È una domenica infuocata di luglio. Il caldo è infernale e l’unica cosa che mi dà sollievo è stare spalmato sul divano a godermi l’aria condizionata con una birretta ghiacciata in mano.
Playlist random in cuffia ed ecco che risuonano le prime note di una delle mie canzoni preferite. Uno di quei pezzi che hanno il potere di risvegliare i miei peggiori istinti… “Please allow me to introduce myself, i’m a man of wealth and taste…” e già mi immagino il diavolo mentre pronuncia queste parole.
Si muove sinuoso, è ammaliante, coinvolgente, ipnotico. Ha la bocca grande, le labbra carnose, gli occhi spiritati e un sorriso disarmante. Ha le sembianze di Sir Philip Michael Jagger, in arte Mick, il frontman più carismatico della storia del rock.
E, forse, anche il rocker più pop della storia.

Piano piano ragazzi, che sento già le orecchie fischiarmi per le vostre insolenze. Ok, ve lo concedo: dire Mick Jagger, rock e pop nella stessa frase può sembrare blasfemia. Ma prima di insultarmi, leggete sotto. Poi, come diceva il buon Massimo Decimo Meridio, potrete scatenare l’inferno.
Eccessivo, sfrontato, irriverente. Una capacità innata di catalizzare l’attenzione, un vero animale da palco. A 80 anni suonati è ancora lì che si divincola come un tarantolato, balla, canta, suona, produce. Se Lenny Kravitz ha firmato un patto con il diavolo, beh ragazzi, Mick È il diavolo. Non trovo altre spiegazioni logiche.

La sua carriera potrebbe essere racchiusa in un’enciclopedia: 30 album, più di 2000-cazzo-di-concerti, un numero imprecisato di collaborazioni e anche qualche progetto solista di discreto successo. Ma la sua vita artistica è indissolubilmente legata ai The Rolling Stones, di cui è ed è stato il leader indiscusso (a dire il vero, dopo la misteriosa scomparsa di Brian Jones…).
Mick Jagger è riuscito nell’impresa di prendere una buona blues band inglese e farla diventare un vero e proprio fenomeno di costume globale, surfare sulla cresta dell’onda per più di mezzo secolo e arrivare ai giorni nostri con lo stesso smalto di un tempo, fottendosene allegramente dell’anagrafe.

Shakerate bene con svariate sostanze psicotrope, donne bellissime ed eccessi di ogni tipo. Un highlander, insomma. Bene, quindi adesso potrei propinarvi il solito elenco che vi piace tanto e raccontarvi qualche aneddoto (o leggenda?) sulla sua incredibile vita da rockstar (tipo quella volta che mangiò una barretta al cioccolato direttamente dalle grazie di Marianne Faithfull, la storia della sua cavalcata sotto effetto di lsd o, ancora, quella cosa dei fantasmi di Stargroves…). Facile e veloce.
Ma invece no. Stavolta leggende e aneddoti ve li cercate da soli sull’internet. Io voglio raccontarvi il Mick Jagger pop (aridaje) e la sua amicizia con Andy Warhol. Legame nato nel ’64 durante una delle prime tournée degli Stones negli USA, all’epoca quasi sconosciuti.
Mick iniziò fin da subito a frequentare la scena artistica newyorkese e, ovviamente, anche la factory di Warhol, considerato universalmente fondatore e celeberrimo esponente della pop art. La collaborazione tra questi due geni portò alla nascita di due copertine storiche degli album degli Stones.

Tutto nacque da una lettera che Mick inviò direttamente a Andy nel 1969. La richiesta? Occuparsi della copertina del successivo lavoro delle Pietre Rotolanti. Ovviamente il buon Warhol non ci pensò due volte e in un amen realizzò la provocatoria cover di uno degli album più belli della band, Sticky Fingers, che vide la luce nel 1971 (in Spagna e in Russia la copertina venne immediatamente censurata e sostituita, così come alcuni brani del disco: erano altri tempi… Tra l’altro, l’uomo dentro quei jeans non è Mick, come in tanti pensarono all’epoca, bensì l’attore Joe Dallesandro). Successivamente, nel 1977, Andy realizzò anche la copertina per Love You Live.
Ma il progetto più significativo fu senza dubbio la realizzazione dei 10 portraits nel 1975, dedicati da Warhol proprio a Mick e realizzati partendo da alcune foto scattate nella casa newyorkese del cantante. Quelle serigrafie contribuirono in modo determinante alla trasformazione di Mick Jagger: da eccentrica rockstar a vera e propria icona pop.
Dai, avete capito: in quel periodo la factory era senza-dubbio-alcuno il posto più interessante per ogni artista di grido che passasse per New York. E infatti, negli Anni 80 anche un altro nome (che di lì a poco sarebbe diventato famoso in tutto il globo per le sue opere iper-riconoscibili) bazzicava la vulcanica corte di Warhol, Keith Haring. I suoi lavori, dissacranti e ironici, erano spesso legati a società e politica, temi caldi raffigurati con uno stile inconfondibile, fatto di omini stilizzati, barking dogs e radiant babies.

Insomma, succede che un giorno (o una notte, chi lo sa) Mick conosce Keith. E qui entriamo nella sfera del fanta-gossip. Si narra che Mick fosse ormai talmente immerso nella cultura pop che decise di “approfondire” ancora di più la faccenda. E c’è chi giura che l’amicizia tra i due sia diventata anche qualcosa di più… E poi venite a dirmi che non è pop!

Dettagli di colore a parte, il 26 luglio Sir Jagger compie 81 vissutissimi anni, che facendo due conti spannometrici ne valgono più o meno 162.
Happy birthday, Mick!












