Il rock’n’roll è libertà. E se è glam, ancora di più. Non allineati, oltre l’ordinario, bizzarri. Per provocare e vedere cosa succede. Il glam rock è quella corrente che a chitarre elettriche e dintorni ha sempre unito anticonformismo e un pensiero oltre qualsiasi tipo di etichetta attribuibile a un genere musicale (ma mica solo a questo). Il tutto, condito da tanto divertimento (a volte profondissimo).

L’alba la segna David Bowie ai tempi di Ziggy Stardust. Poi ci sono i T.Rex di Marc Bolan. E ancora una serie infinita di band e personaggi che, dall’Inghilterra agli US, del trasformismo e dell’apparenza, anzi dell’appariscenza, hanno fatto una vera e propria impronta culturale, molto oltre la semplice questione estetica. Il glam è forse il genere più libero di tutti nella storia del rock.

C’è una battuta che porta con sé uno spaccato di ciò che è stato il glam rock, inteso in tutte le sue sfaccettature, in una scena del film (bellissimo!) The Wrestler con un fenomenale Mikey Rourke. Dice, più o meno: “Cazzo non ne fanno più di canzoni così, mitici Anni 80 imbattibili: i Guns N’ Roses, i Mötley Crüe, i Def Leppard… Poi Cobain è arrivato e ha rovinato tutto”.

Sì, il grunge, secondo la storiografia più comune del rock, ha spazzato via a suon di camicie in flanella e pioggia di Seattle tutti quei lustrini e paillettes, costumi improbabili e capelli cotonati che del glam rock hanno caratterizzato immagine ed eccessi. Da quel momento in poi, non c’è rimasto che ricordarlo, quel periodo, rigorosamente ad altissimo volume e zero pudore. Come sempre dovrebbe essere.

Dovessi dare una definizione del glam rock, lo inquadrerei come una magnifica crisi d’identità generale, dove tutti potevano essere quello che volevano, senza un briciolo di preoccupazione del parere altrui. Insomma, la libertà con un sottofondo musicale dannatamente rock, in bilico tra il kitsch eccessivo e la provocazione, sfacciata come per i New York Dolls o più raffinata alla Lou Reed. In entrambi i casi, scintilla di un’ambiguità che riesce a disorientare e a farsi beffe della critica rock. Evviva.

Il Glam è forse il periodo più calzante al detto sesso, droga e rock’n’roll. Perché del sesso è una rappresentazione pubblica e spudorata, del fattore droga è stato spesso testimone, consapevole o meno. E del r’n’r… Bè, ci siamo già capiti. “Down the basement, lock the cellar door, and baby, talk dirty to me”, giusto per dirla come i Poison di Bret Michaels e soci, che di capelli cotonati ed eyeliner ne sapevano parecchio.

Slave to the grind degli Skid Row per me resta un capolavoro (insulti e proposte di matrimonio in privato) e rappresenta un po’ tutto quello che il glam rock, o meglio il glam metal, ha rappresentato. Furia e romanticismo mischiati come non ci fosse un domani e nemmeno un senso (perché chissenefrega), ballate meravigliose (come Wasted time) e schitarrate incontrollabili e cattivissime (ricordate Monkey business, vero?). Insomma, tutto quello che serviva e ci serviva. E forse servirebbe ancora. Oggi più che mai. Maledizione.