Prima ancora dei campioni, ci sono stati quelli che hanno aperto la strada. Persone che hanno iniziato quando intorno a loro c’erano poche biciclette adatte, pochi tracciati, pochissime gare e ancora meno persone capaci di spiegare agli altri cosa stessero facendo. Gente che ha costruito salti, inventato linee, modificato biciclette, organizzato gare, aperto strutture, viaggiato per correre. E, soprattutto, convinto qualcun altro che quella cosa apparentemente assurda potesse diventare uno sport.

È questo il punto di partenza di questo articolo. Non voglio semplicemente raccontare i più forti, quelli con il maggior numero di titoli o con il palmarès più lungo. Voglio parlare di chi ha dato un contributo concreto a rendere queste discipline più grandi, più conosciute e più accessibili in Italia. Di chi, in un modo o nell’altro, ha fatto sì che dopo di lui ci fossero più persone a praticarle.
Le tre discipline che ho scelto, a prima vista, sembrano appartenere a mondi completamente diversi. Una mountain bike che vola sopra una serie di salti, una bicicletta lanciata a tutta velocità giù da una montagna, una moto che procede lentamente tra rocce e ostacoli senza quasi mai mettere un piede a terra. Eppure hanno qualcosa in comune: sono nate dalla voglia di portare un mezzo oltre il suo utilizzo più ovvio, di cercare terreno nuovo, di mettere alla prova il proprio controllo, trasformando un ambiente naturale in qualcosa da interpretare.
Tre discipline, una stessa attitudine
Partiamo dalla mountain bike freestyle, che non va confusa con il BMX Freestyle. Qui parliamo di mountain bike, di ruote più grandi e di biciclette nate per affrontare la montagna, ma utilizzate anche per saltare, costruire linee, cercare il limite e inventare nuovi movimenti. Dentro questo mondo convivono discipline e culture diverse, dal dirt jump al freeride fino allo slopestyle: il punto in comune è la creatività del rider, la ricerca dell’aria, della difficoltà e dello stile. Il freeride e il dirt jump hanno le loro radici nella scena californiana che si sviluppò attorno alla mountain bike negli anni Settanta e Ottanta, quando alcuni rider iniziarono a costruire percorsi e salti che prima non esistevano.
Il downhill nasce dalla stessa famiglia. Qui la montagna diventa una pista e l’obiettivo è semplice: partire dall’alto e arrivare al traguardo nel minor tempo possibile. Nella pratica, però, significa affrontare rocce, radici, curve, salti, compressioni e tratti ripidissimi a velocità che lasciano pochissimo spazio all’errore. Le prime forme di downhill appartengono alla stessa cultura MTB nata in California negli anni Settanta; come disciplina internazionale riconosciuta dalla UCI, il downhill entra ufficialmente nella storia dei Campionati del Mondo nel 1990.
Il trial motociclistico sembra ancora più lontano dagli altri due, ma condivide la stessa idea di fondo: il mezzo diventa un’estensione del corpo e il terreno un problema da risolvere. Nel trial non vince chi arriva prima. Il pilota deve superare sezioni naturali o artificiali, affrontando rocce, salite, discese e ostacoli cercando di mantenere il controllo della moto e, soprattutto, l’equilibrio. Le sue origini risalgono ai primi decenni del Novecento nel Regno Unito, dove le motociclette venivano già utilizzate per affrontare percorsi accidentati; la disciplina moderna si strutturò progressivamente nel dopoguerra, fino alla nascita del primo campionato europeo nel 1968 e del Campionato del Mondo FIM nel 1975.
Tre storie diverse, quindi. Ma anche tre storie costruite da persone che, prima ancora di poter essere chiamate professionisti, hanno dovuto essere pionieri.

Prima delle discipline, c’erano le persone
Una disciplina non diventa grande soltanto quando arriva un campione. Diventa grande quando qualcuno comincia a praticarla, qualcun altro costruisce un posto dove farlo, magari si organizza una gara e si trova il modo di raccontarla. Poi, c’è chi porta a casa un risultato internazionale e un ragazzino, vedendolo, decide che quella sarà la sua strada.
E in questo percorso il merito non è soltanto dei nomi che troverete qui sotto. È di tutti gli atleti che, negli anni, hanno continuato a correre, saltare, costruire, allenarsi, viaggiare, organizzare e mettersi in gioco quando sarebbe stato molto più semplice fare altro. Sono loro ad aver alimentato queste scene, generazione dopo generazione.
Qui abbiamo scelto alcuni GOAT. Non necessariamente i più vincenti in assoluto, ma quelli che meglio rappresentano un momento, un passaggio, una rivoluzione. Quelli che hanno lasciato qualcosa dietro di sé: un modo di andare in bici, una pista, una struttura, una generazione di ragazzi, una nuova attenzione dei media o semplicemente la dimostrazione che anche dall’Italia si poteva arrivare lontano.
Perché alla fine è questa la differenza tra un campione e una leggenda: il campione lascia un record, una leggenda traccia una strada.

