Immaginate l’attore che ha dato corpo e voce a personaggi iconici, magnetici, ma anche altrettanto oscuri. Il teppista Johnny Strabler ne Il Selvaggio, Terry Malloy in Fronte del Porto, il capomafia Don Vito Corleone ne Il Padrino o il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Immaginate anche che tutto il mondo, oltre alla sua bravura, alla innata capacità di immedesimarsi nel personaggio interpretato e al suo perfezionismo in scena, lo riconosca come una delle star hollywoodiane più introverse, incontentabili e difficili della storia del cinema.
Si, avete capito, sto parlando di Marlon Brando, l’attore maledetto per eccellenza.
Ebbene, questa volta ho l’arduo compito di trovare il suo lato colorato, leggero. Ed è un po’ come trovare il lato dolce e simpatico di Yosemite Sam… Una mission impossible, almeno all’apparenza.
E invece, il nostro Marlon un lato colorato ce l’ha eccome. Ed è pure molto colorato. Basta uscire un po’ dai confini di quell’immagine burbera e scontrosa (che si è creato ad hoc per non farsi scassare le palle da giornalisti, fans esagitati, cercatori di scoop e così via) per trovare un uomo completamente diverso.
Gentile, premuroso, eccentrico, tanto che era solito accogliere i suoi amici con vestaglie coloratissime o mise discutibili solo per il gusto di farli divertire. Se non mi credete, chiedete pure al suo vicino di casa Jack Nicholson degli scherzi che doveva subire ogni 1 Aprile. Sentire quel vecchio guascone di Jack idolatrare letteralmente il suo dirimpettaio vi dà la misura della simpatia che suscitava Marlon Brando nelle persone che lo conoscevano bene.

Premuroso dicevamo. In realtà era un vero e proprio attivista politico, sempre schierato dalla parte dei più deboli. Celebre il suo impegno contro l’apartheid e il sostegno al movimento fondato da Martin Luther King, tanto che nel 1963 partecipò anche alla famosa marcia su Washington assieme ad altri suoi famosi colleghi (come Paul Newman, Charlton Heston, Bob Dylan solo per citarne alcuni).
E poi le lotte per i diritti dei discriminati, come gli indiani d’America: in segno di protesta, e per attirare l’attenzione del pubblico sul problema, nel 1963 mandò Sacheen Littlefeather, una ragazza Apache, sul palco della notte degli Oscar a ritirare la statuetta al posto suo. Era stato anche co-finanziatore della campagna di JFK, sperando che il compianto presidente rendesse l’America un posto migliore. Donava pure di nascosto parte dei proventi dei suoi successi cinematografici ad associazioni, ospedali ed enti a scopo benefico.
Insomma, sarà stato anche un burbero, ma dal cuore d’oro.
Ok quindi abbiamo capito che era simpatico e attento ai bisogni dei più deboli. Ma c’è un altro lato di Marlon che ho scoperto e che mi ha incuriosito. È un lato molto green-senza-alcun-washing e ha a che fare con il suo amore per la natura.
Pochi sanno, infatti, che Brando era un precursore della sostenibilità ambientale e un visionario in quanto a soluzioni ecologiche che rispettassero l’ambiente.
Sembra che questo rapporto idilliaco fosse presente già nel giovane Marlon, quando era un ragazzino che viveva in Nebraska. Amore cresciuto poi leggendo i libri di National Geographic che trovava nella biblioteca dell’accademia militare dove l’avevano spedito i suoi genitori, visto che era giusto un po’ vivace…
Fu proprio su quei libri che rimase folgorato sulla via di Damasco, in particolare da un reportage sulla Polinesia Francese. Talmente affascinato che anni dopo, da attore famoso, approfittò di una pausa nelle riprese del film Gli ammutinati del Bounty, per farsi accompagnare a Teti’aroa, un atollo dell’arcipelago delle Isole del Vento facente parte delle Isole della Società che si trova a 59 km a nord di Papeete, la capitale della Polinesia Francese.
Un vero e proprio paradiso naturalistico composto da 12 isole coralline (chiamate motu), dove mare cristallino, spiagge bianchissime, natura rigogliosa e un’incredibile biodiversità marina e animale lo catturarono completamente. Al punto che decise di acquistarla per costruirvi un resort completamente biosostenibile, promettendo alla precedente proprietaria che avrebbe preservato quel luogo incantato con il massimo rispetto. Perchè Teti’aroa era dei tahitiani e loro sarebbe rimasta per sempre. Fin dall’antichità era infatti uno dei luoghi prediletti dei re tahitiani, che qui dimoravano e compivano riti magici.
Marlon Brando amava dire “La mia mente è sempre calma quando mi immagino seduto di notte sulla mia Isola nei Mari del Sud”. Aveva anche trovato il suo animale guida nello squalo limone, una delle migliaia di specie animali presenti in quell’angolo di paradiso.
Qui trovava veramente la pace, quella pace che forse non aveva mai trovato davvero nella sua vita da star. Marlon decise di costruire il suo resort occupando uno solo dei motu e lasciando completamente selvaggi gli altri 11, proprio per proteggere gli equilibri di quel paradiso. Il resort venne progettato non solo per essere completamente sostenibile, ma anche per valorizzare l’ambiente. Venne chiamato Teti’Aroa Village.
Brando ingaggiò i migliori architetti e scienziati, e sviluppò con loro soluzioni ancora oggi all’avanguardia per la conservazione delle biodiversità e per l’integrazione delle nuove costruzioni con l’ambiente naturale circostante, come il sistema di energia rinnovabile Swac, che sfrutta l’acqua di mare per produrre aria condizionata (attivo ancora adesso), e l’utilizzo di energia solare, della quale Marlon era un grande sostenitore.
Direi che il suo progetto è decisamente riuscito. Il resort oggi si chiama The Brando ed è un gioiello di bioedilizia e sostenibilità. È gestito dalla Teti’aroa Society che si occupa di portare avanti anche tutti i progetti collegati, come il Blu Climate Initiative o l’Ocean Innovation Price, e di continuare l’opera di sensibilizzazione iniziata dal vecchio Marlon più di mezzo secolo fa.
Beh, che dire… il lato colorato di Marlon Brando l’abbiamo trovato no?

E adesso non resta che fargli gli auguri, il 3 Aprile è il suo compleanno…
HB, vecchio mio.























