Meccanico, YouTuber, comunicatore old-school, ma senza tirarsela. Talmente noto nel giro per quello che fa che il nome e il cognome sono irrilevanti e se ne stanno tranquilli e indisturbati sopra qualche documento d’identità: il nickname apre già tutte le porte che servono. Per chi si vuole addentrare nel mondo delle muscle car americane l’officina di Roby PMG è una delle tappe del cammino, un piccolo santuario dove gridano ancora liberi i V8 big block americani. Motori dei clienti ma anche i suoi, che qualche volta escono per una sgambata sul quarto di miglio. A patto che si tratti di roba vecchia, anche se tutto, all’inizio, è partito da una Nova…

Roby PMG, in fissa per la meccanica yankee

Da Deiva Marina alla drag strip di Pomona. Un viaggio per lo più figurato, anche se una volta a quella celebre lingua di asfalto della California Roby PMG c’è stato davvero. Un viaggio motoristico dell’anima, quello di un ragazzo che mastica di meccanica ed è cresciuto con i telefilm della mattina di Italia 1, dove si vedono sfrecciare la Dodge Charger arancione dei cugini Duke, la Ford Gran Torino di Starsky & Hutch o la Pontiac Firebird TransAm “tuning” di Michael Knight.

Ci sono loro, le paladine del bene che vincono sempre, e poi tutto il contorno. Le auto posteggiate, quelle dei cattivi e quelle che senza colpa finiscono accartocciate in qualche cantiere, in attesa che la California Highway Patrol mandi qualcuno a vedere se gli occupanti stanno bene… Sembra un secolo fa, un mondo dove noi, mentre la televisione mandava ancora in onda questo ben di Dio anni Settanta e Ottanta, viaggiavamo con le Marea e le Alfa 147.

Sono gli anni duemila, e nel frattempo per Roby il passo dal telecomando al volante è breve. Brevissimo. Prova una Camaro del 1968, rimane folgorato. Un’illuminazione sulla via di Detroit che lo porta a fare il doppio passo: meccanico di professione di giorno, smanettone sulla sua auto yankee di notte. Una Chevy Nova, per l’esattezza. Una compatta magari un po’ meno sulla punta della lingua per gli appassionati comuni, ma sicuramente una valida rappresentante di quel modo di fare le macchine aldilà dell’atlantico. Perfettibile, specie se vuoi farla correre sul quarto di miglio. Eh già, perché Roby oltre che meccanico è pure pilota, uno dei non tantissimi che si dedicano in Italia al drag racing.

Accelerazione all’italiana

Il drag racing in Italia è un mondo relativamente giovane e di nicchia, ma con un cuore appassionato. Rispetto agli Stati Uniti, dove è uno sport consolidato e altamente commerciale, in Italia offre un’esperienza più intima, scevra dalle logiche del corro-vinco-guadagno. Ma mai rilassata però, per carità. Tutti best-friend-forever, ma in quel quarto di miglio non c’è amicizia che tenga.

Piede sul gas, occhi al semaforo e quando le luci danno il via c’è solo quella striscia d’asfalto da percorrere fermando il cronometro il prima possibile. Le gare si svolgono spesso in circuiti temporanei o piste permanenti di dimensioni più contenute rispetto ai mastodontici drag strip americani. Nonostante infinitesimamente più piccola rispetto agli Stati Uniti, la scena italiana vanta una sorprendente varietà di auto (e moto, sempre più) in gara. Tuttavia, l’influenza a stelle e strisce è innegabile.

Le muscle car d’oltreoceano sono presenze costanti in pista, così come i pick-up modificati per la performance (segnatevelo, da noi sarà il prossimo trend). Questo entusiasmo per i motori statunitensi si riflette anche nella scelta di eventi come “Hills Race” e “Wide Open” alla Rivanazzano Dragway, un nome molto figo che convince il gestore dell’aeroporto di aviazione generale di Rivanazzano a chiudere bottega per un fine settimana e lasciare la pista a quelli che vivono la vita un quarto di miglio alla volta come Dom Toretto. L’attrazione di massa per le auto USA contribuisce al fascino del drag racing anche da noi, creando un’atmosfera che unisce l’emozione della competizione con un pizzico di esotismo – senza contare il giubilo dei benzinai.

Ottani dell’amicizia

È una comunità dove tutti si conoscono e composta da piloti, meccanici, appassionati, family&friends che si ritrovano nei weekend dedicati alle gare. L’atmosfera è parecchio informale: il puro piacere di bruciare benzina e il brivido di andare a vedere che tempo si è fatto in un “lancio” stravince rispetto all’agonismo freddo e calcolatore.

