del parcheggio

E poi ci facevano sentire degli alternativi, quelli fuori dal coro, eravamo i Cinghiali. Tutto istinto e ignoranza, come le macchine che guidavamo.

Sembravano un po’ le sfide degli Anni 60 tra mods e rockers nella spiaggia di Brighton, solo che i nostri campi di battaglia erano i parcheggi delle discoteche e i tornanti delle colline trevigiane. Beh, ora non resta che presentarvele, queste quattro outsider.

La prima è quella a cui sono più legato: ho avuto la fortuna di averla e ancora adesso la rimpiango. È giapponese, l’unica del gruppo a non essere sovralimentata, bassa, larga, inserimento in curva fulmineo, potevi frenare a metà curva con il sinistro e sapevi che il suo bel culetto scivolava proprio dove volevi e ti aiutava a chiuderla come fosse una trazione posteriore: dovevi solo essere lesto a schiacciare il gas per riallinearla, pena un sicuro testacoda. Lei era una splendida Honda Civic 1.6 VTi del 1993.

1590 cc aspirato 16v da ben 160 cavalli. Il motore Vtec a fasatura variabile aveva un allungo infinito. A 7000 giri le saliva la carogna, raggiungeva la coppia massima e ti lanciava a 215 km/h in un amen. Sospensioni indipendenti (e 2 barre anti-roll) più 4 freni a disco la aiutavano a rimanere incollata all’asfalto e a riportarmi a casa dalla mamma tutto intero. Ovviamente affidabile come solo le giapponesi sanno essere, lei non ti tradiva mai. Unico difetto, beveva come un irlandese il giorno di Saint Patrick, per la felicità del benzinaio del paese.

 

Al secondo posto ci metto quella più particolare, più sofisticata e meno capita. La adoravo. È a metà tra un agile coupè 3 porte (4 posti) e una shooting brake. E solo gli svedesi potevano partorire un oggetto così di design e metterci sotto le ruote. Non aveva niente a che fare con nessun modello dell’epoca, riconoscibilissima per la coda tronca, il portellone/lunotto trasparente e i fari inseriti in una fascia a tutta lunghezza. E quel muso basso e lungo, caratterizzato dai tipici anabbaglianti a scomparsa.

La Volvo 480 era quella con meno cavalli e veniva regolarmente (ed erroneamente) sottovalutata, ma il suo turbo a bassa pressione le regalava una coppia notevole già a 1800 giri e le permetteva uno 0/100 in 8.7 secondi e ben 210 km/h di velocità massima. Altra particolarità, il motore era un 1.7 di derivazione Renault modificato nientepopodimeno che dai tecnici Porsche. Era un’auto da intellettuali e considerato l’individuo della compagnia che la guidava, la cosa era veramente esilarante. Un ossimoro, praticamente.

 

Terzo posto: questa era l’auto del manico del gruppo. Il pilota mancato, il re del freno a mano. Quello che era sempre a manetta, ma teneva l’auto con la cura che si riserva a una reliquia di inestimabile valore. Quello che quando arrivavamo in discoteca lui era già al secondo giro perché ci metteva metà tempo di noi. Il nostro poggiava il suo nobile deretano su un’inglesina tutto pepe, una bellissima Ford Fiesta III RS Turbo (all’epoca le Fiesta venivano ancora prodotte nello stabilimento inglese di Dagenham).

Nera o rossa fiammante con il tipico profilo verde, cerchi in lega da 14” pollici a tre razze, due grosse prese d’aria sul cofano a sottolinearne la sportività e raffinati interni Recaro. Si sentiva subito quando arrivava, annunciata dal fischio poderoso della turbina Garret che sovralimentava un 1.6 da 133 cavalli. La piccola belva raggiungeva facilmente (e spesso) i 205 km/h. L’unica sfiga, se l’avevi rossa, era la livrea parecchio riconoscibile. E se ci andavi in camporella, eri praticamente certo di essere beccato da qualcuno. Lui lo beccavamo spesso…

 

Quarto posto: il patriota del gruppo. Quello che difendeva strenuamente l’italico orgoglio. Che auto poteva avere, se non un’incazzatissima Fiat Punto GT? Figlia della gloriosa Uno Turbo, era sostanzialmente una sobria berlinetta 3 porte (ovviamente la sobrietà contrastava palesemente con il look del suo proprietario), con pochi particolari estetici a differenziarla dalle versioni meno spinte. Giusto un set di cerchi sportivi e interni dedicati. Ma dalla celebre e temuta progenitrice ereditava un poderoso powertrain, 1.4 sovralimentato da 133 cavalli, che garantiva prestazioni e doti di guida da sportiva di razza: rapida nell’inserimento, praticamente una fionda in uscita di curva grazie anche alla prontezza della turbina IHI con intercooler aria/acqua.

Freni a disco e ABS di serie garantivano spazi di frenata e sicurezza sconosciuti alle utilitarie dell’epoca. E, considerato il peso della vettura, quando staccavi forte ti uscivano gli occhi dalle orbite e ti fischiavano le orecchie. Ovviamente era uno dei divertimenti preferiti del nostro gaglioffo quando scarrozzava qualche gentil donzella, che scendeva dalla GT letteralmente terrorizzata, manco fosse salita sul Blu Tornado.

 

A pensarci adesso avremmo potuto essere tranquillamente i personaggi di un fumetto alla Joe Bar. Momento nostalgia finito, non mi sono commosso eh, mi è solo entrata una youngtimer (o come diavolo le chiamano adesso) nell’occhio.

Ma attenti, il bomber e gli anfibi sono nascosti in fondo all’armadio e in garage c’è ancora posto per una piccola giapponese incazzata. I Cinghiali non sono estinti.