MTB FREESTYLE
Quando la mountain bike ha smesso di essere soltanto una mountain bike
La cultura del freestyle MTB nasce dall’evoluzione della mountain bike californiana: prima il dirt jump, con salti costruiti nella terra, poi il freeride e lo slopestyle, dove il terreno diventa uno spazio per inventare linee, trick e manovre sempre più spettacolari. In Italia questa cultura cresce soprattutto grazie a persone che non si limitano a praticarla, ma contribuiscono a creare i luoghi e le occasioni per farla conoscere.
Giacomo “Jack” Bisi
Tra i padri del dirt jump italiano, Bisi è una figura che rappresenta perfettamente la fase pionieristica del movimento. Atleta, trail builder e promotore, con Raida Come Mangi contribuisce a diffondere la cultura della guida in mountain bike e a trasformarla in qualcosa che può essere insegnato e condiviso. Il suo contributo non è quindi soltanto quello del rider: è quello di chi costruisce la scena intorno allo sport.
Torquato Testa
Testa appartiene a una generazione successiva, quella che porta il freestyle MTB italiano sui grandi palcoscenici internazionali. Dal dirt jump allo slopestyle, arriva fino al Red Bull Joyride di Whistler, diventando uno dei primi italiani a competere ai massimi livelli. Ma anche per lui il riding non finisce con le gare: con il Monza Pizza Bikepark contribuisce a creare uno spazio dedicato al dirt jump e alla crescita delle nuove generazioni.
Bisi contribuisce a costruire la cultura. Testa contribuisce a portarla nel mondo.
DOWNHILL
La montagna diventa una pista
Il downhill prende la mountain bike e la porta nella sua dimensione più estrema: una discesa contro il cronometro, su percorsi ripidi e tecnici fatti di rocce, radici, salti e curve. Nato dalla prima cultura MTB californiana, diventa disciplina mondiale all’inizio degli anni Novanta. E proprio in quegli anni l’Italia riesce a ritagliarsi subito un posto nella storia.
Giovanna Bonazzi
Nel 1991 il Campionato del Mondo arriva al Ciocco e Giovanna Bonazzi conquista il titolo mondiale di downhill. Lo ripeterà nel 1993, diventando una delle protagoniste assolute della prima generazione della disciplina. Corre in un’epoca in cui le biciclette sono ancora lontanissime dalle macchine da gara attuali e il downhill deve ancora costruire la propria identità. Per questo il suo risultato vale più di una medaglia: dimostra che l’Italia può essere protagonista in uno sport ancora giovanissimo.
Alberto Ancillotti
Per far crescere una disciplina, però, servono anche gli strumenti. Alberto Ancillotti arriva dal mondo delle motociclette e nei primi anni Novanta porta quel know-how nella mountain bike. Nasce così la Scarab DH, una delle prime bici italiane progettate specificamente per la discesa e un progetto che contribuisce all’evoluzione tecnica del downhill proprio mentre la disciplina sta prendendo forma.
Bonazzi porta l’Italia sul tetto del mondo. Ancillotti contribuisce a costruire la macchina per arrivarci.

MOTORCYCLE TRIAL
La moto che non aveva bisogno della strada
Il trial è forse la disciplina più lontana dall’idea classica di una gara motociclistica. Non conta arrivare primi: il pilota deve attraversare zone naturali o artificiali superando rocce, salite e ostacoli, cercando di mantenere equilibrio e controllo senza mettere i piedi a terra.
Nato nel Regno Unito, il trial si sviluppa nel corso del Novecento fino a diventare una disciplina internazionale. In Italia, la sua crescita passa prima dai pionieri e poi dai grandi campioni.
Renato Vittoni
Vittoni appartiene alla prima generazione del trial italiano. È indicato tra i pionieri della disciplina già nei primi anni Settanta, quando il movimento è ancora piccolo e lontano dalla visibilità che raggiungerà negli anni successivi. Il suo valore sta proprio nel momento storico in cui si inserisce: essere tra quelli che iniziano quando ancora non esiste una vera scena a cui appartenere.
E quanto fosse tutto ancora da costruire lo racconta anche un ricordo molto più personale. Mio padre ha iniziato a fare trial da amatore negli anni Ottanta e ha continuato a girare fino ai primi anni Duemila. Ricordo bene che, all’inizio degli anni Novanta, lui e alcuni amici si misero a costruire a Genova quello che allora era uno dei primi park dedicati al trial della zona. Non c’erano grandi strutture, né un’industria pronta a sostenere il movimento. C’erano persone che avevano una moto, la voglia di usarla e quella di creare un posto dove poterlo fare. Quel piccolo park, nato così, nel tempo è diventato uno dei più importanti d’Italia. È una storia che racconta bene come sono cresciuti questi sport: prima arrivano le persone, poi le strutture.
Diego Bosis
Con Bosis il trial italiano cambia dimensione. Pluricampione italiano, nove vittorie nei Gran Premi mondiali e due volte vicecampione del mondo, diventa uno dei principali riferimenti italiani della disciplina. Nel 1987 è inoltre protagonista della storica vittoria dell’Italia al Trial delle Nazioni, insieme a Renato Chiaberto, Carlo Franco e Donato Miglio.
Bosis rappresenta il momento in cui il trial italiano non è più soltanto una disciplina praticata da pochi appassionati, ma una realtà capace di competere e vincere ai massimi livelli internazionali.
Vittoni apre la strada. Bosis dimostra fin dove quella strada può arrivare.
Sei nomi, una sola idea
Potremmo continuare all’infinito, perché dietro ogni disciplina ci sono decine di persone che hanno contribuito a farla crescere. Questa non vuole essere una classifica e nemmeno una lista definitiva dei migliori. Sono sei GOAT scelti per raccontare altrettanti modi di lasciare il segno: correre, vincere, costruire, insegnare, innovare, creare opportunità.
Perché alla fine, forse, una Legend non è semplicemente chi è arrivato più lontano.

