Spesso le famiglie partecipano attivamente, con bambini che si avvicinano per la prima volta al mondo dei motori. Si respira un’aria di passione genuina, dove la vittoria è importante, ma lo è altrettanto il condividere l’esperienza. Una cultura del “raduno” dove è difficile trovare primedonne, e se ci sono durano poco.

I piloti si conoscono tutti, chiacchierano e si scambiano opinioni sulle auto, magari mentre un barbecue improvvisato sfrigola sopra la brace poco lontano. Socialità meccanica. E Roby è un mattatore del paddock, con la barbona che fa molto saggio e la parlata da lupo del Mar Ligure.

Matto per le gare

D’altronde, quello delle gare per Roby è l’habitat naturale, dove trova i suoi amici “americani nati nel continente sbagliato”. Gli stessi che hanno iniziato a portargli le loro auto made in USA per una preparazione da pista o il restauro di una stradale. Quelli che ne hanno fatto un personaggio in vista e ben visto della comunità degli amanti delle auto americane, atteso agli eventi e ricercato quando si tratta di trovare uno che ne capisce.

Accanto alla professione, le gare. Perché nel calendario della PMG Racing non c’è solo la Rivanazzano Dragway con le sue due gare. Roby corre anche in Francia e a Hockenheim, forse la culla europea del drag racing da oltre quarant’anni. Anche lì i bolidi, dalle muscle car americane alle moto di grossa cilindrata, si sfidano su una pista rettilinea lunga proprio quei 402,33 metri che ogni pilota si gode centimetro dopo centimetro. La pista, dove si corre anche il Gran Premio di Formula 1, beneficia di spazi ben diversi, ed è così che vi si possono scorgere anche i cosiddetti Top Fuel Dragster da 500 km/h o le Funny Car, che ricordano modelli di produzione di serie ma con motori furiosi e slegati da qualsiasi logica di buon senso.

Queste ultime poi sono l’unicorno vero di Roby, che in un mondo perfetto in cui il budget non è un problema se ne costruirebbe una immediatamente. Rappresentanti di una delle categorie più emozionanti e spettacolari del drag racing, questi veicoli sono caratterizzati da una carrozzeria in fibra di vetro che ricorda modelli di auto di serie e nascondono sotto al (finto) cofano motori potentissimi capaci di erogare oltre 11.000 cavalli di potenza. Sono auto da quarto di miglio in meno di 4 secondi, bestiali e spaccatimpani.

Sempre nel citato mondo dei sogni in cui le macchine costano il giusto, c’è anche l’idea di Roby della macchina da tutti i giorni, che guarda caso ci riporta all’inizio della storia: una Chevy Nova del 1966, ma in chiave restomod.

Tornando alla realtà – dove il lavoro non manca – è invece un’altra auto a togliergli il sonno, la notte. È Babayaga, una Chevrolet Vega da 1.000 cv che è un po’ la cocca di Roby PMG. Una cocca bisbetica, con quel motore LS V8 da 5,3 litri convertito in turbo capace di farla impennare come se fosse il Booster del compagno di scuola un po’ maranza. Amata alla follia, ma mai risparmiata.

Proprio mentre questa rubrica viene impaginata e messa online il suo blocco motore è sul banco, perché nel fine settimana primaverile di Rivanazzano al primo lancio si è sciolta una candela e ha dato forfait (pur facendo il minimo sindacale dei lanci con metà della potenza per la qualificazione al campionato europeo, a cui Roby partecipa). È la dura legge del boost, fa male ma fa parte del gioco. E al Roby il gioco piace, anche se deve far nottata sotto ad un gazebo per salvare il salvabile e correre il giorno dopo.

Il mecca-influencer di cui abbiamo bisogno 

Appassionato, competente, alla mano. Così apprezzato da avere 6 mesi di attesa per portargli la macchina in officina (i consulenti d’azienda lo chiamano backlog) e soprattutto tante persone che lo seguono, gli fanno domande e partecipano alle sue live serali, quando all’ora in cui i comuni normali cenano fuori o si guardano una serie dal divano lui, con le mani nere delle macchine dei clienti, spara una cialda nella macchina del caffè e sì da là carica per quello che segue: il lavoro beato sulle sue macchine, fino a tarda ora. Senza fare il fenomeno, senza ringraziare la “sua” community. Perché a Roby PMG interessano gli amici, non i follower. E le macchine, va da sé, soprattutto se rombano “ammmmerigano”.

 

 

Foto @Antonio Aprile