Di recente sono stato a un importante raduno di auto youngtimer. Ospiti speciali, sempre gradite, le “targhe nere”, tra le quali un paio di Nuova (cioè vecchia) 500 e Mini Innocenti. Nell’inevitabile cerimonia di premiazione dal palco, solo una frase ha ricevuto la standing ovation: “E sempre a morte l’elettrico!”. Eppure non sono poche le riedizioni a batteria delle utilitarie che hanno fatto la storia dell’auto europea. Cominciando proprio da 500 e Mini. Non è una novità: per molti, il futuro ha le forme del passato. Era già accaduto con lo scheumorfismo delle icone dei Mac e dei primi iPhone, con i telefoni a cornetta, la cassetta delle lettere di metallo e i libri rilegati. Oggetti che gli under 30 hanno a malapena avvistato. Nel marketing automotive accade un po’ la stessa cosa. C’è una legge – non scritta, ma scolpita nelle lamiere – che dice più o meno così: quando non sai come far piacere un’auto nuova, falla assomigliare a una vecchia; e se la vecchia era anche simpatica, il successo è assicurato.

Non è solo questione di attaccamento alle vecchie glorie. In un momento storico scivoloso, di cambiamenti rapidissimi non sempre in meglio, è naturale ancorarsi alle poche certezze che restano sottoforma di ricordi, affetti, abitudini. Il design non è più solo estetica: è terapia di gruppo. Ci era arrivata per prima Mini, che presentò la nuova versione di quel capolavoro dell’understatement britannico nel 2000. Guarda caso, lo stesso anno della nuova Triumph Bonneville, altro clamoroso successo di ritorno fra le moto. Elevata dallo status di utilitaria a compact city cool, la nuova Mini ha venduto 4,4 milioni di pezzi, di cui 30mila in Italia.

Già, e l’Italia? 

Con i suoi tempi, Fiat si inserì in scia con la 500 del 2007, a coronamento di una raffinata operazione di marketing emotivo. Disegnata da Roberto Giolito intorno al Cinquino, ma somigliante anche al Buondì Motta (altro grato ricordo degli anni 60), è diventata parte dell’arredo urbano delle nostre città.

Con le elettriche, figurarsi. Perché quando se ne parla, la gente comune si irrigidisce. Le emozioni si asciugano come una pila scarica: ci si preoccupa del prezzo elevato, della batteria, dell’autonomia, delle colonnine. Così le Case automobilistiche hanno rispolverato l’arma segreta della memoria collettiva. Che non ha bisogno di spiegazioni, grafici o kilowatt. Solo di una forma pop.

E cosa c’è di più pop del furgone Bulli, prontamente rilanciato da Volskwagen con la reincarnazione elettrica dell’ID.Buzz? Si sa, i neo-hippy e i surfisti wannabe sono sensibili all’ambiente, per quanto la connettività, la guida assistita e il climatizzatore non facciano schifo neanche a loro. Solo il prezzo ha poco di sostenibile, ma hey!

Honda, chiamandosi Honda, ha fatto la sua parte con la Honda-e, una piccola citycar dalle forme tondeggianti che strizza il fanale a occhione alla N360 degli anni Sessanta. Dentro ha più display del disco volante di Alcor, fuori è una kei-car postmoderna. E tanto è bastato a renderla un feticcio da designer benestanti, prima che nel 2024 uscisse dal listino dopo appena 12.500 esemplari venduti. Intanto, Hyundai ha sfruttato il K-pop della Heritage Series Grandeur, versione elettrica della squadratissima e sgraziata sedan anni 80; e soprattutto dell’altra concept Pony Coupe, omaggio retro-futuristico all’originale disegnato da Giorgetto Giugiaro nei 70.

Tornando a Stellantis, Citroën ha giocato con la nostalgia del nome Ami (amico, in francese) senza rievocare le forme dell’utilitaria originale. A uno sguardo distratto potresti scambiarla per una campana del vetro, eppure ha quell’anima da “oggetto pop” che i Francesi sanno insufflare in una citycar. Non spinge, non fa rumore, si guida con il patentino del Ciao e ha una forma talmente assurda che ci si affeziona per forza. È come una cagnolina brutta, ma simpatica: ti guarda e la porti a casa. A quando la 2CV alla spina? L’avevano annunciata, ma e-banalizzarla non è facile. 

Sempre in Francia, Renault ha tirato fuori dal cassetto dei ricordi condivisi due sacrés noms come R4 e R5, per piazzarli subito nelle sue boutique RNLT. La R5 E-Tech rima come poche nostalgia con tecnologia. I suoi colori vivaci sembrano usciti direttamente da un catalogo del 1975. Sotto il cofano, pardon, nel pianale modulare CMF-B EV batte però un cuore elettrico piuttosto brillante. Forse è riuscita ancora meglio la R4 E-Tech. Ha mantenuto le forme squadrate con la calandra che fanno subito campagna francese, baguette e bottiglia di Beaujolais, ma alla fine è l’ennesimo SUV crossover non tanto diverso dalla Mini Aceman. Invece la concept R4 4Ever Trophy mette l’accento sull’avventura, un po’ come se fosse una vecchia R4 da viaggio in Marocco, fumo a parte.

Il cerchio si chiude con la Lancia Ypsilon BEV, che prova a recuperare una certa aria di famiglia per la “mission impossible” di tenere in vita un marchio in coma. In attesa del ritorno della Delta ibrida o full electric, per rievocare la sportiva da padre di famiglia che stava nel garage del papà o del nonno, ma senza lo sbattimento della messa a punto dei carburatori e del turbo.

Perché di ciò si tratta: fatti salvi gli appassionati, i Millennial farebbero volentieri a meno dell’auto e quando proprio devono usarla, non vogliono pensieri. Basta la forma: non sarà bella come l’originale, ma può entrare nel centro storico. Con quali soldi comprarla, si vedrà.

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